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Per la Festa della Repubblica in piazza ci vanno i nemici della Repubblica

Di Marco Revelli
Pubblicato il 2 Giu. 2020 alle 11:39 Aggiornato il 2 Giu. 2020 alle 11:40
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Immagine di copertina
Illustrazione: Emanuele Fucecchi

Strana Festa della Repubblica questa, con i nemici della Repubblica in piazza (a festeggiare? Protestare? Provare a dimostrare di esistere?) a Roma, mentre il Presidente della Repubblica, dopo il tradizionale omaggio all’Altare della Patria, sarà giustamente, doverosamente, a Codogno nel ricordo delle tante, troppe, vittime della pandemia. E i cittadini beneducati rimasti spontaneamente alla larga da assembramenti e occasioni di contagio come detta una sobria etica repubblicana di rispetto di sé e degli altri. Vedere Salvini e Meloni in Piazza del Popolo è un’immagine distonica, non c’è dubbio. Un po’ come se il 14 luglio in Francia gli unici in piazza fossero i vandeani. O negli Stati Uniti, il 4 luglio, per l’Independence day, si ritrovassero i nostalgici di King George…

Il 2 giugno – è bene ricordarlo – non è una generica “festa della patria”. La data è stata scelta perché in quel giorno, nel 1946, si tenne il cosiddetto “referendum istituzionale”, il più politicamente “divisivo” di tutti i referendum, in cui il popolo italiano si trovò a scegliere tra Monarchia e Repubblica – tra una monarchia responsabile della dittatura fascista e della rovina del paese e una nuova forma di stato finalmente democratica – e lo fece con un risultato di misura: 10.718.502 voti per il Re contro 12.718.641 voti per la nuova Italia. Il 46 per cento degli italiani schierato per la continuità della dinastia responsabile della vergogna delle leggi razziali e della infame alleanza con la Germania nazista, contro il 56 per cento desideroso di una diversa patria. Il 2 giugno, dunque, si celebra quella vittoria, di un’idea di patria (quella che si sostanzia in leggi giuste e principii universalistici, quali quelli scritti nella nostra Costituzione) su un’altra idea di patria (quella della retorica nazionalistica, da “Dio, Patria e Famiglia, del culto della forza e del militarismo, il cui esito è stato, lo si è visto, la “morte della patria”). 

La stessa cerimonia all’Altare della Patria, non ha certo il carattere di un “onore alle armi” ma al contrario del pietoso riconoscimento alle tante, troppe vittime, delle “inutili stragi” che costellano il nostro passato “nazionale”. Ai “militi ignoti” disseminati da governanti dissennati su fronti insanguinati, a cominciare da quelli delle ignobili guerre fasciste, mandati a crepare a migliaia di chilometri da casa, male armati, male equipaggiati e peggio comandati, in nome di una patria che alle loro spalle ingrassava gli speculatori. Per questo, quella cerimonia non vuol essere affatto – non deve essere! – un colpo di spugna su una memoria dolorosa. E quel “tutti i morti” delle guerre non può significare una notte della memoria in cui tutte le camicie siano nere, ma al contrario un monito, a che quel sacrificio non debba mai più ripetersi. Mai più giovani mandati a morire in nome di una patria contrapposta in armi ad altre patrie.

Per queste ragioni, non ha alcun senso contrapporre il 2 giugno al 25 aprile. La Festa della Repubblica a quella della Liberazione. Eppure è stato fatto. C’è chi ha detto che mentre la festa d’aprile è “divisiva”, quella di giungo “è di tutti”, ignorando il nesso stretto di sequenzialità tra le due. Che la Festa della Repubblica è, per sua natura, la Festa della Costituzione che sancisce il suo essere “democratica”. E che senza Liberazione niente Costituzione, niente Repubblica. E’ un’idiozia, che tuttavia una radice ce l’ha. Ed è nella coreografia militare che spesso (ma non sempre) il 2 giugno ha messo in scena. L’immagine della “nazione in armi” che ha presentato, con la sfilata nel cuore di Roma, i reparti inquadrati in marcia lungo i Fori imperiali, bombe missili e cannoni, tute mimetiche e truppe speciali. So bene che c’è chi prova un brivido d’eccitazione al brillare di una canna di fucile. Alla vista di un carro armato sferragliante. Al rombo delle frecce tricolori “nei cieli di Roma”. Il “fascismo eterno”, come l’ha chiamato Umberto Eco, che sonnecchia nel bassofondo dell’autobiografia della nazione risponde preciso a quell’appello. E non sono pochi quelli che non resistono all’immagine di potenza offerta dalla Patria come surrogato alle sue assenti virtù. 

Ma, bisogna dirlo, la sfilata militare è più un optional della Festa della repubblica che non un elemento costitutivo. Più un pezzo di coreografia ma non certo la sceneggiatura. Anzi, ne è la parte più caduca ancorché costosa. Non sempre vi fu: non vi fu il 2 giugno del 1947, la prima volta che, ancora in modo informale, si celebrò la Festa. E neppure nel 1962, per rispetto dell’agonia di Papa Giovanni XXIII, e nel 1976 per il terremoto del Friuli. Dal 1977, la festa fu spostata alla prima domenica di giugno senza esibizioni militaresche, per risparmiare sui costi. Ritornò nell’84 ma sparì di nuovo nell’89. E anche dopo che nel 2000, per iniziativa del Presidente Carlo Azeglio Ciampi, la festa fu restaurata il 2 giugno con tutti gli onori, l’esibizione militare subì costanti amputazioni (a volte senza mezzi, a volte senza cavalli, con i corazzieri appiedati, a volte in forma solo simbolica) finché nel 2013 il Presidente Napolitano ne ridusse notevolmente il cerimoniale “per motivi di austerità e di solidarietà verso i poveri e i meno abbienti”.

E’ così che si è giunti a oggi, in una Roma dalle strade e piazze svuotate dal Coronavirus, in cui probabilmente l’unico generale schierato sarà un ex carabiniere col fascino del torbido e dell’eversione (ancora un ossimoro!), mentre un’opposizione sgangherata e senza proposte reali proverà a mostrare di esistere nascondendo il proprio vuoto sotto un tricolore di 500 metri quadri. Il resto del Paese, la stragrande maggioranza, la parte migliore, quella che in questi mesi ha resistito e si è regolata secondo il principio della reciprocità nella responsabilità, si unisce nel ricordo delle vittime del virus e nel bisogno di un nuovo inizio. Niente, meglio del concerto dedicato a “chi è morto solo” può sostituire, restituendoci la dignità del momento, sfilate e cerimonie fuori luogo, nello spirito originario del 2 giugno.

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