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Non è cambiato nulla perché tutto cambi (di G. Gambino)

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La rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica ha segnato forse il punto più basso dei partiti. Non della politica (temporaneamente commissariata dai tecnici) ma dei leader e dei loro gregari incapaci di trovare una figura politica in grado di sostituire linquilino uscente del Quirinale. Per un bizzarro contrappasso della storia di questa Repubblica sono stati i grandi elettori ad aver acclamato e trascinato fisicamente Mattarella alla ri-elezione, quelli che chiamavano peones o franchi tiratori divenuti responsabili nello spazio dun mattino pur di maturare il vitalizio di legislatura e di percepire lo stipendio per un altro anno. Ma non solo: questi liberi pensatori”, con la loro forzatura, hanno avuto un altro inconsapevole merito, quello di aver terremotato i già labili equilibri che reggevano i rapporti fra le coalizioni politiche. Difficile dire se questo Big Bang servirà davvero a riparare il rottame politico, del resto a nulla servì il rimprovero di Napolitano quando fu lui a essere ri-eletto. Con la credibilità ai minimi storici, in politica oggi esistono al limite persone per bene ma non certo bravi politici. I meno peggio fiutano carriere e guadagni al di fuori del recinto politico e diventano lobbisti o affaristi. Gli altri sopravvivono.

Idee, valori, grandi discorsi: latitano da troppo tempo ormai. E forse la colpa non è solo dei partiti ma anche della società attaccata al potere per il potere, e senza una coscienza civica che esiga e demandi alla politica sempre più anziché il contrario.

Prendete la ri-elezione di Mattarella: nei giorni del voto il Paese era sospeso perché il Palazzo non è stato capace di compiere una scelta politica, e la scollatura con il mondo lì fuori appariva drammaticamente plastica. Due mondi paralleli che non comunicano. Andreotti almeno riceveva i suoi elettori, questi di oggi chiedono le domande prima di fare una intervista per paura di apparire impreparati.

La conferma del Capo dello Stato in realtà era lunica opzione percorribile già da tempo, tenuto conto dellinstabilità del sistema politico e della incapacità dei partiti di mettersi daccordo. Lo sapevano un potutti. Eppure, chi per custodire il sogno di una vana speranza, chi per disonestà o convenienza, negli ultimi mesi ci hanno raccontato che senza Draghi al Colle lItalia sarebbe naufragata. Li abbiamo chiamati i signori del Draghistan, o della Draghicrazia. Ma la sua elezione al Quirinale era impossibile sin da quando a Natale aveva deciso di auto-candidarsi. Non avesse optato per quella scelta sarebbe stato eletto senza colpo ferire. Meriterebbe una piccola tesi la sindrome del suicidio politico che colpisce in modo ricorrente i leader italiani a un certo punto della loro carriera. E invece, anche per lui, non era cosa. Lo aveva del resto già annunciato il Financial Times: SuperMario è un candidato ideale per il Colle, ma se lItalia vuole continuare nella sua sfilza di riforme (di cui finora però non abbiamo evidenza) sarebbe meglio che rimanga a Palazzo Chigi. Quello è stato il più forte endorsement a Mattarella. Il punto di non ritorno. Il mantenimento dello status quo.

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