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Il nuovo fango elettorale è per le “mogli di”: se sei donna attenta a fare politica come tuo marito

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Che questa campagna elettorale sarebbe stata ridondante e sconfortante lo avevamo capito subito. Il campanello d’allarme era suonato alle prime beghe tra Letta e Conte, vicini e lontani, nemiciamici come Red e Toby di Daniel Mannix, poi è arrivato il tradimento di Calenda, che in una serie infinita di tweet con e per Letta è riuscito a portare la noia degli italiani a livelli record. Salvini ha tirato fuori il crocifisso e la flat tax, Meloni tra blocco navale e patriottismo sta già scegliendo i colori per ri-arredare palazzo Chigi, e Berlusconi ci delizia con video registrati nel 1994 e sfiancanti locandine che rivestono intere stazioni milanesi.

Non paghi però, hanno pensato fosse troppo poco. E così hanno trascinato nella cloaca anche chi dal circo si era tenuto fuori, pensando di salvarsi. E invece no, quel po’ di maschilismo e misoginia tanto cari al dibattito politico italiano non potevano mancare. E così giù contro Elisabetta Piccolotti, “24 anni di impegno e passione politica” fuori e dentro Sinistra italiana, e Michela Di Biase, “16 anni di incontri, dibattiti, militanza, gioia, condivisione di obiettivi comuni” per il Partito democratico. La loro colpa? Essere mogli di, rispettivamente, Nicola Fratoianni e Dario Franceschini.

Pensate un po’, le due donne hanno avuto l’ardire di fare politica, di candidarsi (!!!) esattamente come i partner. Non conta che abbiano iniziato ben prima di conoscere i futuri coniugi, o di aver militato per anni nei partiti di cui portano la bandiera. No, loro sono lì “grazie a” e solo in virtù del fatto che “sono le mogli di”. No, Fratoianni e Franceschini, sostengono i detrattori, avrebbero garantito alla prima un collegio uninominale blindato, mercanteggiato addirittura nel patto tra Si e Pd, e alla seconda un seggio sicuro in Parlamento.

“A credere a quello che scrivono certi campioni destrorsi, renziani e pentastellati si può finire a fare la parte degli utili idioti del sistema mediatico e di potere di questo paese. Un sistema maschilista e sessista, fondato sulla demolizione del valore e della storia delle donne e sulla loro riduzione ad orpello degli uomini”, scrive l’esponente di Si.

Di Biase, prima degli eletti nel suo municipio a 26 anni, poi consigliera comunale di Roma, capogruppo Pd dal 2016 in Assemblea capitolina e infine eletta nel Lazio con 15 mila preferenze, ha confermato di essere nella rosa di nomi del Pd: “Sì, sono la moglie di un uomo che come me fa politica, ma descrivermi come “la moglie di” è ingiusto e, cosa molto più grave, è frutto di una cultura maschilista che vuole raccontare le donne non attraverso il loro lavoro, la loro storia ma attraverso l’uomo (marito, padre, fratello) che hanno accanto”.

Morale della favola, alle due malcapitate è toccato pure difendersi, giustificarsi e persino illustrare il loro curriculum di militanti. Tutto questo sempre perché la scuola italiana pre elezioni vuole che si parli di tutto fuorché di temi. Insomma la campagna elettorale non risparmia nessuno. Forse fa più comodo che le donne stiano un passo indietro, sistemate ben bene all’ombra dei partner perché l’unica aspirazione cui ambire è diventare “lady qualcosa”. O è così che a molti piace pensare. Mi sorge così un quesito: quando e se Meloni diventerà premier, verrà attaccata per il suo programma, per eventuali provvedimenti criticabili o per il suo vestiario o aspetto estetico? Chiedo, perché le premesse non sono tra le migliori. E come donna, sono preoccupata.

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