Dalle sardine a Greta, giovani rappresentati ma senza rappresentanza: il corto circuito è la politica

Se nessuno si pone, nei partiti tradizionali come nei movimenti, il problema di passare dalla rappresentazione di ciò che non va alla rappresentanza delle innumerevoli categorie bisognose di diritti e considerazione sociale, lo sforzo, alla fine, risulterà vano. Il commento di Roberto Bertoni

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 18 Dic. 2019 alle 07:34 Aggiornato il 18 Dic. 2019 alle 12:40
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Dalle sardine a Greta, giovani rappresentati ma senza rappresentanza

Bisogna sempre ricordarsi di don Milani: sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia. Ma soprattutto: a che serve avere le mani pulite se poi le si tiene in tasca? Di fronte ai problemi enormi che affliggono non solo questo Paese ma diremmo questo pianeta, c’è una generazione, quella che Greta e le Sardine hanno avuto la forza e il coraggio di riportare in piazza, che deve cominciare ad assumersi le proprie responsabilità.

Come ha scritto sul nostro giornale una ragazza, in una lettera rivolta a Mattia, non ci si può, infatti, limitare ai diritti civili e alla sacrosanta richiesta di un linguaggio più sano, civile e costruttivo, senza porre al centro delle proprie rivendicazioni i diritti sociali calpestati, umiliati e offesi da un andazzo che dura ormai da troppo tempo, accomunando, anche se non in egual misura, destra e sinistra.

È giunto il momento di compiere un’analisi storica: spiace dirlo, ma nel disastro dell’umanità la sinistra c’entra eccome. C’entra da quando ha deciso, con Blair e Clinton, di inseguire la destra sul suo stesso terreno, assoggettandosi all’egemonia culturale reaganian-thatcheriana e cominciando a spacciare per vere assurdità come la mitigazione del capitalismo selvaggio e l’elogio del liberismo sfrenato.

C’entra dal momento che, come abbiamo visto nel Regno Unito, buona parte dei seggi storicamente labouristi sono passati a destra, a questa destra, quella rappresentata da un damerino di Eaton come Boris Johnson, per il semplice motivo che nemmeno un socialista a ventiquattro carati come Corbyn è stato in grado di ripulire l’immagine della sinistra dalla patina blairiana che ancora la ricopre.

C’entra perché la classe lavoratrice, in quei seggi, ha avuto l’astuzia di candidarla il Partito conservatore, mentre sull’altro versante andava in scena un dibattito surreale su Brexit sì – Brexit no che a molti cittadini britannici dev’essere sembrato lunare, dato che anche i sostenitori dell’Unione Europea non sono stati capaci di spiegare una sola delle ottime ragioni per cui sarebbe stato opportuno indire un secondo referendum e ribaltare l’esito di quello, tragico, andato in scena tre anni fa.

Allo stesso modo, duole dirlo, ma la meravigliosa Greta Thunberg e la sua battaglia ambientalista rischia di rivelarsi inutile, al pari delle piazze che ha saputo riempire, qualora questo movimento planetario non dovesse trovare uno sbocco politico. Se tu porti in piazza milioni di persone, risvegli i giovani dal torpore e restituisci loro una bandiera da sventolare e un argomento iper-politico da porre al centro del dibattito pubblico, meriti solo stima e gratitudine. Ma se nessuno si pone, nei partiti tradizionali come nei movimenti, il problema di passare dalla rappresentazione di ciò che non va alla rappresentanza delle innumerevoli categorie bisognose di diritti e considerazione sociale, lo sforzo, alla fine, risulterà vano.

Se la COP di Madrid fallisce miseramente perché a rappresentare gli interessi di nazioni, lobby e multinazionali sono ancora coloro che credono che la Terra possa essere sfruttata senza ritegno, che esistano risorse illimitate e che le catastrofi naturali siano, al massimo, danni collaterali da sacrificare al profitto, in nome di un benessere collettivo che, in realtà, altro non è che accaparramento di risorse pubbliche, compresa l’aria che respiriamo, ad opera di predoni privati e ricchissimi, puoi aver riempito tutte le piazze di questo mondo ma nulla cambierà.

“Perché qualche cosa cambi – scrisse Moro dalla prigione delle Brigate Rosse, rivolgendosi all’allora segretario della DC, Benigno Zaccagnini – dobbiamo cambiare anche noi”. È necessario che cambi il nostro stile di vita, il nostro paradigma economico e sociale, il nostro modello di sviluppo, che cambino i nostri comportamenti quotidiani fin nei minimi dettagli.

Riempire le piazze, di questi tempi, è giusto e doveroso, e guai a chi irride Greta o le Sardine perché non tiene conto del valore democratico di queste organizzazioni spontanee e dell’aria fresca che esse portano a una discussione istituzionale per lo più asfittica e autoreferenziale. Guai anche a chi non si rende conto che il nichilismo non serve a nulla, che la mancanza di rispetto per il prossimo è una rovina e che segnalare i tanti aspetti negativi di una società sull’orlo dell’abisso è un dovere civico e morale.

Ma adesso tocca a voi, cari manifestanti e cari organizzatori, e mi ci metto anch’io che in quelle piazze c’ero, che vi ho raccontato, intervistato e osservato da vicino. Tocca a noi, oserei dire, e comprendo in quest’analisi anche la nostra professione, troppe volte intenta a puntare il dito o a dare buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio. Tocca alla nostra generazione passare dalla rappresentazione alla rappresentanza, ossia porsi il problema della politica, di come diventare parte attiva dei processi globali, di come diventare davvero classe dirigente, di come arrivare, senza smanie rottamatorie di alcun tipo, a essere i decisori che si siedono ai tavoli che contano, là dove si può provare a invertire la rotta prima che sia troppo tardi.

Nessuno pensa che sia facile ma la ragazza che ha scritto quella lettera ha centrato il punto alla grande. L’odio che induce anche persone che un tempo votavano a sinistra ad affidarsi a questa destra, ai Trump, ai Johnson, ai Bolsonaro e via elencando, non nasce da una mancanza di attenzione ai diritti degli ultimi e dei deboli ma dal fatto di non potersi più permettere sentimenti nobilissimi come la pietà, la generosità e l’amore per il prossimo.

Quando si è sfruttati, calpestati, precari, senza futuro e senza prospettive, quando si è costretti a vivere con poche centinaia di euro al mese, non si può formare una famiglia, non si può andare a vivere da soli e non si possono mettere al mondo dei figli, quando le periferie fisiche diventano anche esistenziali, in quel momento la rabbia prevale sulla razionalità.

E la rabbia acceca: lo vediamo quando una nave comincia a imbarcare acqua o un palazzo va in fiamme. Elie Wiesel, ne “La notte”, racconta la storia di un figlio che arrivò a massacrare di botte il padre per un pezzo di pane che questi avrebbe volentieri diviso con lui: anche questo è stato Auschwitz. E senza arrivare a tanto, non c’è dubbio che la miseria abbrutisca la disperazione renda violenti, la mancanza di lavoro e la privazione di diritti porti a prendere a calci persino il pane destinato agli ultimi degli ultimi, contrapposti agli ultimi abbandonati a se stessi.

L’opposizione al quarantennio liberista, oggi più che mai necessaria, sarà, dunque, completa quando i ventenni e i trentenni smetteranno di appellarsi alla politica e decideranno di essere essi stessi la politica e il cambiamento che vorrebbero vedere nel mondo, a cominciare dalle canzoni, dalle poesie, dai racconti e dai romanzi che non potranno essere in eterno solo quelli che hanno emozionato fino alle lacrime genitori e nonni nel ’68.

Scrive Osvaldo Soriano in “Fúbol”, citando il grande Tesorieri: “Ci sono tre generi di calciatori. Quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna e li vedi e sei contento e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove deve cadere. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che tu stesso e forse gli altri avreste potuto vedere se aveste osservato attentamente. Quelli ti prendono di sorpresa. E poi ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio. Questi sono i profeti. I profeti del gioco”.

Semplicemente voi, noi che quest’anno, almeno mediaticamente, abbiamo finalmente dettato l’agenda.

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