L’Italia va (letteralmente) ricostruita. Ma il governo non ha un piano

Di Enrico Mingori
Pubblicato il 30 Apr. 2020 alle 11:21
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Investimenti pubblici: il maxi-piano di cui l’Italia ha disperatamente bisogno

Immaginate di essere l’amministratore di un condominio vecchio e malandato. L’ascensore non c’è, ogni mese si rompe una tubatura, il cornicione perde i pezzi. E nelle cantine scorazzano i topi. Non avete scelta: il vostro palazzo ha bisogno di una corposa ristrutturazione. Ve lo dicono tutti, ve lo dicono da anni. Ma adesso non c’è più tempo: la città sta per essere investita da un tornado distruttivo e, se non correte in fretta ai ripari, il vostro condominio sarà raso al suolo. Fine della metafora. Come avrete facilmente capito, il condominio di cui parliamo si chiama Italia, il tornado è la crisi economica provocata dall’emergenza Coronavirus e la ristrutturazione di cui lo stabile ha disperatamente bisogno sono gli investimenti pubblici. Perché paragoniamo l’Italia a un condominio vecchio e malandato? Basta ripercorrere le cronache degli ultimi anni: terremoti, alluvioni, ponti che crollano, disastri ferroviari, opere incompiute, periferie dimenticate, scuole disastrate, ospedali al collasso… E potremmo continuare. Insomma, l’Italia ha urgente bisogno di un maxi-piano di investimenti pubblici. Ne ha bisogno da anni ma oggi ne ha ancora più bisogno.

Coronavirus: la crisi peggiore dal dopoguerra
L’emergenza Coronavirus provocherà probabilmente la peggiore crisi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi un lavoratore su due in Italia è senza reddito, migliaia di imprenditori guardano con sfiducia – se non addirittura con terrore – ai prossimi mesi e anni. Il Ministero dell’Economia stima per il 2020 un crollo del Pil dell’8%, record negativo nella storia repubblicana, con un deficit che arriverà al 10,4% del Pil e un debito pubblico che schizzerà quasi al 156% del Pil. Numeri mai visti prima, numeri da cui sarà difficile rialzarsi. E gli interventi messi a punto finora dal Governo non bastano.

Investimenti in infrastrutture: un volano per l’occupazione
Come ha sottolineato il presidente di Saipem Paolo Andrea Colombo sul Corriere della Sera del 27 aprile, “pur essendo necessarie e prioritarie, le misure a favore delle famiglie e a sostegno della liquidità delle imprese non sono sufficienti. La risposta pubblica deve innescare un processo di ristrutturazione dell’economia, con un piano strategico di investimenti per rinnovare le infrastrutture del Paese”. Le infrastrutture sono il primo asset su cui bisognerebbe investire. Innanzitutto intervenendo sulla rete esistente: la stragrande maggioranza delle nostre strade e dei nostri ponti e reti ferroviarie sono state pensate e realizzate decenni fa, quando il traffico e il trasporto merci avevano altri volumi e altre esigenze. Ma occorrerà anche potenziare questa rete con interventi mirati, necessari soprattutto in certe aree del Sud.

Oltre a migliorare le interconnessioni e la competitività del Paese, un maxi-piano di investimenti sulle infrastrutture sarebbe un fenomenale volano di occupazione. Secondo uno studio del 2019 dell’Ispi, “le infrastrutture hanno la capacità di determinare una discontinuità positiva nella crescita economica dei paesi attraverso effetti diretti e indiretti. La realizzazione di un’infrastruttura fa aumentare il Pil e crea posti di lavoro, mentre la sua disponibilità può aumentare la produttività e promuovere sia la competizione sia la cooperazione”.

Territorio fragile, ma anche sanità, scuole, trasporti
Non solo strade, ponti e ferrovie, però. Un serio piano infrastrutturale non potrebbe non comprendere anche robusti interventi per la messa in sicurezza del territorio e degli edifici (almeno quelli pubblici): non si contano i morti provocati dalle calamità naturali degli ultimi anni. Ogni volta, lo Stato deve intervenire per risarcire i danni e assistere gli sfollati. Se consideriamo solo i tre terremoti più distruttivi – quello del 2009 in Abruzzo, quello del 2012 in Emilia e quello del 2016 nel Centro Italia –, parliamo complessivamente di circa 37 miliardi di euro. Più o meno l’equivalente di nove anni di reddito di cittadinanza. Non è forse meglio prevenire, che curare? E poi – detto di strade, ponti, ferrovie, messa in sicurezza del territorio e degli edifici (almeno quelli pubblici) – sarebbe ora di tornare a investire in sanità, scuola e trasporti: ferite aperte per il nostro Paese, come stiamo vedendo nell’emergenza Coronavirus. Insomma, l’Italia è un Paese (letteralmente) da ricostruire.

Investimenti pubblici: il crollo

Nel 2009 gli investimenti pubblici rappresentavano il 3,7% del Pil, nel 2019 siamo scesi al 2,3%. In Europa solo Portogallo e Irlanda spendono meno di noi. E senza il traino del pubblico arranca anche il privato. Uno studio elaborato dall’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, ha messo a confronto il Pil italiano del 2008 con quello del 2018 e ha riscontrato un calo di 10 miliardi di investimenti pubblici e di addirittura 21 miliardi di investimenti privati. Nel 2019 – va detto – sembra esserci stata un’inversione di tendenza che lascia ben sperare: gli investimenti pubblici sono aumentati del 7,2% rispetto all’anno precedente: le spese di contrasto al dissesto idrogeologico, ad esempio, sono quasi raddoppiate (da 698 milioni di euro a 1,3 miliardi). Ma ora serve un cambio di passo deciso e costante nel lungo termine.

Dove prendiamo i soldi per investire?

Si dirà: d’accordo investire, ma dove li prendiamo i soldi? Innanzitutto, spendendo meglio e per intero tutti i finanziamenti che ci arrivano ogni anno dall’Unione europea. E poi, certo, aumentando la spesa in deficit. A Bruxelles sarebbero molto più tolleranti di quel che forse si immagina: un conto è aggravare il proprio passivo per dare il bonus degli 80 euro o lanciare Quota 100, un altro è farlo per sostenere investimenti. In altre parole: l’Europa si irrita se andiamo in rosso per comprarci una nuova televisione, ma se spendiamo quei soldi per comprarci un trattore (che ci sarà utile per coltivare la terra) sarà molto più benevola. A questo si aggiungano le misure straordinarie e l’allentamento dei vincoli varati per l’emergenza Coronavirus, dallo stop al Patto di Stabilità europeo al piano di acquisto di titoli da parte della Bce fino a ai vari Mes, Sure, Recovery Fund e, soprattutto, alle linee di credito che saranno concesse dalla Bei (la Banca europea degli investimenti). Sì, i soldi si possono trovare.

Tutti d’accordo
Un maxi-piano di investimenti pubblici troverebbe fra l’altro tutti d’accordo: Confindustria, sindacati, associazioni di categoria, accademici lo invocano da tempo. E porterebbe pure consenso elettorale, dato che si creerebbero nuovi posti di lavoro. Anche l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ne ha sottolineato l’urgenza in questa intervista a TPI: “Bisogna muoversi rapidamente: bisognerebbe pensare già adesso a come rilanciare gli investimenti pubblici”, ha detto. E allora non si capisce davvero perché, negli ultimi dieci anni, nessun governo ci abbia mai lavorato. Anziché progettare l’Italia del domani, i vari esecutivi che si sono succeduti sono annegati nelle beghe del quotidiano e si sono persi dietro a slogan assurdi e inutili.

Investimenti pubblici: la promessa del Governo

Intervistato dal Corriere della Sera alcune settimane fa, il premier Giuseppe Conte ha finalmente promesso “un’opera di sblocco di investimenti pubblici mai vista prima, per alcune decine di miliardi di euro”. “Di sicuro sarà il più grande provvedimento degli ultimi decenni in termini di semplificazione delle procedure e degli investimenti, una cosa che nessuno ha mai realizzato prima e di cui l’Italia ha un bisogno quasi disperato, oggi più che mai”, ha annunciato il premier. “Ci stiamo lavorando giorno e notte nonostante l’emergenza, penso fra due settimane saremo pronti per firmarlo”. Era il 19 marzo, sono passate sei settimane e di quel piano non si è più parlato. Attendiamo fiduciosi, ma il tempo sta per scadere.

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