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Il piano di Renzi per far perdere il PD in Emilia-Romagna e far cadere il governo

Di Luca Telese
Pubblicato il 17 Gen. 2020 alle 14:15 Aggiornato il 17 Gen. 2020 alle 14:56
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Immagine di copertina
Matteo Renzi

Ma che partita sta giocando in queste ore Matteo Renzi? L’enigma di queste ore non è privo di conseguenze sulla maggioranza e sul governo.

A prima vista la strategia del leader di Italia viva può sembrare un mistero, e le mosse di Renzi in questi mesi possono sembrare apparentemente incomprensibili. Ecco perché ripercorrerle ci aiuta a capire, invece, la logica che le ispira.

Renzi fa nascere il governo giallorosso nell’agosto del 2019 (anche se lui – non va dimenticato – lo voleva a termine), dopo aver totalmente ribaltato la sua posizione di un anno prima: abbandona il verso contro il M5s che aveva favorito Salvini, partecipa alla trattativa con la sua componente, incassa ministri (due) e sottosegretari, e poi il 18 settembre realizza la scissione dal Pd (annunciandola con una intervista a La Repubblica) e senza nemmeno preoccuparsi di trovare un pretesto fondato (perde molte delle sue truppe – che si rifiutano di seguirlo – proprio per questo motivo).

Poi cerca di procacciarsi visibilità con la saga dei “due Mattei”, cercando di prendere luce da Matteo Salvini, concordando un duello televisivo da Bruno Vespa, ma l’attenzione dei media si esaurisce in meno di 24 ore.

Il tentavo di accreditarsi come grande nemico della Lega viene attenuato dalle voci (smentite con decisione) di incontri riservati patrocinati dal vecchio amico Denis Verdini (l’uomo che fu il tramite del celebre incontro segreto – ma poi rivelato – con Silvio Berlusconi).

Renzi non presenta il suo simbolo per le regionali in Umbria, e non partecipa alla campagna elettorale: è assente dalla famosa foto di gruppo dell’alleanza, scattata a Narni, dopo aver dichiarato esplicitamente di non volerne far parte.

Dichiara, abbastanza solennemente, in una intervista al Corriere della sera, di voler svuotare il Pd sul modello di quanto fatto da Emmanuel Macron in Francia (e ottiene di far arrabbiare, comprensibilmente, i suoi teorici alleati).

Finisce nei noti pasticci delle inchieste sulla sua fondazione, e si paragona in un memorabile discorso parlamentare a Bettino Craxi e ad Aldo Moro. Poi combatte contro la rimodulazione dell’IVA.

Quindi si impegna strenuamente contro sugar tax e plastic tax, prosciugando le uniche fonti di gettito della manovra. A questo punto inizia a scoprire che – contrariamente a quanto lui auspicava – il suo partito non sfonda, né nei sondaggi, né nella società: viene quotato sulla linea di galleggiamento faticosa tra il 4 e il 5 per cento.

Quindi Italia Viva si dissocia dall’alleanza di centrosinistra anche in Calabria, malgrado lui dica che la figura di Pippo Callipo non gli dispiace (ma il simbolo sulla scheda, e i voti, non ci sono).

Anche in Emilia Romagna (che pure era stata una regione cardine del suo consenso da leader) sceglie di non presentare il simbolo del partito, e si accontenta di avere delle persone della sua area in una lista civica pro Bonaccini. Domanda: lo fa perché perché teme di prendere il bagno dal punto di vista elettorale o perché non vuole implicarsi sul piano politico?

Ma il bello deve ancora arrivare, con le prime schermaglie sulle altre regioni in cui si voterà: in Puglia Renzi (e i renziani) dichiarano che si impegneranno per far perdere Michele Emiliano. In Campania pongono addirittura veti sulla ricandidatura di Vincenzo De Luca. I

l che è quasi grottesco, perché l’ex premier – come è noto – deve al governatore buona parte del suo successo congressuale al Sud (il 90 per cento a Salerno fece scalpore) e tuttavia non gli perdona le critiche dopo la sconfitta.

Solo in Toscana, dunque, Renzi mobiliterebbe il suo partito al fianco della coalizione che un tempo, con la solita leggerezza, si vantava di aver promosso.

A meno che l’uomo di Rignano non sia impazzito, dunque, bisogna provare a comprendere la sua strategia. E se la scelta di non presentarsi come abbiamo visto è in parte dovuta al rischio di contarsi (e quindi di apparire irrilevante) e al desiderio di alimentare il bluff sulla reale consistenza di Italia Viva, c’è sicuramente un altro calcolo che l’ex sindaco di Firenze sta meditando.

Non implicarsi nell’alleanza ha un unico effetto reale sulla collocazione del suo partito: gli permette di attrarre frammenti di mondi italoforzisti e centristi allo sbando, personale politico senza rotta e senza casa.

In questo scenario l’unico spazio politico libero che resta non è “alla destra della sinistra”, ma pur sempre nella coalizione, quanto fuori dal centrodestra e fuori dal centrosinistra, in una posizione né-né, che gli consenta di attrarre tutti i delusi: è lo spazio che fu occupato con grande successo da Umberto Bossi dopo lo storico ribaltone del 1995 (arrivando al 10 per cento), e che anche Pier Ferdinando Casini (declinandolo in una variante centrista e neodemocristiana) riuscì ad occupare dopo la rottura con Berlusconi con la sua Udc. Allora a Casini riuscì l’impresa di superare lo sbarramento e raccogliere il 6,76 per cento.

E qui c’è l’altro nodo che spiega le scelte di parziale dissociazione di queste ore. La legge elettorale: Renzi ha bisogno che l’asticella resti bassa, per poter attrarre voti e candidati con la potenziale di un quorum raggiungibile.

Ecco perché una legge varata da PD e M5s sulla base dei termini di cui si discute oggi (soglia al 5 per cento) renderebbe molto più difficile l’impresa. Quindi, se il governo saltasse per via di una sconfitta in Emilia Romagna, Italia Viva potrebbe ottenere due risultati: correre con il vecchio sbarramento al 3 per cento, contarsi per la prima volta in una campagna per le elezioni politiche (dove il radicamento territoriale conta meno, e dove potrebbe spendere l’indubbia capacità mediatica di Renzi).

Certo, con questi numeri perderebbe parte rilevante della sua forza parlamentare, e anche la possibilità di influire sul governo. Ma il sogno di arrivare al voto, magari dopo aver staccato la spina, alimenta la sua vocazione più profonda: quella del giocatore di poker, che preferisce rischiare tutto, alzando la posta nel piatto, e retando al centro della scena.

Solo così si spiegano tutte le mosse, apparentemente incoerenti, di questi mesi.

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