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Meno lavoro, più tempo libero: come sarà la nostra vita nel 2040

Immagine di copertina
Credit: Djamila Grossman/The New York Times

Il sociologo Domenico De Masi racconta come cambierà il mondo del lavoro nei prossimi vent’anni

La pandemia, come un docente severo in un seminario mondiale, ha cercato di insegnarci tante cose: un nuovo rapporto tra tempo e spazio; la consapevolezza che il mondo è davvero globalizzato; la differenza irriducibile tra necessario e superfluo; l’acuirsi delle disuguaglianze; il disagio degli anziani, dei clandestini, degli homeless; l’esigenza di uno Stato previgente e autorevole; la necessità di un’informazione né carente né ridondante; la fortuna di avere un welfare generoso; il primato della socialdemocrazia sul neo-liberismo; la stravaganza dei No vax. Moltissimo la pandemia ci ha insegnato sul lavoro e i suoi problemi. Negli ultimi vent’anni, mentre il progresso tecnologico faceva passi da gigante e altri Paesi d’Europa faceva ampio ricorso allo smart working, l’Italia procedeva a rilento e il lavoro agile aumentava al ritmo irrisorio di circa 30mila nuovi addetti all’anno.

Ci sono voluti due decreti perché, in una decina di giorni, i telelavoratori schizzassero da 600mila a 7 milioni. Se si fosse proseguito con il ritmo precedente, per raggiungere questo risultato ci sarebbero voluti 210 anni. Nel 1901 gli italiani erano 40 milioni e durante quell’anno lavorarono 70 miliardi di ore, oggi siamo 60 milioni e in un anno lavoriamo 40 miliardi di ore. Nel 2040 un microprocessore sarà centinaia di miliardi di volte più potente di quello attuale; la “nuvola” informatica avrà trasformato il mondo in un’unica agorà: tele-apprenderemo, tele-lavoreremo, tele-commerceremo, ci tele-divertiremo. Tele-ameremo. Queste previsioni fanno ipotizzare che nel giro dei prossimi vent’anni potremo produrre tutti i beni e i servizi che ci servono impiegando solo i tre quarti dell’energia umana usata oggi. Si impone, dunque, un quesito: come cambia una società fondata sul lavoro quando il lavoro viene a mancare?…

Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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