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Murale dedicato a un baby rapinatore ucciso: Napoli sta perdendo il confine tra crimine e legalità

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Il murale dedicato a Ugo Russo a Napoli. Credit: Ansa

Napoli è una sorta di “acceleratore”, meraviglioso e folle, nel quale i sentimenti umani si esprimono in condizioni estreme. Ma a volte la velocità è tale, che la città sbanda: come nel caso del murale dedicato al baby rapinatore Ugo Russo, freddato da un carabiniere durante un tentativo di rapina.

Un murale che in qualche modo sembra avallare l’intero sistema sociale (e criminale) che quel ragazzo ha mandato a morire, indicando in lui non una vittima di quel sistema stesso, ma del carabiniere che gli ha sparato. Cioè dello Stato. Gli abitanti del quartiere che ospita l’opera hanno raccolto un migliaio di firme di artisti, scrittori, intellettuali, persino ex magistrati che, sostenuti dal Sindaco, la difendono.

Ma il Prefetto ha ordinato di cancellarla, e un’altra Napoli reclama il diritto a esprimere il proprio punto di vista: “Sabato 27 febbraio”, anticipa a TPI Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale di Europa Verde, da anni impegnato in una lotta senza quartiere all’illegalità, “dedicheremo due iniziative all’unica vera vittima della notte in cui fu ucciso il rapinatore quindicenne Ugo Russo: Irina, vittima di femminicidio, morta mentre amici e parenti di Russo sfasciavano il pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini di Napoli”.

Alla manifestazione parteciperà anche Eduardo Di Napoli, il giovane barista a cui il racket incendiò il bar per non essersi piegato. “Dopo aver annunciato di voler pagare le spese dei danni arrecati”, continua Borrelli, “gli autori del bestiale raid si sono tirati indietro, forse i soldi servivano per realizzare altri omaggi abusivi alla criminalità”. In queste parole terribili, “omaggi abusivi alla criminalità”, si sintetizza il dramma di una città che sembra aver perso ogni riferimento.

La cronaca continua a raccontare di una gioventù bruciata e violenta, di pestaggi, aggressioni, omicidi con protagonisti adolescenti. L’ombra di comportamenti criminali che viaggiano veloci sui social, si allunga sulla quotidianità perduta di una generazione senza regole. Eppure la tutela delle ragioni di chi delinque, sembra destinata sistematicamente a prevalere su quella di chi il crimine invece lo subisce.

Fin quasi a procurare, nel sentire comune della gente, la rassegnata sensazione di una involontaria ma micidiale collusione fra uno Stato imbelle e incapace, e una criminalità sempre più impunita e arrogante. Ed ecco che la città, invece di unirsi, si spacca. Napoli è una “ciudad sin ley”, scriveva qualche tempo fa un quotidiano spagnolo, ma il vero problema sembra la rimozione collettiva che i napoletani attuano dei loro problemi.

Le coltellate sul lungomare di sabato scorso, quando altri adolescenti si sono affrontati all’ultimo sangue in pieno giorno, è l’ennesimo episodio finito nelle pagine di una cronaca monotona. E tutto viene diluito dal grande nemico di questa città: una narrativa autocommiserativa che impedisce di vedere la realtà, e per la quale il Nord Italia sarebbe costantemente impegnato in una sorta di complotto antinapoletano.

Infatti, mentre Gomorra trionfa, non manca chi fa campagne di sensibilizzazione per sostituire alla statua di Garibaldi, quella di Totò… “Porteremo dei fiori sulla panchina rossa dedicata a Irina”, continuano Borrelli e Di Napoli, “e ringrazieremo i medici con tutto il personale sanitario, ricordando tutte le persone scomparse a causa della criminalità organizzata, le sole a cui dovrebbero essere dedicati gli omaggi pubblici. Alle 13 saremo alla caserma dei Carabinieri ‘Pastrengo’ per fare un lungo applauso a tutti gli uomini delle Forze dell’ordine che si sacrificano per la nostra terra. Caserma che fu presa d’assalto a colpi di pistola sempre dagli amici e dai parenti di Ugo Russo, quelle stesse persone che adesso scendono in piazza per sostenere la realizzazione dei murales criminali”.

“Chiediamo supporto alla Napoli vera, alla gente perbene, quella che ripudia il modello sociale delinquenziale e abbraccia quello della civiltà e dell’onestà. Ma è bene sottolineare che non si tratta di qualcosa in contrapposizione alla manifestazione organizzata per salvare il murale di Ugo Russo. Anzi, noi con quel modo di pensare non c’entriamo nulla e troviamo inaccettabile che una parte della nostra città elevi come modello culturale i rapinatori o addirittura idolatri un boss come Cutolo. Noi siamo per la legalità, sempre e lo vogliamo ribadire pubblicamente”.

Già, “la gente perbene”, invoca Borrelli. E ce n’è tanta, sicuramente la stragrande maggioranza: ma che non fa notizia. Gente che crede nelle Forze dell’Ordine e odia la camorra, ma che resta impantanata nell’incapacità di ritrovare, anche sul piano civile, quello slancio che la contraddistingue in altri campi. Napoli è fucina di letteratura, domina la scena della fiction italiana, è grembo inesauribile di idee, ma poi quasi tutto si perde nell’ossessiva lotta al cosiddetto “sputtanapoli”, la teoria che vorrebbe appunto la città eterna vittima di un complotto universale.

Il che, occasionalmente, intendiamoci, può anche accadere. E accade. Ma che non può e non deve mai diventare assolutorio delle proprie secolari e conclamate “colpe”. “Il problema non è se murale e serie televisive, tipo Gomorra”, spiega ancora a TPI Francesco Bellofatto, docente di Prevenzione del Cyberbullismo, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, e co-autore di libri sul tema, come ‘Lo scarto’ e ‘La mia paranza’, “propaghino modelli violenti, ma l’assenza di un mediatore, e la Scuola, da sola, non basta, in grado di sviluppare una capacità critica nei giovani, tale da permettergli di distinguere il confine tra finzione e realtà, tra il bene e il male”.

“La realtà cittadina è molto più complessa rispetto alla visione di chi liquida frettolosamente questi fenomeni, facendone un distinguo pericoloso dalla criminalità organizzata, ben radicata in tutti i quartieri e nei principali centri dell’area metropolitana. La risposta delle istituzioni è debole. Manca un dialogo con la società civile. Il problema delle baby gang ci riguarda tutti. Perché ormai il linguaggio della violenza ha contaminato anche ambiti che con la camorra nulla c’entrano”.0

I principi del recupero sociale di chi delinque sono sacri. Lo Stato non può diventare un giustiziere. Ma il maternalismo oltranzista della retorica che respinge l’esistenza stessa del male, che assolve il giovane in quanto tale, che assicura impunità a chi ha spezzato un’altra giovane vita, e abbandona nella solitudine e nel dolore i suoi cari, rischia di corrodere il concetto stesso di legalità, e di cancellare ogni confine fra lecito e illecito, trascinando Napoli in un caos senza ritorno.

Un caos che annuncia, come aveva intuito con molti anni di anticipo Giorgio Bocca, quello in cui l’intero Paese rischia presto di venirsi a trovare.

Leggi anche: Chi era Ugo Russo, il 15enne ucciso a Napoli da un carabiniere durante una tentata rapina

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