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Grande Fratello, da Gabriel Garko al “caso” Morra: la triste narrazione del mondo LGBT

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Posso ormai, dall’alto dei miei 46 anni, considerarmi un omosessuale d’antan: uno che ha potuto vivere molti cambiamenti o meglio molti cambi di passo nella narrazione della comunità LGBT in televisione. E attenzione: spesso sono state regressioni. Fatemi fare un po’ il trombone. In prima serata nella mia gioventù c’erano Leopoldo Mastelloni, Paolo Poli, Amanda Lear, Renato Zero inciuciato e libero nella versione pre-democristiana. Ho vaghi ricordi persino di Mario Mieli, in tuta da operaio e tacchi a spillo con gli operai dell’Alfa Romeo nel programma Tabù Tabù datato 1978. Ma ricordo anche Aldo Busi che fa letteratura ad Amici, le “Cronache marziane” di Fabio Canino (che appena hanno cominciato a macinare ascolti sono state sospese), Eva Robin’s che presenta lo spin-off di Non è la rai. Sembra quasi sia passato un secolo. Ma cazzo, è passato davvero un secolo!

In questo “nuovo” secolo è piombato il reality, con un caposaldo che si chiama Grande Fratello in tutte le sue varie declinazioni tra cui quella vip, da un paio di edizioni presentata da Alfonso Signorini, gay realizzato, fieramente cattolico, direttore di Chi e uomo di potere in quel del biscione. Il suo arrivo devo dire mi ha reso felice ma io sono di parte: per me al GF dopo la Bignardi è stato il diluvio. E Signorini è comunque meglio di quelle che lo hanno preceduto per il suo stile che è un perenne mix & match di alto e basso: perennemente sull’orlo del baratro tra filosofia e chiacchiera da bar.

Poi da gay ero felice: finalmente normalizzerà la “questione LGBT” (come se nel 2020 ce ne fosse ancora bisogno, ma tant’è) e quei tromboni della comunità smetteranno di dire “basta personaggi alla Malgioglio che non ci rappresentano”. Che, perdonatemi l’excursus, ma è una grande baggianata. Ognuno rappresenta sé stesso e basta, non una categoria. Per divagare ma non troppo: né Francesca Cipriani né la Montalcini rappresentano le donne tout court, così questo non accade con Malgioglio né con “il normalizzato” Tommaso Zorzi. O meglio: davvero voi volete sentirvi rappresentati da uno che, immagino per fare lo spiritoso, si è tatuato sui piedi la scritta “genitore 1”, “genitore 2” di Meloniana memoria? Sai che allegria. Ma, in questo GF, ci sono stati due casi ben più eclatanti: il presunto outing di Morra e l’effettivo coming out di Gabriel Garko.

“Un’accusa pesantissima”, fa sottintendere il buon Alfonso come se un pettegolezzo sull’orientamento sessuale di Morra sia una notizia da consegnare, mostrare al pubblico e continuare a marciarci sopra per giorni. Lo diciamo che potrebbe essere una roba da mettere tranquillamente da parte? Per di più all’alba del 2021? Che senso ha fare una campagna che vuole a tutti i costi estorcere una confessione a un ragazzo che si dichiara eterosessuale? Che senso ha il cosiddetto “outing”, (spesso appunto confuso con il “coming out”), ossia il rivelare la natura sessuale di qualcuno senza che sia lui a parlarne. Ma poi il mondo della sessualità è vivaddio dotato di infinite letture e sfaccettature, ad esempio la bisessualità di cui qualche giorno fa si è celebrata la giornata mondiale. Da tempo non si parla più di gay e lesbiche ma di LGBTQIA+ che sembra un acronimo delirante ma spesso serve a dare un piccolo e giusto riconoscimento a chi un posto nel mondo non si sente di averlo proprio per via di queste stereotipizzazioni.

Passando a Garko due settimane fa mentre nella casa si discuteva di simulacri, luciferi, compromessi con toni da film horror il buon Gabriel piomba a svelarci un segreto di Pulcinella: che l’unica setta di cui si parla è quella della vanità. E che questa vanità l’ha portato a costruirsi un’esistenza parallela a quella da sciupafemmine sbandierata a destra e a manca sui rotocalchi. O meglio non ce lo svela: perché il buon Signorini potrà essere pure un uomo di potere, ma ogni uomo di potere prima o poi mette in conto di avere a che fare con la padrona di casa (nel vero senso della parola) e quindi il grande scoop, costato pare 60.000 euro, viene rimandato al salotto di Silvia Toffanin in Berlusconi. Con alcuni punti in comune: la Toffanin gli dice “hai totalmente ucciso te stesso” mentre la lettera di Garko al GF diceva di aver “ucciso il bambino dentro di lui”. Come dice spesso una mia amica: le offerte Adelphi hanno fatto più danni del buco nell’ozono.

Diciamocelo, comunque, senza ipocrisia: chiunque avrebbe accettato 60.000 euro per dire in prima serata di essere omosessuale. Anzi, io lo direi pure allo show di mezzogiorno se madame Clerici mi volesse. O in uno di quei tragicomici siparietti di Forum. Ma il punto non è questo: è che saper rappresentare la propria comunità (ammesso e non concesso che uno senta di farci parte) è un’altra cosa. Si parla di rappresentare persone, individui che sono dentro il nostro quotidiano, i nostri affetti. Persone che se ne strafregano di farsi tatuaggi con la frase pseudo glamour del momento. Persone che hanno difficoltà enormi ad accettarsi o farsi accettare e altre che, invece, hanno genitori e amici illuminati.

Perché credetemi: alla fin fine essere se stessi non è una novità grandissima, un atto rivoluzionario nel grande bigotto stivale. È già una cosa dannatamente quotidiana. Per questo migliaia di persone scesero in piazza allora per le unioni civili e oggi spingono per l’approvazione della legge contro l’omolesbobitransfobia. Perché la legislazione del nostro Paese e, quasi sempre anche la tv, sono ancora incredibilmente indietro rispetto a quello che accade nelle nostre case e nei confronti di quella che è la nostra attuale società. Che non sarà perfetta, ma è comunque molto più avanti di questi siparietti.

Leggi anche: 1. Perché Gabriel Garko sta sbagliando tutto (di S. Lucarelli) / 2. Gabriel Garko e il coming out un tanto al chilo (di F. Bagnasco) / 3. Francesco Testi a TPI: “Garko, Adua, Tarallo: altro che setta, vi racconto tutta la verità sull’AresGate” (di S. Lucarelli)

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