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Cucchi è morto sotto le botte e la verità è stata violentata. Ma dopo 10 anni è arrivato il tempo della giustizia

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

È che non vengono le parole quando accade qualcosa che avrebbe dovuto accadere dieci anni prima, non perché non ci sia la soddisfazione di osservare un velo squarciato, no, per carità, ma perché ci sono sentenze, anche se di primo grado, che valgono come un pizzicotto per risvegliarti con dieci anni di ritardo da una realtà che è stata violentata. Due morti: Stefano Cucchi e la lealtà verso i fatti. Entrambi morti sotto le botte.

Siamo solo al primo grado di giudizio, è vero, ma la sentenza di condanna a 12 anni per i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro almeno rimette tutta questa storia nei binari della giustezza, in attesa di giustizia, dopo dieci anni persi a nuotare nel sacco dell’umido di depistaggi che sono una vergogna per un ragazzo morto e sono una vergogna per tutti gli uomini onesti che da carabinieri prestano servizio con senso di fedeltà per lo Stato. Quel baciamano di un carabiniere a Ilaria Cucchi, sommersa quotidianamente dal letame di chi è così feroce da vivere anche la morte di qualcuno come uno scalpo da cavalcare per questioni di tifo è un’immagine di primavera che è arrivata con dieci anni di ritardo. Ora si può discutere, continuare nel processo, dare il legittimo spazio all’accusa e alla difesa ma almeno non avremo quest’unta sensazione di vivere un farsa che racconta storie per non affrontare la vera storia di chi viene arrestato, finisce in custodia delle forze dell’ordine e si ritrova schiacciato da uomini senza senso della custodia e senza la responsabilità dell’ordine.

La prima sentenza del processo Cucchi (quello vero, dopo la melma che ci siamo dovuti sorbire come indigesto antipasto) non è una vittoria per le condanne (esultare per le condanne significherebbe continuare a rimanere nel campo debole della ferocia) ma è la restituzione di un senso di responsabilità che lo Stato e i Carabinieri hanno l’occasione di dimostrare: tra vendetta e giustizia corre il filo sottile della verità, verità da perseguire per mantenere credibilità. E chissà che questa sentenza non illumini gli altri Stefano Cucchi morti poi pure dimenticati. Poi, come squallido suggello arriva anche il solito Salvini a dire che questa sentenza dimostra che la droga è pericolosa. È proprio vero: anche di fronte alla verità che comincia a respirare gli avvoltoi si illudono di vedere ancora carcasse. Ma passeranno gli anni anche per lui, si rovescerà la realtà, crolleranno le bugie e tornerà a essere solo un piccolo Salvini. Tu riposa, Stefano.

Caso Cucchi, condannati i carabinieri accusati del pestaggio: 12 anni per Di Bernardo e D’Alessandro

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