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La Lega organizza una cena elettorale con 1.500 persone a Genova in pieno coprifuoco: ecco tutta l’ipocrisia del sovranismo italiano

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 25 Feb. 2020 alle 11:29 Aggiornato il 25 Feb. 2020 alle 15:36
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Immagine di copertina
Il selfie scattato da Toti alla cena elettorale della Lega a Genova

C’è un’immagine che, più di ogni altra, racconta l’Italia ai tempi del Coronavirus: un selfie, per la precisione. Da sinistra a destra, ci sono il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, a sinistra Edoardo Rixi, ex sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti del governo gialloverde, e al centro Matteo Salvini.

Sullo sfondo, 1.500 persone arrivate da tutta Italia al Padiglione Jean Nouvel della Fiera di Genova per una cena di autofinanziamento in pompa magna della Lega in Liguria.

Sembra una foto come tante altre di questa campagna elettorale permanente a cui la destra sovranista ci ha abituati. Solo che non è stata scattata in un momento normale, ma domenica 23 febbraio, alle 23.30 circa, quattro ore esatte dopo che lo stesso anfitrione della serata, il Presidente Toti, aveva emesso un’ordinanza draconiana con la quale chiudeva fino al primo marzo scuole, università, musei, biblioteche e ogni altro luogo pubblico non strettamente necessario, sospendeva i concorsi pubblici di ogni ordine e grado, tutte le manifestazioni pubbliche o aperte al pubblico e ogni genere di assembramento, in nome di un principio – sacrosanto – di prevenzione. Il tutto a decorrere dallo scoccare della mezzanotte del giorno successivo.

Mentre il Toti istituzionale predicava a social unificati la massima attenzione e blindava la regione, il Toti politico pasteggiava con un menù di stretta osservanza ligure insieme a Salvini e a un migliaio e mezzo di ospiti e sostenitori della Lega giunti in massa sino qui anche da regioni come la Lombardia e il Veneto in pieno epicentro del focolaio, per uno degli eventi politici al chiuso più affollati dell’ultima decade in Liguria.

Come era prevedibile, quel selfie, pubblicato a social unificati, ha provocato un’ondata di reazioni durissime non solo dall’intera opposizione regionale, ma anche da tutti quei liguri – destra e sinistra senza distinzioni – che si sono visti blindare la propria regione, salvo scoprire che i primi a violare l’ordinanza erano gli stessi che l’avevano appena firmata.

Come dire: di fronte all’emergenza siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Immediata la replica degli organizzatori, secondo cui si sarebbe trattato di un “evento privato”, per di più precedente alla mezzanotte, orario in cui partiva ufficialmente il coprifuoco.

Parole che, invece di placare gli animi, hanno finito per aumentare l’indignazione: nessuno dotato di un briciolo di onestà intellettuale può considerare sul serio un incontro monstre da 1.500 invitati, all’interno di un padiglione di 35.000 quadrati, a sostegno del primo partito politico italiano, come una cenetta privata per pochi intimi.

E il fatto che l’ordinanza, invece di avere effetto immediato, sia stata posticipata alla mezzanotte, giusto in tempo per la fine della cena (conclusa alle 23.58, due minuti prima), ha scatenato le ovvie critiche di migliaia di liguri.

D’altra parte, in un momento così delicato, in cui è fondamentale che la politica dia il buon esempio ai cittadini, invitandoli ad affrontare l’emergenza con la massima prudenza e attenzione, un selfie così cancella in un istante decine di post istituzionali, di sguardi pensosi, di conferenze stampa informative e inviti alla responsabilità collettiva.

In una sola immagine, c’è tutta l’ipocrisia e l’arroganza della destra sovranista. Mentre c’è un intero pezzo di Paese che lavora in prima linea per fronteggiare il virus, che rischia la propria salute in corsia, in silenzio e senza proclami, passando da una riunione all’altra, c’è chi usa l’emergenza come arma di propaganda politica, semina il panico, evoca stragi e poi trascorre la serata a festeggiare infischiandosene delle ordinanze e dei coprifuoco che lui stesso ha diramato, mettendo a rischio la propria credibilità, prima ancora che la salute pubblica.

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