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Invece di risolvere il problema Covid in maniera globale abbiamo globalizzato il problema

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Pandemia globale Credits: Flikr

La pandemia è globale, ma le scelte politiche per arginarla restano locali. Questo è il problema. Ogni Nazione si muove in maniera autonoma, adottando diverse strategie per bloccare la diffusione del virus e il conseguente collasso della sanità e dell’economia.

Non abbiamo ancora capito che il problema, frutto della globalizzazione esasperata, va combattuto con le stesse armi che lo hanno causato: la diffusione capillare di un modello globale. E invece ci troviamo, dopo più di un anno, a inseguire un ritorno alla normalità in ordine sparso, ognuno con la propria strategia fallimentare, figlia di debolezze endemiche secolari, che ci allontanano dalla soluzione, svelando tutta la nostra inadeguatezza.

Nessuno si preoccupa, se non per mera propaganda autoreferenziale, di vedere oltre l’hortus conclusus dei confini nazionali, se non, addirittura, regionali. E così, quando all’inizio della pandemia gli stati asiatici affacciati sul Pacifico sfoderavano una gestione impeccabile del problema, nessuna delle democrazie occidentali ha pensatodi adottare le stesse misure vincenti e a colpi di politically correct sono state travolte una dopo l’altra dallo tsunami Covid-19.

Mentre la Corea del Sud e Taiwan applicavano una politica a tolleranza zero in merito alle disposizioni di gestione della pandemia, facendo registrare numeri di contagi e decessi a due cifre, in Europa e in America ci si interrogava sulla costituzionalità dell’obbligo di indossare le mascherine o di chiudere le frontiere, mentre la triste conta dei decessi e dei contagi raggiungeva picchi a quattro o cinque cifre.

Per salvaguardare il feticcio dei diritti acquisiti in secoli di battaglie, l’Occidente ha preferito tutelare le tanto strombazzate libertà individuali, in sfavore di regole severe che permettessero di arginare l’ondata pandemica, che ci ha poi travolto. Non abbiamo voluto prendere in considerazione gli esempi virtuosi che arrivavano dalla Corea del Sud, da Hong Kong o da Taiwan per contrastare il virus, ma abbiamo preferito impostare un modello occidentale, in difesa della privacy e delle libertà individuali, che si è poi rivelato fallimentare.

Ancora adesso, a distanza di più di un anno, ogni Stato procede in ordine sparso, ignorando i modelli vincenti di contrasto del virus adottati dalle altre Nazioni e dipende dalle scelte fatte in materia di ordinativi dei vaccini. Che, a dirla tutta, sembrano essere davvero risolutivi in Israele (ieri 171 nuovi contagi e 6 decessi) e nel Regno Unito (2900 contagi e 4 decessi), dove i vaccini vengono inoculati senza tregua, grazie ad accordi blindati o alla produzione nazionalizzata e soprattutto, grazie a un contemporaneo lockdown severo. Mentre risultano controproducenti nei paesi costretti a dipendere da consegne a singhiozzo, che influenzano in negativo, con i continui ritardi, i piani vaccinali.

Sembra incredibile, ma adesso, anche Paesi virtuosi come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud, sono condizionati dalla lentezza nella distribuzione dei vaccini. L’Australia, con 37 nuovi casi registrati e zero decessi al 19 aprile, reclama l’arrivo delle tre milioni di dosi mancanti promesse da Astrazeneca, mentre continua a tenere chiuse le sue frontiere (tranne che ai neozelandesi) e annuncia che la popolazione non sarà vaccinata totalmente prima della fine dell’anno.

In Giappone, alla vigilia delle prossime Olimpiadi, più del 70 per cento dell’opinione pubblica, stanca di un anno di chiusure, crede sia opportuno posticiparne l’inizio, anche a causa della scarsità di vaccini, frutto della pessima negoziazione contrattuale (forse peggiore anche dell’Unione Europea) e a una nuova recrudescenza dei contagi, che sono tornati a toccare quasi quota 5000. 

Invece di risolvere il problema in maniera globale abbiamo globalizzato il problema. Invece di emulare i rigidi piani vaccinali israeliani e inglesi, continuiamo a procedere in ordine sparso, con frontiere pressoché aperte, sgangherati contratti di acquisto delle dosi vaccinali e lockdown sfilacciati che non fanno altro che allungare il brodo.

Da una parte all’altra del Globo la storia è sempre la stessa: timide chiusure e lente campagne di vaccinazione. Dal lockdown ibrido della Francia, dove la terza ondata si sta affievolendo, anche grazie alla chiusura delle scuole e al coprifuoco alle 18 instaurato all’inizio di aprile, alla confusione della Corea del Sud che dopo aver somministrato poche decine di migliaia di dosi nel primo trimestre del 2021, si ritrova con circa 500 casi (per loro un’enormità) e chiede aiuto agli USA per ricevere eventuali dosi in esubero, grazie a un contratto “swap”, con il quale restituirebbe le dosi ricevute nel momento del bisogno – cioè adesso- in un secondo momento.

Ad oggi sono più di 900 milioni le dosi di vaccino consegnate, ma per essere tranquilli le 12 dosi attualmente inoculate ogni cento persone dovrebbero diventare almeno 180. Perché le dosi sono due e per coprire cento persone ce ne servono 200…

E poi ci siamo noi, che in tutto questo marasma, con una variante brasiliana presente al 20 per cento nel Lazio e al 30 per cento in Umbria (stime basate su poche migliaia di sequenziamenti, altro problema da risolvere prima di subito), abbiamo pensato bene di emulare il modello sardo. Apriamo adesso per chiudere a giugno.

Leggi anche: 1. Draghi a TPI: “Faremo debito buono. Stellantis? Dossier non è aperto”; // 2. Come cambia il colore delle regioni: Campania in zona arancione, la Sicilia evita il rosso; // 3. Dal 26 aprile ristoranti aperti anche a cena, tornano i cinema: arriva il “giallo rafforzato”; // 4. Draghi: “Dal 26 aprile torna la zona gialla. Riaprono scuole e attività all’aperto”

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