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Gender gap: in Italia tutti ne parlano ma nessuno fa qualcosa

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 5 Ott. 2019 alle 18:05 Aggiornato il 5 Ott. 2019 alle 18:26
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Immagine di copertina
Credit: Pixabay

Gender gap in Italia

“Ci prefiggiamo di introdurre una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni: è una battaglia che vogliamo portare a termine al più presto in omaggio a tutte le donne”, disse il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso settembre presentando il nuovo governo alla Camera. Il gap gender è uno di quei temi politici di cui tutti parlano ma che alla resa dei conti fatica a trasformarsi in riforme: di questo passo, senza importanti provvedimenti legislativi, in Italia ci vorranno almeno 100 anni prima che possa diventare realtà.

Una donna, a parità di lavoro e di mansione di un uomo, lavora in pratica un mese e mezzo gratis, con una differenza salariale del 10 per cento che lascia l’Italia molto indietro nelle classifiche internazionali. Gli ultimi dati dell’Istat raccontano anche che l’accesso delle donne a quadri dirigenziali è passato dal 27 al 32 per cento, mentre come quadri si è passati dal 41 al 45 per cento.

Negli ultimi 13 anni si è registrato, nel mondo, un miglioramento del 3,6 per cento (con il 38 per cento dei Paesi che hanno registrato addirittura un peggioramento): numeri che indicano chiaramente come il percorso di riequilibrio sia molto lento e piuttosto arretrato.

In Europa una concreta legge sulla parità di genere nelle retribuzioni l’ha introdotta l’Islanda, obbligando le aziende alla parità di stipendi, mentre in Italia una lavoratrice lo scorso anno ha guadagnato tra i 2.500 e i 9mila euro in meno rispetto ai suoi colleghi uomini.

Il Gender Pay Gap Index del Work Economic Forum piazza l’Italia nel 2017 al 118esimo posto su 142 Paesi nel mondo per accesso al mercato del lavoro, per retribuzione e per possibilità di avanzamento di carriera della donna: una posizione umiliante per un Paese che negli ultimi anni si è sempre dichiarato concentrato sul tema e che invece viene indicato (lo dice sempre il rapporto) come la nazione che meno di tutte sta intervenendo sul tema.

La questione, però, non è solo economica, ma è anche e soprattutto sociale: un Paese che non si impegna a risolvere le sue evidenti disuguaglianze è inevitabilmente un Paese in cui crolla la fiducia, la produttività e la possibilità di indipendenza economica per le donne.

Siamo alle solite: per trovare una soluzione adeguata serve un cambiamento culturale che coinvolga la politica, l’imprenditoria, l’informazione, la scuola. Per fenomeni complessi servono soluzioni complesse e la complessità purtroppo non è molto di moda. Per questo si attende che la frase di Conte si evolva in una proposta di concrete soluzioni. Senza aspettare 108 anni.

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