Salvini e Giovanardi, vergognatevi e chiedete scusa (in fretta) a Ilaria Cucchi

Il commento di Lorenzo Tosa

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 9 Apr. 2019 alle 15:33 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 15:31
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Immagine di copertina
Matteo Salvini, Ilaria Cucchi e Carlo Giovanardi

“Ciò che ha scritto la sorella di Cucchi mi fa schifo, si dovrebbe vergognare per quanto mi riguarda. Difficile pensare che ci siano stati carabinieri che pestarono quello lì per il gusto di pestare”.

Lo ha detto Matteo Salvini tre anni fa a “La Zanzara”. Era il 4 gennaio 2016, allora la Lega non era ancora il rullo compressore che è oggi, il “Capitano” non era ancora ministro e il processo Cucchi, dopo 7 anni di omertà di Stato, menzogne e due processi-farsa, si trovava di fronte a un vicolo cieco apparentemente senza ritorno.

All’epoca l’opinione pubblica, che pure nei primi anni aveva chiesto giustizia con forza, cominciava lentamente a rassegnarsi all’idea di una verità impossibile da dimostrare e a vedere calare un manto bianco sui responsabili della morte di Stefano e, più in generale, sull’assoluzione giudiziaria e morale dell’Arma dei carabinieri.

Erano gli anni in cui l’ex ministro Carlo Giovanardi imperversava negli studi televisivi a ripetere che Cucchi “era solo un tossico”, che “era stato picchiato dai suoi amici spacciatori”, senza che, tutto sommato, sollevasse rivolte di popolo.

Era rimasta sola, Ilaria, a combattere una guerra solitaria contro tutto e contro tutti: contro l’Arma, contro le istituzioni, contro la stessa opinione pubblica. Lo ha fatto dal primo giorno, con una tenacia e una dignità incrollabili, anche quando tutto sembrava perduto.

Ha continuato a crederci nel 2014, dopo la prima assoluzione in appello di tutti gli imputati, e non ha smesso dopo la nuova assoluzione del luglio 2016 nell’appello-bis. Più quel muro di silenzio si alzava, più Ilaria tornava a chiedere con forza verità e giustizia, mentre tutto intorno a lei gli amici cominciavano a diventare sempre meno e sempre più i detrattori.

Almeno fino all’aprile 2017, quando la I Sezione penale della Cassazione ha annullato anche la seconda sentenza d’Appello e ordinato un nuovo processo. Ma ci sono voluti altri due anni di battaglie, dentro e fuori le aule giudiziarie, per arrivare a quella che si può considerare una svolta senza precedenti non solo all’interno del processo Cucchi ma per la storia giudiziaria italiana e, più ancora, nel rapporto tra lo Stato e i cittadini.

Ieri, infatti, a distanza di dieci anni dalla morte di Stefano, sono accadute due cose: il generale dei carabinieri Giovanni Nistri, con una lettera di 4 pagine indirizzata a Ilaria Cucchi, ha preannunciato la costituzione di parte civile dell’Arma nel nuovo processo; il “superteste” Francesco Tedesco per la prima volta ha ammesso in aula che Stefano è stato preso a calci e pugni.

Di colpo – in ritardo di dieci anni – la storia del processo Cucchi e di quella notte è cambiata per sempre. C’è un prima e c’è un dopo l’8 aprile. Non solo per la famiglia Cucchi ma per tutti coloro che continuano a credere nella giustizia.

Eppure, anche in una giornata come questa, in cui dovremmo essere tutti dalla stessa parte, è impossibile non ripensare alle parole di Salvini, alle dichiarazioni di Giovanardi e di tutti quelli che in questi anni hanno infangato l’immagine e la dignità di Stefano Cucchi, ucciso dalle logiche corporative e da un impossibile difesa dell’onor di Stato, prima ancora che dai calci e dai pugni.

Oggi che la verità comincia ad emergere dopo un decennio di omertà a tutti i livelli, il minimo che si pretende da chi riveste incarichi istituzionali è sentirgli pronunciare, prima o poi, quell’unica ma significativa parola: “Scusa”.

Accompagnato, subito dopo, da un grazie. Grazie a Ilaria Cucchi, a questa donna coraggiosa e tenace che ha dimostrato che non bisogna mai smettere di credere nella verità, anche quando hai tutti contro e tutto sembra finito.

Perché, come due settimane fa ha ricordato Alessandro Borghi, premiato come miglior attore protagonista ai David di Donatello per l’interpretazione magistrale di Stefano nel film “Sulla mia pelle”, oggi più che mai, in quest’epoca di odi sociali e diritti negati, dobbiamo “ricominciare a rimettere al centro gli esseri umani e l’importanza di essere considerati tali, a prescindere da tutto.”

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