Salviamo l’orsa condannata all’abbattimento in Trentino: salveremo anche noi stessi

Di Flavio Pagano
Pubblicato il 10 Lug. 2020 alle 13:42 Aggiornato il 10 Lug. 2020 alle 14:01
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Immagine di copertina

Salviamo Mamma Orsa! Cresce il movimento in difesa dell’Orsa condannata all’abbattimento in Trentino

Una mamma con tre cuccioli riposa nel folto di una macchia. Il suo terrore latente è che possa arrivare da un momento all’altro un maschio adulto solitario,  uno di quelli che – brutalità delle leggi di Darwin – sono pronti a sbranare i cuccioli altrui affinché alle madri torni l’estro e possano così accoppiarsi immediatamente con loro, per imporre il proprio DNA. Non è un comportamento insolito. Accade anche fra i leoni, ad esempio, perché l’evoluzione stessa delle specie poggia su questi implacabili meccanismi.

Ma, mentre l’Orsa riposa con la sua famigliola, che quotidianamente sfama, istruisce, protegge, sottovento si avvicinano a lei degli improvvidi escursionisti. Hanno lasciato il sentiero, si sono addentrati nel bosco: nel regno degli animali selvatici. Procedono sottovento e Mamma Orsa se li ritrova improvvisamente addosso. La sua reazione, allora, giustamente, è immediata.

È la madre di quei cuccioli. E non è un caso se quando parliamo del mondo intorno a noi, diciamo Madre Natura. La Natura ha riposto nel femminile quanto di più sacro vi sia nella vita. E sommamente nel caso dei mammiferi, dove la forza del legame parentale che lega la madre ai figli raggiunge l’apoteosi. Ci sono specie, fra gli uccelli ad esempio, che quando un loro piccolo è minacciato da un predatore, combattono fin che possono, poi si ritirano. È un altro modo di interpretare l’evoluzione. Ma non vi passi per la testa l’idea che un’orsa possa fare altrettanto.

Non a caso “Mamma orsa” è un concetto proverbiale. Un totem. È presente da sempre nelle favole, e persino nei cartoni animati: è entrata nel nostro immaginario. Dinanzi alla presenza improvvisa di un estraneo, l’Orsa infatti si difende. Se quegli escursionisti avessero avuto i fucili spianati, non sarebbe cambiato nulla: lei non sarebbe fuggita, si sarebbe battuta con tutte le sue forze e il suo coraggio, per difendere i suoi piccoli.

Così l’Orsa, violata nel suo ambiente, contrattacca e assale gli escursionisti. Loro fuggono. Uno viene raggiunto, colpito, spinto, ferito. Suo padre, con un coraggio non inferiore a quello dell’Orsa (la chiamiamo Orsa, con la O maiuscola, perché JJ4 è umiliante per qualunque essere vivente), interviene. Colpisce a sua volta l’animale, che però a quel punto, assicuratosi di aver neutralizzato l’attacco, con grande saggezza si ritira e scompare fra gli alberi insieme ai cuccioli.

Gli umani riguadagnano il sentiero e tornano a casa. La notizia arriva ai giornali. Scoppia la polemica: “Una belva feroce ha attaccato degli esseri umani”, dicono i fautori dell’abbattimento. “No, ha difeso il proprio territorio e la propria prole”, obiettano i difensori. In verità, questa sentenza di morte suscita orrore. In 14 anni di vita l’Orsa non ha mai dato fastidio a nessuno. Eppure chissà quante volte gli umani hanno dato fastidio a lei… Parliamo continuamente di difendere l’ambiente, di ripopolamento, di tutela, di disciplina, di equilibri naturali, di sostenibilità.

Ma poi, appena accade qualcosa che fa scattare in noi meccanismi primitivi di paura e di sopraffazione, o appena sono in ballo interessi economici, eccoci pronti a dare la risposta di sempre: imbracciamo il fucile. Il presidente della provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ha firmato la condanna a morte per l’Orsa. L’accusa è sconcertante: in pratica, è rea di essere un’orsa. Rea di essere madre. Rea di essere un animale selvatico.

È stato detto: “Un orso che attacca una volta, può rifarlo in qualunque momento”. Eppure quest’Orsa non ha fatto niente di male a nessuno per 14 anni. Il punto è che bisognerebbe preparare culturalmente le persone ad affrontare la montagna, e smetterla di antropizzare selvaggiamente le aree naturali. Anche secondo i forestali “l’Orsa aggredì gli escursionisti per paura”. Uno di loro aggiunge: “L’ordine è di abbatterla, e spareremo: ma lo faremo con le lacrime agli occhi”.

Trappole, fototrappole, dispiego di uomini armati fino ai denti e di tecnologia: la caccia è partita, e l’Orsa è sola contro tutti. Ma la Natura è grande e l’ha provvista di un istinto prodigioso che le ha consentito fino a questo momento di sfuggire alle insidie dell’uomo. Carne sanguinolenta e miele sono le esche. Ma lei, pur affamata, bisognosa di nutrire i cuccioli, intuisce, si scansa, resiste: resiste su quel Monte Peller, a 1700 metri d’altitudine, come vi resistettero al nemico i nostri fanti nelle trincee della Grande Guerra.

L’Orsa è il frutto di migliaia di anni di evoluzione, è una cacciatrice esperta. La selva non ha segreti per lei. Non ragiona come noi, ma, per tanti versi, sa molto più di noi. Alla fine però la prenderanno, e il suo destino sarà quello dell’altro orso che fu condannato a morte e poi “graziato”: M4 (anche lui umiliato dalla sigla alfanumerica). Per lui però la grazia è peggiore della morte: prigionia a vita e castrazione.

È Civiltà questa? Noi diciamo di no. È barbarie. Alessandra Oliva, embriologa padovana che da anni vive in Südtirol, è impegnatissima in difesa dei diritti degli animali e nella tutela dell’ambiente naturale: “Prima per lavoro e poi per amore per la natura”, dice, “sto cercando insieme a tanti altri di tenere viva l’attenzione sulla ‘gestione orso’ in Trentino. Devo dire che il Trentino negli ultimi anni sta molto deludendo. Pensiamo a come viene gestito il Lagorai: un paradiso che rischia di essere rovinato dall’antropizzazione.

Dobbiamo capire una volta per tutte che la natura non è un parco giochi con le funivie e le strade che arrivano direttamente al rifugio (accade realmente) e con gli orsetti impagliati che ti fanno ‘Ciao!’ con la zampina. Siamo ospiti su questa terra e abbiamo il dovere di integrarci con l’ambiente senza manipolarlo. La cultura della montagna che va ricostruita completamente. L’ambiente alpino è pericoloso. È un dato di fatto, ed è del tutto naturale che sia così. Anche uscire a fare skialp è pericoloso. Bisogna essere preparati, e pronti ad assumerci le nostre responsabilità”.

Insomma, dobbiamo essere noi ad adattarci all’ambiente, e non il contrario. Una pretesa che sta portando il mondo alla rovina, anche se noi sembriamo non imparare mai. Tutti possiamo fare qualcosa, per difendere quest’Orsa che ormai è un simbolo di libertà e di affermazione del rispetto dell’altro e della Natura tutta.

Sarebbe grandioso se intervenisse il Presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, così sensibile ai temi dell’ambiente. Sarebbe una straordinaria lezione di civiltà per tutti. Un gesto epocale, se il Presidente “graziasse” l’Orsa. Intanto ovunque cresce un movimento antiabbattimento. E cresce soprattutto quello più duro, che punta a boicottare il Trentino, evitando le sue località e i suoi prodotti. Il danno di immagine per la Provincia di Trento in effetti è enorme. Ed era fatale che fosse così.

Non bisogna mollare. Come farebbe l’Orsa, anche noi non dobbiamo lasciarci intimidire e non dobbiamo arretrare di un millimetro dinanzi ai fucili spianati. Bisogna lottare come farebbe lei: fino all’ultimo respiro. Insieme possiamo farcela. Possiamo scrivere e telefonare alla Provincia di Trento, protestare sui social, far sentire la nostra voce. Nulla è impossibile: salviamo Mamma Orsa. Con lei, salveremo anche noi stessi.

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