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Le grandi dimissioni, specchio dei problemi del mondo del lavoro (di S. Mentana)

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Negli Usa 4 milioni di persone si sono licenziate nel 2021. ll 40 per cento dei lavoratori a livello mondiale è intenzionato a fare la stessa cosa

Eventi traumatici come la pandemia si portano dietro una serie di cambiamenti, talvolta accelerazioni di fenomeni sociali già in atto, altre semplicemente la manifestazione di un malcontento che covava sottotraccia. Potremmo forse spiegare così ciò a cui si sta assistendo a livello globale e che oltreoceano è stato chiamato “Great resignation”, le “Grandi dimissioni”.

Negli Usa, infatti, milioni di persone hanno lasciato il proprio posto di lavoro nel corso del 2021, e secondo un’analisi compiuta da Microsoft ben il 40 per cento della forza lavoro globale starebbe meditando di fare lo stesso. Un fenomeno che vede protagonista in primis la fascia tra i 30 e i 45 anni, un segmento di persone con tante incognite sul futuro, soprattutto in materia di pensioni, che spesso ha iniziato il proprio impiego col mito del “workaholic”. Mito che ora si sta sempre più sgretolando. Il 2020 è stato in tutto il mondo l’anno dello smart working, per chi ha avuto la fortuna di conservare il proprio posto di lavoro nel mezzo della crisi economica causata dalla pandemia.

Questo ha portato a ripensare gli spazi e i tempi della propria vita, e quando gli uffici hanno iniziato a riaprire le proprie porte ai dipendenti, magari richiedendo nuovamente la presenza obbligatoria, in molti si sono fatti tante domande. Lo smart working ha infatti pregi e difetti, da un lato spesso è difficile dividere spazi e tempi tra lavoro e vita privata, dall’altro permette di risparmiarsi lunghi viaggi casa-ufficio, passare più tempo con i propri cari, evitare presenzialismi di facciata e, per gli ambienti di lavoro tossici, stare lontano da colleghi e capi dispotici. In un momento storico in cui gli stipendi non brillano per altezza, in molti si stanno chiedendo: quello che guadagno vale tutto ciò che mi sto perdendo?

È come se, più o meno consciamente, una parte del mondo del lavoro abbia preso la consapevolezza che al progresso tecnologico che ha semplificato gran parte del lavoro, non sia stato affiancato un progresso sociale che ha migliorato la qualità della vita dei lavoratori. La giornata lavorativa di otto ore è infatti figlia delle proteste di inizio ’900, ed è difficile comprendere come ci si possa ancora basare su una simile impostazione (talvolta peraltro solo su carta, perché non mancano i casi di orari ben superiori).

Sarebbe giusto lasciare al lavoratore la possibilità di potersi dedicare al proprio impiego meno ore allo stesso stipendio, dedicando più tempo ad affetti, svago e riposo con tutte le conseguenze positive per la salute fisica e mentale, da cui deriverebbe anche un miglior rendimento in ufficio. Chi può permettersi l’azzardo della “Great resignation” ha deciso di mettere sulla bilancia la propria vita e il proprio impiego e fare questa scelta, mentre altri stanno meditando di fare lo stesso. Starà ora a chi gestisce il mondo del lavoro provare a comprendere cosa sta succedendo e dare risposte pensando alle persone e al loro benessere.
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