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Per proteggere gli anziani tenete in casa noi giovani: lettera di uno studente a Governo e Regioni

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Francesco Principessa, studente universitario della provincia di Rieti

Di TPI
Pubblicato il 26 Ott. 2020 alle 15:19 Aggiornato il 26 Ott. 2020 alle 18:19
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Immagine di copertina
Credit: PIxabay

Gentili Presidente Conte, Presidente Zingaretti e Ministro Speranza,
mi chiamo Francesco Principessa. Sono un giovane studente universitario della provincia di Rieti. Sono perfettamente conscio della criticità della nuova fase che l’Italia sta attraversando, ma sono anche rammaricato e, per questo, non posso fare a meno di pormi delle domande e fare luce su alcune zone d’ombra. Più di ogni altro tormentone e più di ogni altro cantante spagnolo – questa estate – abbiamo convissuto con le parole di virologi, infettivologi ed epidemiologi; ci hanno detto in ogni lingua come ci saremmo dovuti comportare per tornare a vivere nonostante questo subdolo nemico (le famose 3T – tamponi, tracciamento e terapia; utilizzo delle mascherine, igiene personale e distanziamento fisico).

Abbiamo ascoltato le formule comunicative più disparate a rassicurarci (“rimaniamo distanti oggi per abbracciarci più forte domani”; “andrà tutto bene”). Ci siamo comportati, più di ogni altro paese al mondo, affidandoci al rispetto delle regole e alle indicazioni di chi ne sa più di noi. Ma cosa non sta funzionando? È una domanda legittima. Chiunque abbia parlato di Covid-19 ha detto che siamo di fronte a una situazione completamente diversa da quella già vissuta. Eppure sembra di rivivere le stesse scene, la stessa incertezza e la stessa angoscia. Sono tornate all’ordine del giorno parole come lockdown e didattica a distanza; gli ospedali italiani sembrano riempirsi sempre di più e le grida di chi è in corsia tornano ad essere pungenti. Eppure non siamo a marzo.

Di mesi dal primo caso segnalato in Italia ne sono passati otto. La sensazione è che l’unica occasione che il virus ci ha dato, dopo l’isolamento coatto imposto a chiunque, sia stata sprecata: l’Estate sarebbe dovuta essere il nostro trampolino di lancio verso una fase di convivenza con il Covid diversa. Invece, quella fase non è mai partita. Più che verso la luce, l’Italia ha intrapreso la strada verso il baratro. Senza ombra di dubbio, ogni italiano ha le proprie responsabilità: a partire dai cittadini ad arrivare ad ogni grado delle Istituzioni. Ma non basta a coprire, dal mio punto di vista, il fallimento totale di una classe politica e dirigente, rivelatasi incapace di governare e proteggerci.

Ho pensato che la pandemia sarebbe potuta essere il tasto reset di cui questo Paese ha bisogno; ho pensato che saremmo potuti uscire meglio da questa situazione e le sfide posteci sembravano aiutarci a farlo: la scuola e l’università, un nuovo modello sanitario e una ripresa economica più equa e sostenibile. Insomma, il coronavirus era l’occasione giusta per affrontare annosi nodi venuti, per fortuna o per sfortuna, al pettine proprio ora. Invece, da occasione, la pandemia si è trasformata nell’ennesima, forse fatale, battuta di arresto di una Nazione in declino da tempo.

La verità – voglio provocare – è che l’Italia è un paese per vecchi, ma i cui vecchi non sono neanche in grado di proteggersi e tutelarsi. Basti vedere la strategia portata avanti per proteggere le fasce della popolazione più a rischio infezione: spingere a rimanere a casa quanto più possibile le fasce della popolazione meno a rischio. Un paradosso degno di nota.

Non una misura attiva di protezione di chi non si sente al sicuro, ma stigmatizzare e biasimare chi prova a vivere la propria vita in modo umano. Non sarà la movida a contagiarci tutti, ma la mancanza di tamponi; non saranno i ristoranti e i bar a farci ammalare, ma la completa inesistenza di un sistema di medicina territoriale; non sarà la dimensione sociale dell’uomo a mettere a rischio le fasce più deboli, ma la strategia di gestione raffazzonata di un governo precario.

Non siamo uomini per la nostra dimensione corporale e fisica; lo siamo perché la nostra umanità si fonda sulla nostra dimensione sociale, culturale e psicologica. Siamo umani perché andiamo a scuola, perché abbiamo gusto nel prendere un caffè e scambiare due parole con il barista, perché riusciamo a comprendere il peso dei sacrifici che, a volte, devono esser fatti per non mettere a repentaglio la vita degli altri in situazioni di incertezza. Non perché ci induciamo a reprimere la nostra umanità quando altri non sono in grado di adempiere ai loro compiti di protezione e di assumersi le loro responsabilità.

L’Italia è un paese per vecchi, ma i cui vecchi non sono in grado di comprendere che tutto questo travolgerà anche loro. Un paese che non tutela i propri ragazzi, le proprie nuove leve, è un paese destinato a sparire. Prima di quanto crediamo. Se avete a cuore l’Italia, non i giovani; se avete a cuore voi stessi, aiutateci a tornare a vivere. Riaprite le scuole, le università. Conviviamo col virus, ma facciamolo bene. Ne va, non solo della nostra, ma anche della vostra sopravvivenza.

Leggi anche: Gli italiani hanno rispettato le regole. Chi doveva prevenire la seconda ondata no (di Luca Telese)

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