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Con la querela a Salvini Ilaria Cucchi non sta difendendo solo Stefano ma i diritti di tutti noi

Immagine di copertina
Ilaria Cucchi. Credit: Ansa

Non lo ha querelato per difendere se stessa e la propria famiglia, e neppure (non solo almeno) per difendere il fratello dall'ennesima calunnia postuma. Lo ha fatto per tutti noi. Per ribadire, ancora una volta, con forza, e contro corrente, che chiunque, anche chi ha sbagliato, anche l'ultimo tra gli ultimi, ha diritto di essere trattato come un essere umano. Soprattutto quando si trova sotto la custodia dello Stato. Il commento di Lorenzo Tosa

“Era un tossico”. “Uno spacciatore”. “Un delinquente.” “La droga fa male.” E ancora: “La famiglia lo ha abbandonato.” “Lo hai ucciso tu.” “Speculatrice.” “Mi fa schifo”. Sono solo alcuni delle migliaia di commenti e messaggi d’odio che, in questi giorni, sono piovuti addosso a Ilaria Cucchi. La sua “colpa”? Aver combattuto per dieci anni, quasi da sola, contro tutto e tutti, a un certo punto contro interi governi e contro l’intera Arma dei carabinieri, per vedere riconosciuto da un tribunale italiano che quello di Stefano Cucchi del 22 ottobre 2009 fu omicidio. Omicidio di Stato.

E non stiamo parlando (solo) di semplici hater e bestie che inquinano il web. No. A pronunciare una parte di quelle accuse infamanti sono stati alcuni dei principali esponenti delle istituzioni democratiche di questo Paese, su tutti il leader della Lega ed ex ministro degli Interni Matteo Salvini. L’ultima dichiarazione, in ordine di tempo, risale a giovedì 14 novembre, la notte del lancio della campagna elettorale della Lega a Bologna e quella delle sardine a piazza Maggiore. Ma è anche la sera della storica sentenza della Corte d’Assise di Roma che ha condannato due carabinieri a 12 anni per omicidio preterintenzionale per il pestaggio mortale nei confronti di Stefano. Ai giornalisti che gli chiedono se vuole chiedere scusa a Ilaria Cucchi, Salvini risponde: “Devo chiedere scusa anche per il buco dell’ozono? Questa sentenza dimostra che la droga fa male.” Boom!

Neppure di fronte a una sentenza definitiva, Salvini ha il coraggio di fare un passo indietro. Ma fa di più, e peggio: evoca, senza mai pronunciarlo apertamente, l’annoso collegamento tra la droga e la morte di Stefano, finalmente e definitivamente smentito anche dalla verità processuale. Ilaria Cucchi prima lo fa intuire, poi – è notizia di poche ore fa – rompe gli indugi e annuncia con un lungo e intenso post su Facebook che querelerà Salvini. Ufficialmente – e tecnicamente – la motivazione è quella frase, quell’accostamento intollerabile. Ma c’è una ragione più profonda dietro quella querela. Che è, in fondo, la chiave stessa per cogliere il senso profondo dell’intera vicenda. Ilaria Cucchi non lo ha querelato per la frase. Non lo ha querelato per difendere semplicemente se stessa e la propria famiglia, e neppure (non solo almeno) per difendere il fratello dall’ennesima calunnia postuma. Lo ha fatto per tutti noi. Per ribadire, ancora una volta, con forza, e contro corrente, che chiunque, anche chi ha sbagliato, anche l’ultimo tra gli ultimi, ha diritto di essere trattato come un essere umano. Soprattutto quando si trova sotto la custodia dello Stato.

Non è una questione personale tra Ilaria Cucchi e Matteo Salvini, ma una questione di diritti umani e civili fondamentali. In gioco c’è la società che abbiamo in mente, l’idea stessa del rapporto che vogliamo instaurare tra noi come cittadini e le istituzioni, di cui le forze dell’ordine sono il primo anello di collegamento. Ogni volta che viene pronunciata quella parola, “tossico”, ogni volta che si ricorre al passato di Stefano, ai problemi di droga, non si sta solo cercando di trovare un alibi ai colpevoli; si sta riaffermando, a distanza di un secolo, un principio attorno a cui sono stati costruiti i più spaventosi regimi totalitari: l’idea che ci siano esseri umani dotati di pieni di diritti e altri esseri umani che questi diritti hanno perso per origini, etnia, genetica, colore della pelle, stili di vita, modo di essere, di vestire, di vivere. Ogni volta che vengono ricordati i dissidi familiari tra Stefano e la famiglia, Stefano che era stato allontanato dai nipoti, Stefano che era stato ripudiato dalla madre, Stefano la pecora nera, Stefano il “drogato”, Stefano l’emarginato, Stefano abbandonato dai propri cari in vita, inconsapevolmente si sta rendendo omaggio a una donna e a una sorella che, per quel fratello così difficile da aiutare in vita, negli ultimi dieci anni ha sacrificato tutto: vita, lavoro, carriera, salute, figli, famiglia. Lo ha fatto per Stefano, certo. Ma lo ha fatto, prima di tutto, contro se stessa, per affermare che non esiste sbaglio o errore tanto grande da meritare di essere privato della dignità di essere umano.

Chiunque abbia avuto a che fare nella vita con un parente o un familiare in difficoltà o alle prese con una dipendenza, conosce bene quel sentimento di impotenza nel rendersi conto di non poter far nulla per poterlo aiutare. Quel muro di gomma contro cui si scontra ogni tentativo di tendere una mano. Nessuno di noi può lontanamente immaginare per quanti mesi, anni, Ilaria abbia teso quella mano a Stefano senza riuscire ad afferrarla. Si tratta di dinamiche intime, familiari, su cui nessuno ha diritto di mettere il naso, né può permettersi di giudicare, men che meno un senatore e un ex ministro. Tutto ciò che sappiamo e che ci riguarda è che, negli ultimi dieci anni, Ilaria Cucchi non ha mai smesso neanche per un istante di combattere per vedere finalmente coincidere verità e giustizia. E, alla fine, dopo aver perso così tante volte da non riuscire più neppure a contarle, all’ultima curva ha vinto. Per tutti noi.

Cucchi è morto sotto le botte e la verità è stata violentata. Ma dopo 10 anni è arrivato il tempo della giustizia (di G. Cavalli)

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