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Fuga dal parlamento (di S. Mentana)

Marco Minniti è l'ultimo politico di alto profilo a lasciare il parlamento nel corso di questa legislatura. Cosa sta cambiando nelle istituzioni?

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 28 Feb. 2021 alle 19:14
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Immagine di copertina
Marco Minniti alla Camera dei Deputati. Credit: Maurizio Brambatti/ANSA

Il fatto che dalle ultime elezioni si siano succeduti tre governi dall’orientamento politico differente non è l’unico dato insolito di questa legislatura, né l’unico a doverci far riflettere su come la politica stia cambiando volto. Il parlamento eletto nel 2018 continua infatti a registrare dimissioni di politici che scelgono di fare un passo di lato per ricoprire incarichi extra-politici. L’ultima, arrivata nelle ultime ore, quella dell’ex ministro dell’Interno ed esponente del Partito Democratico Marco Minniti, che ha lasciato il suo scranno a Montecitorio per andare a guidare la fondazione Med-Or, legata al gruppo Leonardo.

Minniti, sottosegretario con delega ai servizi segreti dei governi Letta e Renzi, salito alla guida del Viminale con Gentiloni, è stato protagonista di politiche sull’immigrazione e la sicurezza giudicate controverse e che hanno fatto storcere il naso a molte persone vicine al suo partito. In ogni caso, è fuor di dubbio che Minniti sia uno degli esponenti politici con maggiore esperienza nel campo della sicurezza e dell’intelligence, e anche per questo Leonardo ha deciso di selezionarlo per il nuovo incarico.

Prima di Minniti, questa legislatura ha visto diversi esponenti politici di primo piano preferire una carriera estranea al parlamento e ai partiti: il primo fu Guido Crosetto, da molti ritenuto l’ideologo di Fratelli d’Italia, che nel 2019 ad appena un anno dalle elezioni lasciò Montecitorio per andare a ricoprire l’incarico di presidente dell’AIAD, la federazione di categoria che raccoglie le aziende italiane dell’aerospazio.

Nel novembre 2020, a lasciare la Camera è invece Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia dei governi Renzi e Gentiloni. Economista approdato con l’esecutivo renziano al mondo della politica, Padoan era stato eletto per la prima volta in parlamento nel 2018, nel collegio uninominale di Siena della Camera dei Deputati. Dopo poco più di due anni ha deciso di fare ritorno al mondo economico, entrando a far parte del consiglio di amministrazione della banca Unicredit.

Nel gennaio 2021 a questo gruppo sempre più folto si è aggiunto Maurizio Martina, ex ministro dell’Agricoltura e successivamente segretario del PD per alcuni mesi dopo le dimissioni di Renzi, che ha lasciato Montecitorio per diventare vicedirettore generale della FAO. Appena un mese dopo, tocca a Minniti, chiudendo la rosa delle dimissioni illustri.

E’ rimasto invece nel mondo strettamente politico l’ex premier Paolo Gentiloni, che ha lasciato la Camera dei deputati per trasferirsi a Bruxelles come Commissario europeo all’Economia, unendosi tuttavia ai nomi di alto profilo che hanno lasciato il parlamento italiano nel corso di questa legislatura.

I quattro casi elencati (quello di Gentiloni è un discorso a parte), seppur rappresentino quattro situazioni differenti, hanno qualcosa in comune: si tratta di quattro figure di primo piano della storia politica recente che hanno deciso di lasciare il parlamento per un nuovo incarico che, per quanto necessiti di competenze politiche, è al di fuori del mondo delle istituzioni e dei partiti. Una fuga di cervelli, come l’ha definita Filippo Frignani sul sito di AGI.

Una svolta nella carriera per evitare la rottamazione, diranno alcuni. Un passo di lato come fatto da tanti politici nella storia, penseranno altri. Sicuramente un’opportunità importante ritenuta degna di essere accettata. Ci riguardano poco le ragioni personali delle scelte dei singoli, ma un dato fa riflettere: se quattro nomi di alto profilo hanno deciso di lasciare il parlamento, forse questo sta perdendo la sua centralità politica.

In un momento storico in cui la politica si muove soprattutto al passo dei leaderismi e in cui il rapporto tra eletti ed elettori è sempre più liquido, un modo tradizionale di fare politica rischia di rimanere senza casa, e certe esperienze che si trovano spaesate preferiscono forse andare a cercare spazio altrove rispetto al parlamento.

Come la politica, che quando non fa la sua parte vede i suoi compiti svolti da altri (non ci saremmo altrimenti rivolti a un tecnico per fare un governo, seppur si tratti di un tecnico di altissimo profilo), lo stesso rischia di accadere per il parlamento. E forse anche questo ha contribuito a far sì che certi politici preferiscano spostarsi altrove e indossare un altro abito.

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