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Le diverse disgrazie di PD e Cinque Stelle. E Salvini ha il campo libero (di S. Mentana)

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 9 Ago. 2019 alle 09:38
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Crisi di governo: le diverse disgrazie di PD e Cinque Stelle (di S.Mentana)

Crisi di governo | Tutti i partiti all’apice della loro gloria si somigliano, ogni partito in difficoltà è invece disgraziato a modo suo. In casa PD, per dirne uno, tutto è sottosopra in vista di un possibile voto. Non si sa chi siano questi fantomatici alleati di cui spesso si parla, non è chiaro chi possa essere il candidato premier ma soprattutto non si ha nessuna idea del programma volto a contrastare il rivale di turno – Matteo Salvini – e intorno al quale si possa riunire non solo la propria comunità, ma anche quella parte di popolazione che si oppone alla prospettiva di un governo sovranista.

Basterebbe anche un tema, una parola chiave, un semplice slogan. Le azioni del PD rischiano di essere rivolte, ancora una volta, alla mera autoconservazione di un gruppo che sopravvive solo perché ritenuto la più grande forza di opposizione sia alla parte verde che a quella gialla dell’attuale esecutivo, vicino ormai – salvo sorprese che solo la Politica sa regalare – alla fine.

La lieve ma vitale spinta propulsiva delle ultime europee, che ha fatto fisiologicamente recuperare qualche voto a un PD uscito dal dramma del 4 marzo 2018 grazie al tracollo pentastellato e a piccoli segnali di discontinuità, sembra essere ormai terminata: le iniziative di cambiamento e di rinnovamento sembrano essere relegati a meri personalismi e il segretario Nicola Zingaretti risulta essere pressappoco non pervenuto, al momento.

E alla “disgrazia” – diamogli il beneficio delle virgolette – del PD fa pendant quella dei pentastellati, un movimento passato in appena un anno dal 32 al 17 per cento, passato da perno del governo del cambiamento a gregario di Matteo Salvini, il capitano che ha dettato l’agenda del Paese, che ha saputo far approvare le leggi che aveva messo nel suo programma e far dividere il suo alleato sugli stessi temi.

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Luigi Di Maio, dopo il voto del 2018, sembrava avere tutte le carte in regola per ricoprire il ruolo di premier: non importa di quale governo, la maggioranza sembrava destinata a passare da lui e dal Cinque Stelle. Forse la volontà manifestata in maniera fin troppo palese di voler essere per forza lui il premier è stato il primo di una lunga serie di errori che ha portato il movimento a perdere sempre più consensi in favore degli alleati.

Senza elencarli tutti, questi hanno portato i pentastellati a trovarsi oggi all’angolo, ancora una volta a subire le decisioni di Salvini, cui è bastato un comunicato per annunciare la fine di questa esperienza di governo. E oggi il Movimento Cinque Stelle si trova così, senza più la verginità di chi non aveva mai governato e che poteva definirsi “altro” da chi ha guidato il Paese ma senza neanche poter raccontare di aver cambiato l’Italia, avendo dilapidato la sua notevole presenza parlamentare solo in favore di Salvini.

Su cosa si potrà basare oggi una campagna elettorale del Cinque Stelle? A quali ipotetici alleati potrà guardare? Sembra destinato a essere un partito che deve ripensare a molti aspetti della sua identità, ma sembra essere stato preso in contropiede al punto da non avere, oggi, la lucidità di farlo.

E Salvini? Somiglia a tutti i leader in un momento apicale della loro gloria. Ha stravinto le europee, i sondaggi gli danno il vento in poppa ma soprattutto detta ogni giorno l’agenda politica del Paese. Gli basta un tweet per farlo e nessuno oggi sembra avere la forza di contrastarlo. Si è rigirato come ha voluto il partner di governo pur avendo la metà dei suoi parlamentari e in un anno ha completamente rovesciato il loro rapporto di forza.

Poi, in una sera d’estate, quando forse tutti pensavano che per i regolamenti di conti si sarebbe aspettato settembre (chi l’ha detto che ad agosto fa troppo caldo per una crisi di governo?) ha rovesciato il tavolo, forte di essere l’unico a poterlo fare. Non ha interesse a sostenere un governicchio che tiri a campare: adesso si prepara alle elezioni, da capitano in grado di dettare i tempi della politica italiana a dei rivali colpiti nel pieno della loro stanchezza, nelle loro diverse ma convergenti disgrazie.

Se tale convergenza potrà trovarli insieme su un governo pro tempore, sarà soprattutto per le loro reciproche difficoltà e nella comune speranza di far impantanare Salvini nella palude politica, ma sempre col rischio che a impantanarcisi ancora di più siano proprio loro. Questa è la fotografia elettorale dell’Italia in piena crisi di governo, in confronto alla quale quella di un anno fa altro non è che una sbiadita foto d’epoca.