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Il mio nome è mai più (di G. Gambino)

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La ragazza incinta in fuga dall’ospedale di Mariupol bombardato dai russi? Una modella e influencer che recitava. La donna col pancione trasportata d’emergenza su una barella? Una messinscena. L’ospedale pediatrico finito sotto le bombe? Era stato evacuato e occupato dalle forze ucraine. Le fiamme nella centrale nucleare di Zaporizhzhia? Sabotaggio degli ucraini. La nuvola di fumo di Kiev dopo i primi attacchi? In realtà appartiene a Belgrado, nel 1999. E così via.

Mai come in questa guerra, le immagini e i video che  riceviamo dal fronte grazie ai reporter sul campo vengono incredibilmente messi in dubbio, dibattuti, confutati. Anche di fronte alle prove più schiaccianti.

Ovunque nel mondo, senza distinzione di classe sociale, siamo dotati di strumenti e tecnologie all’avanguardia, accessibili da tutti. Eppure le evidenze di fatto (bombardamenti, morte, esplosioni) sono rese opinabili.

Reduci da due anni di pandemia in cui ha trionfato l’anti-scienza, che ha contribuito ad ampliare la platea degli scettici del mondo, dai no vax ai no-tutto, oggi è il turno dell’anti-tecnologia.

Ed è preoccupante perché è il preludio, quale che sia l’idea che prevarrà, di un estremo risultato: la censura delle stupidaggini (e nessuna censura è mai possibile) o un mondo paranoico e rancoroso come quello che oggi vive Vladimir Putin, isolato in una bolla mentre migliaia di persone muoiono per la sua sporca guerra.

A contribuire pesantemente a questa deriva mentale dell’essere umano c’è la macchina della propaganda di Mosca. Le fake news di Stato in Russia sono diffuse dagli organi ufficiali del Cremlino. Chi usa le parole “guerra” o “invasione”, riguardo a quanto accade in Ucraina, rischia il carcere per 15 anni. I media indipendenti, non assoggettati al monopolio dell’informazione, sono fuori gioco.

La fabbrica dei fake nega tutto, anche l’inverosimile, inscena una realtà parallela ai limiti del fantascientifico.

E la propaganda di Putin non si ferma in Russia ma, come già avvenuto durante le elezioni presidenziali Usa, arriva fino in Europa, dove trova terreno fertile tra chi simpatizza con Putin e, più in generale, tra chi crede che sia tutto un gran teatro, un complotto, che questo conflitto sia il prodotto di una fine strategia militare congegnata dagli Usa, i quali finanzierebbero laboratori di armi biologiche in Ucraina.

Che poi sono gli stessi che qualche anno fa facevano lo stesso gioco, difendendo o giustificando i crimini del presidente siriano Assad e di altri “galantuomini di guerra”. Oppure, peggio, persone come Povia, per nulla competenti in materia, e altri improvvisati simili.

La miglior risposta a questi signori sono le 100 pagine che seguono in questo numero speciale, che mostra le atrocità e la realtà della guerra. Questa non è fiction. Questa è la guerra. Lo dimostrano le parole delle donne e degli uomini che resistono alle menzogne di Putin in Russia, sfidando il regime facendo informazione libera nonostante rischino il carcere; e lo dimostrano le storie dal fronte delle donne della resistenza che aspettano i russi al varco e si battono per lasciare ai propri figli un Paese libero.

Non è possibile comprendere a pieno tutto questo senza inquadrare il conflitto ucraino in un più ampio contesto geopolitico. Qui tutte le forze in campo hanno interessi divergenti. Gli Usa vogliono che l’Ucraina funga da confine geopolitico per delimitare sin dove arriva l’Occidente. E forse il fatto è proprio questo: quello che per anni abbiamo continuato a chiamare Occidente esiste solo sulla carta. Perché mai come in questo caso gli interessi statunitensi non coincidono con quelli europei, a cui converrebbe che l’Ucraina fosse un cuscinetto neutrale e non una polveriera (militare e sociale).

Il fatto è che nessuno, in fin dei conti, è davvero disposto a morire per Kiev. E meno che mai per un comico, trasformatosi nel nuovo Churchill d’Europa, ma fino a tre mesi fa da tutti deriso.

Trattiamo sui profughi con la Turchia di Erdogan, il “dittatore necessario” a cui diamo i nostri miliardi pur di tenersi i migranti che non vogliamo. Trattiamo con l’Egitto di Al-Sisi vendendogli fregate militari ma voltandoci dall’altra parte quando si tratta di esigere la verità su Giulio Regeni. Possiamo trattare anche con Putin.
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