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La liturgia laica del mea culpa in politica (di S. Mentana)

Immagine di copertina
Credit: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

“Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”: è questa la frase contenuta nel Confiteor, accompagnata da tre colpi di pugno sul petto, con cui i fedeli cattolici riconoscono i propri peccati. Un passaggio liturgico che lascia così poco spazio alle interpretazioni al punto da essere divenuto sinonimo generico di pentimento, anche a fronte di responsabilità e prese di posizione del mondo secolare.

L’ultimo mea culpa che ha fatto discutere è stato quello del ministro degli Esteri Luigi Di Maio di fronte all’assoluzione dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti (del Partito Democratico), messo agli arresti domiciliari nel 2016 con l’accusa di turbativa d’asta per la gestione di due piscine all’aperto e ritenuto solo in questi giorni innocente, perché il fatto non sussiste.

Il mea culpa di Di Maio, come noto, ha riguardato il contributo alla gogna mediatica di Uggetti da parte del Movimento Cinque Stelle, un contributo avvenuto con modalità che lo stesso Di Maio ha definito nella sua lettera al Foglio “grottesche e disdicevoli”. I pentastellati erano all’epoca un partito che potremmo sotto molti aspetti definire anti-sistema, contrario alla partitocrazia, ma oggi è cambiato: è un partito di governo, di un governo di larghe intese, e mantiene un dialogo privilegiato col PD. Le cose sono cambiate, i modi sono cambiati, ed è arrivato il tempo dei mea culpa.

Il mea culpa della liturgia cristiana, dicevamo. L’ammissione della propria colpa, ciò che permette la sua espiazione, e la riabilitazione dell’anima, se Dio vuole. Allo stesso modo, il mea culpa secolare e laico, con l’ammissione di colpa rappresenta il passo per espiare la propria responsabilità agli occhi, in questo caso, di chi ritraeva Di Maio come un forcaiolo. E in questo caso, un’espiazione di una posizione politica che al nuovo Di Maio, uomo di governo, non sta più bene.

Le posizioni politiche, infatti, cambiano, è nella natura delle cose: il mondo cambia, e la nostra percezione e le nostre idee su come affrontare i problemi cambiano con esso.  E anche i politici più affermati devono scontrarsi con questa realtà, e rivedere il loro pensiero. Tuttavia, per un politico i cambi di prospettiva vanno giustificati, e per farlo serve un percorso, che passi per il mea culpa. Ma Di Maio non è né il primo né l’ultimo a compiere questo passaggio.

Forse c’è un filo conduttore in tutto questo: l’espiazione. Questa non è una punizione, ma una riparazione, che vede nel mea culpa, religioso o secolare che sia, il punto di partenza, l’ammissione di un peccato commesso, o il pentimento per una posizione presa in passato,  e dopo il quale è necessario mostrare che la consapevolezza dell’errore è sincera, e che si ha diritto a una nuova possibilità. La stessa seconda possibilità che i forcaioli, troppe volte, negano.

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