Il Sanremo dell’italiano medio Amadeus: un estenuante sesso tantrico intervallato dalle canzoni

Di Michele Monina
Pubblicato il 6 Feb. 2020 alle 12:18 Aggiornato il 6 Feb. 2020 alle 17:29
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Immagine di copertina

Sanremo 2020: il Festival di Amadeus è come il sesso tantrico

Sting e sua moglie Trudy hanno fatto danni. Quando ormai tanti anni fa ci hanno sparato la palla del sesso tantrico, quello che stando alla loro versione durava oltre sei ore, hanno in qualche modo veicolato che portarla per le lunghe fosse qualcosa di sano e buono, e soprattutto di piacevole, da annunciare, appunto, alla stampa.

Certo, il fatto che a scrivere questo incipit sia io, che non scrivo mai articoli brevi, potrebbe sembrare il classico toro che dice cornuto all’asino, ma, se sono un toro, sia messo agli atti, sono un toro cui qualcuno ha davvero tirato violentemente la coda. Perché se è vero che siamo arrivati a questo Festival di Sanremo sull’onda delle tante, troppe polemiche, è ormai evidente come non sia più Junior Cally, Rita Pavone, Rula Jebreal, la fidanzata di Cristiano Ronaldo, quella di Valentino Rossi, i passi indietro o i monologhi della Leotta a occupare militarmente la nostra attenzione.

No, la domanda che tutti si stanno facendo, insistentemente, è: ma cosa gli abbiamo fatto di male noi ad Amadeus, che lo ha indotto a mandarci a letto tutte le puntate alle prime luci dell’alba?

Perché se la prima serata ci era sembrata una montagna troppo alta da scalare, quella chiusura all’una e mezzo circa, con la seconda serata, diciamolo, ad Amadeus è davvero sfuggita la mano. L’una e quarantadue. Sei ore di sesso tantrico. Peggio. Tipo chi passa troppo tempo davanti ai porno e finisce per credere che quello che succede lì su quei set sia la realtà. E so che usare la metafora dei pornomani per parlare di chi ha problemi nel gestire la lunghezza è una scelta discutibile, ma sono le quattro di notte, il Festival è finito da circa un paio d’ore, non pretenderete mica più lucidità di un tweet di Gasparri, no?

Il problema è che Amadeus, che negli ultimi giorni è stato descritto come l’italiano medio che, in quanto italiano medio, piace agli italiani medi, ha cannato anche la sola cosa che si pensava avrebbe portato a casa senza problemi, la conduzione del Festival, appunto. E l’ha cannata perché, immagino, da bravo italiano medio, si è cagato sotto di fronte a una responsabilità così grossa e ha provato a riempire la diretta di ogni cosa, senza un senso preciso, a partire dalla presenza sul palco di Fiorello e Tiziano Ferro, mai così stonato dai primi tempi della sua carriera, passando per i superospiti e arrivando a una scaletta che sarebbe bastata anche per un paio di edizioni.

Nei fatti stiamo assistendo, e forse era prevedibile, al Fiorello Show, con innesti di canzoni varie, di gag che non fanno ridere, di interventi non sempre a fuoco, un po’ come lo stesso Amadeus.

Proprio per la faccenda di Junior Cally, avremmo tanto voluto che tutto fosse bellissimo, tanto per mettere a tacere i vecchi tromboni di cui si parlava ieri a suon di “da adesso parla la musica”. Solo che la musica, al limite, ha sussurrato, e quella di Junior Cally ha sussurrato “orrore”, perché di canzoni, se andassimo a studiare il possesso palla come in una partita su Sky, ne avremmo trovate poche, da quelle parti, a vantaggio, ahimè, di tutto il resto.

Tutto il resto che, in una logica da italiano medio, mette vicini come superospiti Al Bano e Romina, divorziati da anni ma qui a festeggiare cinquant’anni di matrimonio, Zucchero, Gigi D’Alessio, Massimo Ranieri, gente che in effetti a quel ruolo dovrebbe ambire, almeno a Sanremo, con Emma, il cui ultimo album a stento ha preso un disco d’oro, in una emorragia di numeri che poco di buono lascia presagire per il futuro, e nelle prossime serate Ghali.

Tutto il resto che prova a dire qualcosa di sensato, vedi Rula Jabreal e il suo monologo, con gag di Amadeus, che un bravo psicologo mi aiuti a rimuovere il ricordo di quello della Leotta, passaggi che, diciamolo, avrebbero fatto ridere, forse, alle recite dell’asilo nido. Leotta che ci ha regalato il monologo più inutile della storia del Festival, a dimostrazione che essere donne non basta, a volte, devi pure avere qualcosa da dire.

Ma non è questo il punto, mi ripeto, perché se anche noi ci siamo ritrovati involontariamente a chiederci cosa abbia voluto dire Ranieri con quel reiterato “chiamami papà”, perché una battuta ripetuta quattro volte non è più tale, e ci siamo ritrovati a disquisire del body alla Britney Spears di Achille Lauro tanto quanto sul mancato twerking della Lamborghini, passando per l’assenza della maschera di Junior Cally, beh è pur sempre vero che ci siamo decisamente chiesti di più il senso tutti quegli ospiti, della processione da venerdì santo in una piazza Colombo totalmente griffata Nutella, di una scaletta costruita alla perfezione per far cantare Zarrillo e Raphael Gualazzi in orari marzulliani e, soprattutto, rompere le palle a noi che il Festival lo dobbiamo seguire per lavoro.

Poi si dirà che chi vince ha sempre ragione, e che siccome Amadeus sbanca negli ascolti l’ha vinta lui, ma basterebbe fare il calcolo di quanti di noi si sono svegliati nel cuore della notte davanti alla televisione, mentre trasmettevano una partita di biliardo inquadrata con camera fissa dall’alto, un filo di bava a scenderci da un angolo della bocca, come Homer Simpson, per guardare a quei freddi numeri con un po’ meno stupore. Per non dire poi di quanti saranno nel mentre morti di vecchiaia.

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