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Ma quanto si lagna Fontana? Il governatore della Lombardia usa il virus per fini politici

Di Luca Telese
Pubblicato il 3 Apr. 2020 alle 13:16 Aggiornato il 3 Apr. 2020 alle 15:39
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Immagine di copertina
Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana in conferenza stampa, Milano, 2 Aprile 2020. Credit: ANSA/Marco Ottico

Lombardia, Fontana usa il Coronavirus per fini politici (di Luca Telese)

Ma quanto si lagna Attilio Fontana? Non la sua giunta, non i suoi compagni di partito. Non certo i lombardi eroici in queste ore, ma lui, proprio lui. Il governatore della Lombardia, con il suo sguardo torvo ed il suo tono inutilmente apocalittico continua nel tentativo disperato di politicizzare l’emergenza virus, di trasformare il Corona in una occasione per predicare una sorta di secessionismo sanitario. Fontana chiama di continuo a raccolta “i lombardi” per nuove crociate, cerca di inventare una identità etnica a mezzo posto letto, si esercita in ogni occasione possibile nel tuonare contro lo stato centrale, contro il governo, contro la Protezione Civile senza tenere più il benché minimo contegno istituzionale.

In conferenza Stato-Regioni, però, quelli che fanno la voce grossa si sono opposti alla sacrosanta scelta di trasparenza del governo, che ha deciso di rendere pubblico sui siti istituzionali i quantitativi di aiuti e rifornimenti distribuiti in queste ore. Per capire come non sia una questione politica sarebbe bastato seguire la puntata di Cartabianca di martedì, ospite Luca Zaia. Dal presidente della Regione Veneto non è arrivata una sola parola di lamentela contro il governo centrarle. Non una sola polemica. Non una recriminazione.

Forse perché Zaia ha azzeccato le scelte strategiche con cui ha affrontato l’emergenza (è stato il primo a puntare tutto sui tamponi, gliene va dato atto), forse perché è più sicuro di sé, forse perché è terribilmente efficiente, forse perché non è minimamente preoccupato dall’idea che i suoi cittadini possano essere insoddisfatti del suo operato. Lo stesso ragionamento si potrebbe fare per Alberto Cirio, governatore del Piemonte, e anche per Giovanni Toti, che ha fatto sì i suoi distinguo, ma senza mai rifugiarsi nella geremiade e nella strumentalizzazione politica. Adesso non cadrò nell’errore inverso e speculare, in quello cioè di esercitarmi nella caccia pesante alle tante magagne della giunta della Lombardia in questa emergenza.

Ma il tentativo di trasformare l’ospedale della Fiera in una battaglia della guerra di Indipendenza contro Roma, va detto, è tanto scoperto quanto plateale e risibile. Così come è grottesca l’idea di dipingere la propria regione come “abbandonata”. Proprio ieri, fra l’altro, quando con un gesto di solidarietà straordinaria da tutta Italia, il governo ha completato il trasloco in Lombardia dei primi due contingenti di medici volontari arruolati dalla Protezione Civile. Hanno fatto il tampone al Celio, hanno dormito nelle caserme della Protezione Civile, hanno volato con gli aerei della Guardia di Finanza, vengono trasferiti da convogli delle forze dell’ordine, con uno sforzo corale che coinvolge tutti i corpi e tutti i livelli dello Stato: una orchestra sinfonica della solidarietà.

E sono tremila i medici e settemila gli infermieri. Perché non parla di loro, Fontana? Perché non dice che un terzo di tutti i respiratori acquistati dal governo sono stati (giustamente) destinati in Lombardia? Perché non aggiunge che quando Guido Bertolaso (giustamente) anche dopo questa ripartizione, ha detto “me ne servono di più” al ministro Francesco Boccia gli ultimi trenta respiratori acquistati (venivano dalla Russia), già assegnati ad altre destinazioni, sono stati (giustamente) dirottati sull’ospedale della Fiera? Ma chi mai direbbe “questo ospedale lo abbiamo fatto da soli noi umbri” o “noi pugliesi” o “noi laziali”? (Ci mancherebbe altro).

Quanto è patetica e grottesca questa ansia caricaturale di mettere il timbro, lo scudetto, la bandierina, l’aggettivo “etnico” su ogni cosa. Quando ho ricordato queste cose all’assessore Gallera – ieri sera a PiazzaPulita – giustamente non ha fiatato. Non ha negato, cioè, uno solo di questi dati (come era ovvio) e non ha speso una sola parola (saggiamente) per difendere il suo presidente piangente. Mica scemo. Però una cosa importante la voglio aggiungere: tra i volontari che si erano presentati per andare ad aiutare in Lombardia c’era un medico del Sud di 81 anni, che (per ora) è stato scartato, insieme ad altri ultra-settantenni, allo scopo di evitare di mettere a rischio uomini potenzialmente più vulnerabili al virus per la fascia anagrafica di cui fanno parte.

Bisognerebbe spiegare al lagnoso Fontana che quest’uomo, e gli altri come lui, quando si è presentato era di certo consapevole che avrebbe corso un rischio aggiuntivo rispetto ad un collega più giovane. Tutto gli consigliava di non rispondere all’appello d di restare a casa. Tuttavia questo medico non ha esitato a comunicare alla Protezione Civile la sua disponibilità, non per aiutare “i lombardi”, che non esistono, ma gli italiani che abitano in Lombardia, che tutti noi amiamo, al pari degli altri italiani di ogni altra regione. Cittadini che sono nostri fratelli, malgrado le lagne del governatore che si è ritrovato alla guida della Regione in un momento così drammatico.

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