“Dieci proposte di noi giovani per tornare al voto”
Dalla sanità alla casa, dal salario minimo alla salute mentale. TPI ha raccolto le richieste di una generazione che non si riconosce più nei partiti progressisti. Ma che non ha smesso di chiedere alla politica risposte concrete
Negli ultimi anni, la politica e la sinistra in particolare hanno perso un pezzo fondamentale del proprio elettorato: i giovani e i lavoratori. Un blocco sociale che fatica a riconoscersi in un’offerta percepita come distante dai bisogni materiali, frammentata o poco credibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: molti hanno smesso di votare, ingrossando l’astensionismo. Altri, rassegnati, si recano alle urne per scegliere “il meno peggio”. Quasi nessuno lo fa più con entusiasmo. Eppure, prestando ascolto a questa generazione disillusa, emerge chiaramente come una domanda politica esista eccome. Non è una richiesta ideologica, ma concreta: lo dimostrano i dati di accesso al voto del referendum sulla giustizia dello scorso marzo. Non è una questione identitaria, ma materiale. Abbiamo raccolto le voci di medici, studenti, insegnanti, ricercatori e lavoratori precari. Dalle loro testimonianze emergono dieci proposte chiare. Dieci punti programmatici che potrebbero ricostruire un rapporto di fiducia con chi oggi non vota più a sinistra.
Università pubblica
L’Italia investe in istruzione meno della media europea: il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università è cresciuto in termini nominali, ma ha perso valore reale a causa dell’inflazione. Il PNRR aveva promesso un rilancio, ma i fondi sono in gran parte vincolati a progetti infrastrutturali e non alla spesa corrente. Nel frattempo le università private e telematiche crescono, spesso senza i requisiti qualitativi delle pubbliche. Per Elisa Frigeni, coordinatrice di Udu (Unione degli universitari) Milano, il punto di partenza è uno: il diritto allo studio. «Tantissimi giovani vorrebbero studiare, ma molti abbandonano perché è un sistema insostenibile: non ci sono fondi per le borse di studio, per le residenze, per un trasporto pubblico gratuito per gli studenti». La diagnosi è netta: «Lo Stato da quindici anni sottofinanzia l’università. Riforme come il semestre filtro hanno ammazzato l’università pubblica e avvantaggiato le private, che hanno aperto le porte a milioni di studenti esclusi e alzato le rette. Quello che ci chiede il governo è di costruirci un futuro in Italia, quando è praticamente impossibile: è difficile laurearsi e poi ci si ritrova in un mercato del lavoro precario e povero».
Investire nel Ssn
Il Servizio Sanitario Nazionale è in crisi strutturale: liste d’attesa insostenibili, pronto soccorso al collasso, medici di base introvabili in ampie zone del Paese. Il fondo sanitario è aumentato in termini assoluti, ma la quota sul PIL resta sotto la media OCSE. La fuga verso il privato o l’estero svuota ospedali e ambulatori pubblici senza un piano di reclutamento serio. Annachiara Sansone, 36 anni, medico di Salerno, ha votato a sinistra «più per coerenza che per convinzione»: è mancato un messaggio forte sui diritti, a partire dalla salute. Chiede la stabilizzazione del personale precario nel SSN, incentivi per le aree scoperte e controlli sulle inefficienze. Propone anche una rete di centri di prossimità contro la solitudine: luoghi di supporto psicologico, socialità e orientamento.
Supporto psicologico gratuito
Il bonus psicologo, introdotto nel 2022, è stato prorogato ma con risorse insufficienti: le domande accolte restano una minoranza. La salute mentale resta fuori dai livelli essenziali del SSN. Il disagio tra i giovani è in crescita, ma accedere a un percorso terapeutico resta un lusso. Marianna, 23 anni, studentessa di psicologia a Napoli, chiede un doppio intervento: «Serve un’azione culturale per superare lo stigma, ma anche economica, per permettere a tutti di accedere a percorsi terapeutici».
Edilizia & Welfare
Gli affitti nelle grandi città sono cresciuti del 20-30% negli ultimi anni, spinti dalla speculazione e dalla carenza di offerta pubblica. Il fondo nazionale per il sostegno agli affitti è stato progressivamente ridotto fino a quasi azzerarsi. Il Piano Casa è rimasto frammentato, senza una visione di edilizia residenziale pubblica. Daniela Esposito, 34 anni, giurista di Avellino, individua il nodo: «Il problema non è comprare casa, ma potersi permettere un affitto senza sacrificare tutto il reddito». Le soluzioni: affitti calmierati, più studentati e rifinanziamento del fondo. Francesco Bettanin, 30 anni, studente di infermieristica, osserva: «È troppo difficile emanciparsi e vivere da soli a queste condizioni. Molti bonus sono rivolti soprattutto a famiglie o a situazioni specifiche, come le donne sole, mentre per i giovani che provano a costruirsi un’indipendenza da soli c’è molto meno, o comunque non abbastanza. E anche quando ci sono aiuti, sono spesso temporanei, frammentati, e non risolvono il problema alla radice».
Tutele per i genitori
L’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa e una delle percentuali più alte di donne che lasciano il lavoro dopo il primo figlio. I nidi pubblici restano insufficienti e il congedo di paternità è tra i più brevi. Valentina Greco, 31 anni, insegnante di asilo nido a Vicenza, chiede nidi gratuiti o calmierati, congedi non penalizzanti e part-time garantito: senza questo, avere figli resta una rinuncia.
Lavoro stabile
L’Italia è tra i pochi Paesi europei senza salario minimo legale. Contratti a termine, partite IVA fittizie e voucher restano diffusi. Giulia, 32 anni, precaria della scuola a Napoli, chiede stabilità. Daniela Esposito denuncia: «La flessibilità non ha reso il Paese competitivo». Iolanda, 27 anni, della provincia di Caserta, chiede incentivi all’inserimento. Sandro Montefusco, ricercatore Telethon, ricorda che senza ricerca non esiste economia della conoscenza e propone il salario minimo.
Più fondi per scuola e cultura
La spesa pubblica per la cultura è tra le più basse d’Europa. Le scuole versano spesso in condizioni precarie e il sistema di reclutamento penalizza i giovani. Francesco Cirillo, 35 anni, docente di musica e musicista freelance, racconta di aver votato «il meno peggio». Chiede «un Paese per giovani». Fabio Marone, 34 anni, docente AFAM a Reggio Calabria, propone una riforma del reclutamento universitario.
Formazione e ricerca
Il dottorato è spesso sottopagato e i master costosi. La fuga dei cervelli continua. Erica, 26 anni, neolaureata di Napoli, denuncia i costi che ritardano l’autonomia. Claudia, 32 anni, ricercatrice post-doc di Avellino, richiama anche il tema della salute mentale nei contesti accademici.
Ridurre la spesa militare
L’Italia ha aumentato le spese militari per avvicinarsi agli obiettivi NATO. Sul digitale resta un ritardo strutturale. Lorenzo Vannucci, 30 anni, giornalista di Pistoia, chiede una posizione netta su pace e disarmo. Francesco Cirillo osserva: «Un mondo con più armi è più pericoloso». Pietro Santoro, 29 anni, studente di Montoro (Avellino), richiama il tema dell’indipendenza digitale.
Transizione ecologica
L’Italia è tra i Paesi più esposti al rischio idrogeologico, ma i fondi sono spesso insufficienti o non spesi. Le rinnovabili crescono troppo lentamente e il trasporto pubblico resta carente. Marco, 25 anni, volontario Legambiente a Bologna, accusa: «La sinistra parla spesso di ambiente, ma poi si piega alle logiche del cemento e del profitto». La proposta è chiara: investimenti reali, messa in sicurezza del territorio e mobilità pubblica come alternativa all’auto privata.
Cosa resta?
Nessuno ha smesso di credere che lo Stato possa fare qualcosa di buono. Eppure quasi nessuno, negli ultimi anni, ha trovato una ragione sufficiente per andare a votare. Non è indifferenza: è sfiducia costruita nel tempo, promessa dopo promessa disattesa. La sinistra non ha un problema di valori, ma di credibilità concreta: non riesce a far sentire che, se vince, cambia davvero qualcosa nella vita delle persone. Finché la politica non risponderà a questa domanda con un piano, continuerà a perdere voti e ad allontanare i giovani dalla cosa pubblica.