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Io, sopravvissuto al disastro di Fukushima, vi racconto come quel terremoto ha cambiato la mia vita

Immagine di copertina

Era una tranquilla giornata primaverile quando all’improvviso sentii una scossa di terremoto. Vivevo in Giappone da più di 15 anni, per cui quasi non la notai. Poi venne la scossa principale, quella che cambiò il corso della mia vita. Erano le 14:46 ora locale dell’11 marzo 2011 quando una scossa di magnitudo 9 con epicentro a 40 kilometri dalla costa nordorientale del Giappone, nelle vicinanze della città costiera di Sendai, scosse la terra ed il mare in maniera terrificante provocando uno tsunami con onde alte fino a 14 metri che spazzò la costa del Giappone provocando oltre 15.000 morti e circa 3.000 dispersi ed un incidente nucleare le cui conseguenze sulle popolazioni delle aree colpite non saranno chiare per ancora molti anni.

Io mi trovavo con la famiglia nella campagna di Isesaki, un’anonima cittadina a circa 100 kilometri nordovest di Tokyo e 300 kilometri a sud di Sendai. Mia moglie era andata a sostenere un esame all’università ed io ero pigramente accoccolato su un tatami della nostra stanza d’albergo giocherellando con nostra figlia di 18 mesi.

Ero abituato ai terremoti, o almeno così credevo, tanto che non feci molto caso al primo scossone. Al secondo, vidi la stanza tremare, come in un film. Istintivamente cercai un tavolo per ripararmi, come mi avevano insegnato le innumerevoli esercitazioni a cui avevo partecipato. Era un albergo in stile giapponese, con tavoli bassi e senza sedie. Mentre cercavo di fare mente locale, misi mia figlia sotto il tavolino e afferrai le chiavi della macchina ed il portafogli, anche questi messi in posizioni strategica come raccomandato dai manuali di emergenza.

Manuali che ti dicono anche di non uscire durante il terremoto per non essere colpito da calcinacci; manuali che ti dicono tante cose che in quei momenti ricordi automaticamente, senza neanche pensarci. Mi muovevo come un automa. Sapevo quello che dovevo fare, era l’istinto di sopravvivenza a guidarmi. Ebbi un attimo di lucidità e presi in braccio la bambina che piangeva e urlava per lo spavento per cercare calmarla mentre mi mettevo sotto la soglia di una porta in attesa che finisse tutto. E mentre guardavo i quadri staccarsi dai muri, la televisione cadere per terra ed i muri creparsi, vidi la mia vita che mi scorreva davanti agli occhi come in un film. Ero sicuro che sarei morto.

Poi improvvisamente tutto si ferma. Un silenzio assordante invade la stanza e la mia testa. Respiro piano piano come per non rompere un equilibrio fragile che aspetta solo il battito d’ali di una farfalla per spezzarsi. Attendo che ci sia una scossa di assestamento. Se ne susseguono diverse prima che abbia il coraggio di raccogliere le cose di mia figlia (e mia figlia) e uscire dall’albergo. Non saprei dire quanto sia durato il terremoto. Un’eternità sicuramente, pensai.

Arrivato alla macchina provo a chiamare mia moglie, ma i telefoni non funzionano. Allora mi reco al campus dell’università dove la trovo al punto di raccolta di emergenza. Adesso che la famiglia era riunita ed al sicuro il passo successivo era quello di capire la magnitudine del disastro, perché anche se non avevo ancora notizie a riguardo, si trattava senza dubbio di una catastrofe di dimensioni immani.

Le vetrine dei negozi e dei supermercati di Isesaki (ripeto a 300 km dall’epicentro) erano tutte in frantumi. Entrando per comprare acqua e altre provviste, trovai le merci alla rinfusa per terra, con gli inservienti più preoccupati a scusarsi per la confusione che preoccupati per quello che stava succedendo. Nel giro di un paio d’ore si erano formate file di chilometri alle pompe di benzina. Per fortuna avevo fatto il pieno quella mattina. Ma avere il pieno era una magra consolazione in quanto tutte le strade erano state chiuse per permettere ai mezzi di soccorso di muoversi velocemente. Non potevo ritornare a Tokyo. Ero bloccato.

Rientrati in albergo vediamo alla televisione le immagini di un paese devastato. Pescherecci sui tetti delle case, macchine in mezzo ai campi di riso, immagini di devastazione e di distruzione come ne avevo viste solo nel dicembre del 2004 dopo il terremoto di Aceh in Indonesia. E qui ci rendiamo conto che non c’è stato solo il terremoto con lo tsunami, ma anche l’incidente alla centrale nucleare No. 1 di Fukushima, una delle più grandi del Giappone. Le prime notizie parlano di problemi agli impianti di raffreddamento primari e secondari, con i generatori di emergenza messi fuori uso dallo tsunami.

La prima notte non riusciamo a dormire. Ci corichiamo vestiti, in caso ci sia una nuova scossa. Al minimo rumore, alla minima vibrazione sobbalziamo e guardiamo nostra figlia, l’unica a dormire serenamente. Uno scorcio di normalità che ci dà forza. Dopo un paio di giorni riusciamo a tornare a casa a Yokohama, a 20 kilometri da Tokyo. Troviamo tutto in ordine, e pensiamo che forse Tokyo fosse stata risparmiata. Avevo nel frattempo sentito dei colleghi che mi avevano detto invece che Tokyo era completamente paralizzata. I treni, le metropolitane, autobus erano tutti fermi. Il sistema nervoso che permetteva a quella macchina perfetta che è Tokyo di funzionare, si era fermato. In caso di terremoto i trasporti pubblici e privati si fermano per sicurezza.

Alcuni colleghi avevano impiegato sei o sette ore per tornare a casa a piedi. Altri erano rimasti in ufficio per gestire la situazione e mantenere la continuità dei servizi. Nel giro di un paio di giorni la situazione a Tokyo si “normalizza”, ma rimango sempre con un occhio ai telegiornali che fanno vedere immagini di reattori nucleari fuori controllo che emettono nubi di vapori e radiazioni. La sorte ha evitato una nuova Chernobyl. Il vento infatti soffiava verso il mare, portando i vapori e le radiazioni verso il mare.

Alla fine, con mia moglie prendiamo una decisione che non avremmo mai pensato di prendere. Lasciamo il Giappone. Chiamo il mio capo a New York e gli spiego la situazione e che mi sarei preso tutte le ferie che mi rimanevano per portare la famiglia a Singapore, dove avevo vissuto per due anni e dove mia moglie, che aveva lavorato presso la locale clinica giapponese, conosceva molti medici che ci avrebbero potuto aiutare con nostra figlia.

Nove mesi dopo, nel dicembre 2011, con molto rammarico e con le lacrime agli occhi, mi avvio per l’ultima volta da residente verso l’aeroporto di Narita per lasciare definitivamente il paese che ancora oggi considero la mia seconda patria. Oggi si commemora l’11simo anniversario di quello che i giapponesi chiamano il Grande Terremoto del Giappone Orientale. In tutto il paese si sono svolte cerimonie commemorative per ricordare le vittime e cercare di capire perché sia successo. Il primo ministro Fumio Kishida, durante una cerimonia a Fukushima ha detto che “[il governo] farà di tutto per la ricostruzione del Tohoku (la regione colpita ndr).”

È comunque significativo che per la prima volta non vi sia stata una cerimonia commemorativa di stato. Questo potrebbe essere un segnale che la lobby del nucleare, che ha molti sostenitori anche all’interno del partito Liberal Democratico a cui appartiene il primo ministro Kishida, stiano facendo pressione sul governo affinché riattivi le centrali nucleari, messe in naftalina dopo Fukushima, anche alla luce dell’aggressione Russa nei confronti dell’Ucraina. La Russia è il quinto fornitore di petrolio e GNL del Giappone.

Ma a distanza di 11 anni, com’è Fukushima, come vivono le persone ed i sopravvissuti delle zone colpite dallo tsunami e dal disastro nucleare? Intorno alla centrale di Fukushima c’è ancora una zona interdetta alla popolazione civile che sarà mantenuta almeno fino alla fine dei lavori per lo smantellamento della centrale prevista tra il 2041 ed i 2051.

La prefettura di Fukushima continua a confrontarsi con i postumi dell’incidente. Molti villaggi e cittadine sono ancora all’interno della zona evacuata a cui è interdetto l’accesso alla popolazione, anche se in alcune zone, come la cittadina di Futaba, dove è situata la centrale nucleare, questo divieto sarà rimosso nella tarda primavera. Ma molti dubitano che vi sarà un vero ritorno in quanto la gente ha paura che il governo non abbia detto tutta la verità sui pericoli da contaminazione.

Un altro problema è l’accumulo di acqua radioattiva proveniente dal raffreddamento dei reattori danneggiati. Si è arrivati ad un livello tale che non c’è più capacità di stoccaggio ed il governo ha in programma di rilasciarla in mare creando non pochi timori per la popolazione locale la cui economia si basa sulla pesca e in Corea del Sud e Cina.

In un paese che fa dell’efficienza una religione, a distanza di 11 anni ancora non ci si riesce a spiegare come un tale disastro sia potuto accadere. E sicuramente sarà una ferita che si rimarginerà molto, molto, molto lentamente. Per usare le parole del sindaco di Otsuchi, nella prefettura di Iwate, una delle tre più colpite, Kozo Hirano, “Il mio compito è quello di far capire alle prossime generazioni il significato della perdita di vite umane.”

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