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I 3 errori di Giuseppe Conte, da premier a leader azzoppato (di G. Gambino)

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

L'editoriale del direttore di TPI Giulio Gambino sul nuovo numero del nostro settimanale

Giuseppe Conte non si aspettava un bel nulla. Quando lunedì mattina gli piomba tra capo e collo la notizia del Tribunale di Napoli è sorpreso, deluso, arrabbiato. Ha sottovalutato un aspetto: l’esposto di quattro attivisti grillini ha portato alla sospensione dello statuto che lui stesso aveva scritto e con cui aveva assunto la leadership del Movimento 5 Stelle.

Eppure uno come Davide Casaleggio sapeva che quel momento prima o poi sarebbe arrivato: l’ex premier avrebbe dovuto fare i conti con il controverso statuto, discusso, conteso, pasticciato. E poi approvato, prima facendo fuori la piattaforma Rousseau, poi nominando un capo politico (Conte appunto) anziché una guida collegiale. Forse Casaleggio non era il solo ad aspettarsi il verdetto di Napoli: due giorni prima della decisione del Tribunale, Luigi Di Maio (negli ultimi anni sedotto dall’establishment, cavallo di Troia dentro il Movimento, usato dai partiti avversari per logorare i 5S) si dimette dalla sua carica. Un caso, un’astuzia? Chi può dirlo.

Intanto, però, monta la pista della “giustizia a orologeria” (un ever green) perché la sospensiva arriva con otto mesi di ritardo. Può l’atto di un tribunale interferire sulla politica? No, e difatti non pare questo il caso. La giustizia fa il proprio corso. Per capire meglio la faccenda dobbiamo riannodare i fili del discorso. Se oggi Conte minimizza sulla decisione del Tribunale di Napoli gettando acqua sul fuoco, domani Beppe Grillo replica lapidario: «Le regole si rispettano, la situazione è molto complicata». Esattamente in linea con quanto già aveva scritto otto mesi fa, mostrandosi contrario cioè alla figura di un capo politico e incoraggiando il voto su Rousseau per nominare una guida collegiale. Non andò così.

Ci fu chi si arrabbiò ed ecco che oggi vediamo il risultato di quel processo politico. La rivendicazione di Grillo, in un partito di cui è padre-padrone, possiamo tradurla così: “Ecco cosa succede se non fate come dico io”. Del resto la sua è e sarà sempre l’unica carica ancora in carica, il garante a vita del Movimento a cui tutti obbediscono e rispondono. Tanto che nei giorni del caos post-sospensiva impone ai suoi persino il silenzio: «Dovete stare zitti».

Conte invece s’impegna davvero molto a commettere alcuni errori. Il primo, comunicativo: la sera stessa della notizia si presenta in tv da Lilli Gruber e si fa mettere in mezzo, mostrandosi debole quando con gli occhi cerca il consenso dei giornalisti che lo interrogano (un leader di partito non si volta per vedere se annuiscono al suo pensiero, né cerca di convincerli).

Il secondo errore, di metodo: in un movimento padronale e personalistico, chiunque sia il leader delegato, sarà sempre azzoppato. Se tu sei il presidente, e ti sei imposto con uno statuto che hai riscritto ex post, la prima cosa che devi fare dopo la notizia di Napoli è cercare un confronto, tuo malgrado, con il numero uno (sempre il Grillo di cui sopra) altrimenti non hai compreso il ruolo che sei chiamato – pro tempore – a rappresentare.

Il terzo errore, politico: Conte ha dimostrato di essere un buon leader da presidente del Consiglio, principalmente a causa della pandemia che ha rinvigorito la sua agenda di governo con alcuni primati non indifferenti. Ma non avere una linea politica è un grosso guaio. E Conte non ce l’ha più. Non è chiara la sua visione. I 5s dovrebbero essere la costola a sinistra del Pd, perseguendo le battaglie che un tempo appartenevano al Movimento, e invece nulla, si parla solo di sciocchezze.

Eppure lo spazio ci sarebbe. Facciamo un esempio semplice: molti in questi mesi si adoperano per ridare vita a un nuovo centro politico (Renzi, Calenda, etc.) ma lo fanno per un elettorato (il ceto medio) che è sempre meno numeroso. Nessuno invece che occupi il campo politico che un tempo apparteneva alla sinistra, e che oggi spetterebbe al Pd e ai 5s, rivolgendosi a chi è lasciato indietro (quasi 12 milioni di poveri in Italia). Conte non è chiaro nemmeno sulle alleanze politiche: definirsi progressista non significa nulla. Serve il coraggio di dirsi di sinistra, senza vergognarsi di ambire a una social-democrazia che si opponga al modello neo-liberista. Per non parlare delle dinamiche interne grilline di cui Conte mostra importanti lacune, circondato da persone tanto per bene quanto inadatte a rivestire il ruolo di suo vice o consigliere.

Infine: i deputati e i senatori 5s sono la prima forza politica in Parlamento, risultato dell’exploit alle elezioni del 2018, ma tra di loro regna perlopiù l’anarchia. Prova ne sia che la rielezione di Mattarella al Quirinale — non ce ne voglia il presidente Conte — non è affatto imputabile alla forza del leader grillino e alla sua strategia politica (il quale, se mai, voleva eleggere una donna, e anche in quel caso sbagliava perché il capo dei servizi segreti Elisabetta Belloni non doveva/poteva andare al Colle) quanto piuttosto all’azione randomica di un gruppo di parlamentari, specie tra i 5s, che ha fortemente voluto, già un mese prima della elezione del Presidente della Repubblica, la riconferma dell’inquilino uscente.

Il Movimento 5 Stelle che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi dieci anni non c’è più. Ogni volta si tenta di cambiargli volto, di cambiargli i connotati, di renderlo digeribile a chi lo ritiene un errore della natura o di spacciarlo ancora per duro e puro a chi si considera tradito, ma quel partito non c’è più. Quella esperienza non c’è più. Non ci sono più nemmeno le battaglie e non c’è più neppure una grande guerra da combattere (Draghi avrebbe potuto impersonarla, ma si sono alleati anche con lui, dopo Salvini).

Conte è incappato in tutto questo. Leader azzoppato in un movimento non suo. Doveva farsi il suo, di partito, e anche questo ormai lo sa. Invece è stato risucchiato nelle beghe delle carte bollate e ha perso lucidità (e visione). Grillo non è certo la soluzione, anzi, ma finché sei ospite a casa sua devi giocare alle sue regole. Lo diciamo da sempre: Grillo è l’uomo sbagliato per il Movimento giusto, Conte l’uomo giusto per il Movimento sbagliato.
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