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Il weekend dei due Matteo. E il governo M5S-Pd sparisce per un giorno

I due Mattei auspicano che la loro sfida politica possa rimanere tale anche negli anni a venire, in ottica di un bipolarismo volto a marginalizzare sempre più i grillini e i dem. Ma sullo sfondo di questa sfida i grandi assenti di questo sabato 19 e domenica 20 ottobre sono appunto proprio il M5S e il Pd

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 19 Ott. 2019 alle 15:00 Aggiornato il 11 Nov. 2019 alle 13:00
Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi per TPI

Di Giulio Gambino, dalla Leopolda di Firenze 

È il giorno dei due Matteo. Matteo Renzi e Matteo Salvini (in ordine alfabetico). Uno a Roma, piazza San Giovanni. L’altro a Firenze, alla Stazione Leopolda, decima edizione della kermesse renziana.

A sette giorni dalle celebrazioni per i 10 anni del M5S, Italia a 5 Stelle, è oggi il turno degli outsider d’eccellenza che vogliono prendersi il paese. Uno dall’opposizione. L’altro come minoranza del governo Pd-M5S. Entrambi vogliono la fine dell’esperienza di Conte, entrambi vogliono governare. Il primo, Salvini, la vorrebbe al più presto, per non bruciare il momentum e fare cassa del suo tesoro elettorale indicato dai sondaggi che lo vedono in crescita nonostante la più pazza crisi di governo, da lui stesso inscenata; il secondo, Renzi, con più calma, giusto il tempo di tentare la scalata dal suo attuale 3-4 per cento – che i sondaggi oggi attribuiscono a Italia Viva – per arrivare a una soglia di maggiore rilievo.

I due Mattei auspicano che la sfida politica di questo weekend ottobrino, sulla scia del dibattito andato in onda su Rai1 settimana scorsa, possa rimanere tale anche negli anni a venire, in ottica di un bipolarismo incentrato solo su loro stessi e volto a marginalizzare sempre più i grillini e i dem, che per Salvini e Renzi oggi sono rispettivamente i più acerrimi avversari e coloro verso i quali nutrono un forte senso di rivalsa.

Ma sullo sfondo di questa sfida i grandi assenti di questo sabato 19 e domenica 20 ottobre sono appunto proprio il M5S e il Pd. Quasi fosse, quello di oggi alla stazione Leopolda di Firenze un mondo politico parallelo, una realtà collaterale a quella di governo, un modo per dire agli italiani che esiste un’altra Italia.

Il problema, però, è che in questa battaglia non è ben chiaro cosa Renzi voglia diventare e cosa Italia Viva si appresti a essere nel panorama politico italiano. Tanto più oggi che Forza Italia ha perso linfa vitale e non sembra più avere un’anima, oltre che i voti, e quindi non sia più il punto di riferimento per il centro destra. Vuoto politico che, forse, oggi Renzi vuole riempire per andare a formare una forza politica moderata che ammicchi sia a al centrodestra che al centrosinistra, nel tentativo di assorbire tutti: da Berlusconi a parte del Pd, passando per Calenda e Bonino. E nella speranza di mettere all’angolo Salvini, non più aspirante leader del centrodestra unito, ma avversario di lusso di una forza populista ai margini della politica e dell’establishment. Con Pd e M5S a rincorrere.

In una Leopolda piena zeppa come non si vedeva da anni – tanta la gente rimasta fuori – Firenze e Piazza San Giovanni, Renzi e Salvini, assumono i contorni di quella che vuole essere una nuova fase politica italiana. E in fondo non è così assurdo pensarlo, visto e considerato che nell’era dei leader brevi, quella attuale, le fasi politiche sono scandite da momenti di governo che spesso culminiamo con il gesto forte, lo strappo, di questo o quel leader.

Il centrodestra parla di un nuovo momentum, della “parte buona dell’Italia”, con Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini uniti dall’opportunismo politico e dalla convenienza elettorale, tenuti insieme dal senso di colpa (collante fondamentale per la politica, come per le storie d’amore), dal timore cioè che dividersi oggi o andare avanti disuniti possa essere devastante per ciascuno di essi.

La risposta di Renzi a tutto questo è ancora una volta sorprendente, tanto attesa quanto inaspettata, un po’ come la sua uscita dal Pd: e non poteva che arrivare dalla Leopolda di oggi, nel corso della quale inizieranno anche i primi tesseramenti per il neonato partito Italia Viva, verso cui confluiranno altri parlamentari, promette Maria Elena Boschi. Tra questi ci sarà anche la vicepresidente della Camera di Forza Italia Mara Carfagna? La forzista si è detta in imbarazzo per l’adesione di CasaPound alla manifestazione del centro destra di Roma. La capisco, le ha risposto la Boschi. Primi test di comprensione per una nuova alleanza moderata, smart, bella dentro e fuori? È proprio questo taglio antropologico ciò che oggi distingue ancora molto Renzi da Salvini. Il leghista è drammaticamente molto più vicino al popolo, si vanta di non avere amici nell’establishment, di non venire invitato alle conferenze mondiali dove viene invitato Renzi (“a pagamento nonostante sia senatore in carica”), è vicino ai lavoratori che si spezzano la schiena e alle forze di polizia — proprio oggi a San Giovanni un minuto di silenzio per i due poliziotti uccise a Trieste. Vicinanza popolare che il mondo della Leopolda non sente in alcun modo come suo.

Una nota finale di questa giornata politica lo merita il leader del Pd Nicola Zingaretti, assente ma soprattutto inefficace nel contrastare, anche mediaticamente, il duopolio dei Matteo. “All’odio preferiamo la marcia della pace di Assisi”, ha detto. Un po’ poco tenuto conto che finora tra le forze politiche in campo il Pd è davvero l’unica a non essersi fatta vedere o sentire. Se non per un tema, quello dell’incoerenza nei confronti della Turchia che nove giorni fa ha intrapreso un’offensiva militare contro i curdi in Siria: e i dem si schierano a favore dello stop alle armi e contemporaneamente a favore dell’adesione di Ankara in Europa. Troppo, davvero, caro Pd.

Lo show dei “due Mattei” per ottenere l’incoronazione delle piazze (di Luca Telese)

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