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Delitto Ramelli, “Ma quale revisionismo? Raccontare quegli anni significa spiegare la genesi dell’odio” (di Luca Telese)

Di Luca Telese
Pubblicato il 18 Feb. 2020 alle 06:12 Aggiornato il 19 Feb. 2020 alle 12:19
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Immagine di copertina

Delitto Ramelli, Telese risponde a Raimo: “Altro che revisionismo”

Va sempre ricordato questo: Sergio Ramelli fu ucciso nel 1975 a Milano, a colpi di chiave inglese, mentre slegava il suo motorino da un palo. Sul marciapiede, dopo che i killer ebbero concluso il loro triste agguato, rimasero chiazze di sangue scuro e frammenti di materia cerebrale. Sergio finí in ospedale, in coma, venne operato al cervello, rimase mutilato della parola per giorni – si esprimeva a gesti -, si spense in un letto d’ospedale dopo una lunga agonia.

È davvero triste che nel 2020 ancora si litighi in suo nome: eppure accade. Christian Raimo, il protagonista di questa ultima polemica, è un intellettuale militante, solitamente molto rigoroso e pignolo, che ha il pregio di scrivere – bene o male – ma sempre animato da passione politica. Talvolta addirittura, scrive con troppa passione, fino a rischiare l’accecamento intellettuale (come in questo caso).

Domenica scorsa, per esempio, per Jacobin Italia, lo scrittore Einaudiano ha scritto una lunga articolessa contro Walter Veltroni, accusandolo di essere un pericoloso revisionista. In questo turbinoso atto di accusa, ispirato da un articolo dell’ex sindaco di Roma sul Corriere della Sera, incidentalmente, sono coinvolto, cosa che ovviamente non mi turba, anzi mi fa piacere e mi fa sorridere (amaro).

Avendo discusso con Giampaolo Pansa, quando era in vita, sulla natura del Revisionismo (lui considerava questo aggettivo una medaglia, e diceva con rammarico che non lo ero, mentre io di questa mancata celebrazione ero contento, e lo ringraziavo), trovo buffo che Raimo attacchi Veltroni (e di scorta anche il sottoscritto) nella sua invettiva: “Questa storia – osserva – non è la stessa della militanza neofascista, non è nemmeno lontanamente assimilabile, come fa Veltroni nel suo articolo. Vogliamo davvero ridurre la conoscenza storica di quegli anni alla narrazione Telese-Veltroni?”.

E quale sarebbe questa “narrazione” originata da un mio libro del 2006 (si intitola “Cuori Neri”) che secondo Raimo sarebbe “fortunato e velenosissimo”? Ecco cosa sostiene lo scrittore romano, dopo aver ricordato il “barbaro omicidio” di questo ragazzo: “Perché Ramelli sia diventato l’icona delle destre non è difficile da spiegare anche se occorre onestà intellettuale e amore per la complessità, ossia un approccio storico per non sminuire il riconoscimento e lo sdegno per la brutalità dell’agguato senza astrarre e destoricizzare l’accaduto. Veltroni fa il contrario: apre il suo pezzo con un preambolo intellettualmente disonesto e tossico”.

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Ed ecco il passaggio dell’articolo di Veltroni sul Corriere della Sera che secondo Raimo deve essere incriminato: “Di storie come quella che sto per raccontare ce ne sono state molte, troppe, quando eravamo ragazzi. Vale la pena usare la memoria – dice Veltroni – non solo per un giorno, oggi che vediamo l’odio riemergere sui muri delle case di deportate morte da tempo e impazzare incontrollato su schermi tecnologici e moderni”.

Cosa ci sarebbe di scandaloso, “tossico e revisionista” in questa premessa? Il fatto che Veltroni accosti la violenza subita da Ramelli a quella antisemita. Il che fra l’altro a me non sembra affatto disdicevole, anzi. Io non avrei messo troppa carne al fuoco, ma indubbiamente c’è un nesso comune che è l’azzeramento dell’umanità e della memoria.

La discussione che ebbi con Pansa (quando era in vita) verteva proprio sulla definizione di cosa sia il revisionismo: “Ovvero – scrissi nella prefazione di “Cuori contro”, in cui tornavo a dieci anni di distanza sulle polemiche suscitate da Ramelli – la trasformazione di un luogo comune storiografico nel suo esatto contrario”. Per me, dunque, revisionismo è passare da una sentenza apodittica del tipo “i Fascisti sono tutti stragisti” ad una revisione per cui “i Fascisti erano tutti vittime”. Il che ovviamente è un falso.

In realtà “Cuori Neri” era esattamente il contrario: un libro di 800 pagine in cui ho ricostruito la storia di 21 delitti degli anni di piombo che avevano per protagonisti dei giovani di destra tra il 1970 e il 1983, il contesto in cui erano avvenuti, il clima culturale che li aveva resi possibili.

Insieme a tutto questo, per rispondere a Raimo, non solo non astraevo e non decontestualizzavo proprio nulla, ma producevo documenti e testimonianze sia sulla violenza contro i fascisti che sulla violenza fascista. Mi piace ricordare a molti che lo criticano (ovviamente senza averlo letto) che “Cuori Neri” e “Cuori contro” sono due dei più ricchi racconti che si possa trovare (anche) sulla stagione delle stragi, sulle rappresaglie, sui delitti della stagione stragistica e della lotta armata. E devo qui aggiungere che il percorso culturale di Veltroni sugli anni di piombo inizia più o meno nello stesso periodo (addirittura prima) se è vero che il capitolo di “Cuori Neri” su Paolo Di Nella si chiude con la cronaca – allora la scelta fece scalpore – della giornata in cui Veltroni (secondo me giustamente) intitolò una strada in un parco ad un altro ragazzo missino – Di Nella – ucciso a colpi di porfido mentre attaccava dei manifesti di Fare Verde per la riapertura di Villa Chigi a Roma.

Attacca ancora Raimo, prendendosela con Veltroni: “In un solo paragrafo, mettendo insieme in un unico minestrone indigesto il riemergere terribile dell’antisemitismo e del negazionismo, le storie diversissime di violenza degli anni Settanta e un giudizio paternalista contro le tecnologie moderne – dice lo scrittore su Jacobin – squalifica da subito il suo approccio”.

Io penso esattamente il contrario. Ciò che scrive Veltroni, in perfetta coerenza con quello che ha fatto in questi anni, in gesti che hanno avuto clamore e in altri che non conosce quasi nessuno, è che nessun delitto premeditato può essere giustificato con “il contesto”. I delitti contro i Cuori neri (Raimo li chiama “nerissimi”) hanno sue caratteristiche che meritano di essere ricordate.

Furono quasi tutti agguati, molti addirittura scambi di persona e tantissime rappresaglie. A destra e a sinistra una lotteria di sangue dove chi sparava aveva talvolta meno di venti anni. Spesso questi delitti venivano commessi – come nel caso di Ramelli – da esecutori che nulla sapevano della persona che andavano ad uccidere. E il primo caso è proprio quello di Sergio.

Ramelli, come ha ricordato Veltroni, fu oggetto di una indagine minuziosa da parte di un magistrato (di sinistra) Guido Salvini, che appurò come quel ragazzo non si fosse macchiato di nessun episodio di violenza, di nessuna provocazione. Era missino, ovviamente, fiduciario del liceo Molinari per il Fronte della Gioventù, fu messo nel mirino perché aveva scritto un tema su un duplice omicidio delle Brigate rosse. Stop. Fine delle chiacchiere, delle contese, fine delle panzane: fu trucidato senza nessun motivo, da studenti della facoltà di Medicina di Avanguardia Operaia che ricevettero una foto di questo ragazzo. Tutti i protagonisti di quella storia, come ho mostrato con gli atti di quel processo, dissero di vergognarsi di quello che avevano fatto.

E qui c’è il secondo punto storicamente rilevante, che spiega perché queste storie meritavano di essere ricostruite: Ramelli, come abbiamo visto, fu il primo delitto del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia. Il rogo di Primavalle il primo delitto del servizio d’ordine di Potere Operaio. L’assassino di Mikis Mantakas si arruolò nelle Unioni Comuniste Combattenti. Gli uomini che furono processati per il delitto di Mario Zicchieri diedero vita alla colonna Romana delle Br (tant’è vero che la vicenda diventa una costola del Moro ter). Per l’assassinio di Mazzola e Giralucci, a Padova, nel 1974, è stato condannato un certo Renato Curcio. Per il delitto di Renato Pedenovi, a Milano, alcune schegge impazzite di Lotta Continua costituirono Prima Linea (l’organizzazione che insieme alle Br ha fatto più morti negli anni Settanta). La strage di Acca Larenzia segnò l’ingresso nel brigatismo di un gruppo di fuoco di Autonomia Operaia. Questo, con buona pace di Raimo, è il contesto efferato di quei delitti, che – per la cronaca – all’epoca furono tutti negati, e coperti dall’accusa infame e ridicola: “Si sono sparati da soli”.

In cosa, di grazia, sbaglierebbe Veltroni? Quale sarebbe la “narrazione” revisionistica? Mistero. E ripeto: in “Cuori Neri” pubblicavo molti documenti (spesso inediti), anche grotteschi, come il proclama che Borghese si era scritto da solo in caso di golpe. Raccontavo i delitti più efferati dei NAR, a cominciare dal martirio di Roberto Scialabba, ragazzo di sinistra trucidato nel quartiere Tuscolano a Roma, in teoria per vendicare un anno dopo la strage di Acca Larenzia. Erano partiti con tre macchine per assaltare un centro sociale, lo avevano trovato chiuso, si erano messi a giocare a tiro a segno con chi passeggiava in piazza, e – dopo aver abbattuto e ferito un ragazzo rosso che aveva una copia de Il Manifesto nella tasca dei pantaloni, Scialabba – un altro ragazzo, stavolta nero (Valerio Fioravanti) gli era saltato a cavalcioni sopra il corpo, gli aveva puntato la pistola in faccia e lo aveva trucidato sparandogli a bruciapelo.

Di questi delitti si è occupato da sindaco Walter Veltroni senza nessuna equiparazione. E su quei ragazzi (neri) avevano fatto il loro apprendistato le organizzazioni criminali del terrorismo di sinistra.

Raccontare il contesto, la sequenza dell’orrore, la vigliacheria e le menzogne non significa affatto – come scrive Raimo – “togliere dal dibattito storico l’analisi degli avvenimenti, e relegarli a una dimensione astratta, velenosamente mielosa, astorica e vischiosamente memorialistica, omologante, in cui esistono solo le vittime, tutte uguali e confuse, umiliante persino per i famigliari che vogliono preservarne la memoria”. Significa fare esattamente il contrario. Spiegare come e perché, con fatica e pignoleria, spiegare la genesi dell’odio, i meccanismi automatici con cui la violenza si riproduce.

Per questo penso che sia giusto non permettere agli ex terroristi di banalizzare la loro violenza (l’ultimo è stato l’ex brigatista Etro cacciato proprio per questo motivo da Massimo Giletti a Non è l’Arena domenica sera), per questo sono contento che Veltroni abbia scritto di Ramelli. Ha ragione il biografo di Sergio, Guido Giraudo: questa è “una storia che fa ancora paura”, se ogni volta che viene citato questo nome esplode la polemica. L’unico antidoto contro un delitto inutile – ancora una volta la lezione è questa – è la forza della ragione che non dimentica.

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