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Gli italiani hanno rispettato le regole. Chi doveva prevenire la seconda ondata no (di Luca Telese)

Di Luca Telese
Pubblicato il 25 Ott. 2020 alle 13:17 Aggiornato il 25 Ott. 2020 alle 16:25
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Nulla di quello che doveva essere fatto è stato fatto. Il punto, alla fine è questo. Governo, ministri, presidenti di regione, assessori, sindaci, virologi, epidemiologi, predicatori vari, moralisti inflessibili quando si tratta della vita degli altri (categoria trasversale è inflazionata di questi tempi): hanno predicato, dichiarato, speso (spesso male), deciso (quasi sempre contraddicendosi), prescritto, annunciato (per poi revocare), tutto a vuoto: ma se alla fine il contagio è esploso, travolgendo ogni proposito con l’onda lunga della paura, la colpa non è degli italiani. È loro.

Chiudono le palestre, ma ci sono dati o evidenze scientifiche di contagi in palestra? No. Ci sono affollamenti del trasporto pubblico per folle di sportivi che si recano in palestra? No. Chiudono i cinema, ma ci sono dati o evidenze scientifiche di contagi nei cinema? No. Ci sono affollamenti del trasporto pubblico per folle che si recano nei cinema? No. Chiudono la scuola: ma chi aveva detto fino a ieri, con tono solenne: “La scuola sarà l’ultima a chiudere?”. Non noi, ma loro: premier, ministri, governatori. De Luca ha chiuso tutto, scuole comprese. Ma oggi ha già cambiato idea: se prima non c’è il “ristoro” del governo lui non chiude nulla. Peccato che solo 24 ore prima, però, con la sua fuga in avanti, avesse prodotto una rivolta di piazza, animata da incazzati, fascisti ed ultras.

In mezzo a questa crisi, va in scena la commedia grottesca del federalismo all’italiana: se i governatori chiudono il governo immancabilmente apre. Se il governo chiude i governatori immancabilmente vogliono aprire. Se uno dice sì, l’altro dice di no. Se c’è da chiudere fallo tu, ma io vorrei. Se c’è da aprire dovresti farlo tu, che hai chiuso, ma preferisco prendermi il merito io.

E fra questo i peggiori sono quelli eletti direttamente dal popolo. I virologi lo avevano detto. I politici lo avevano detto. I ministri lo avevano detto. Secondo la De Micheli, responsabile del trasporto pubblico, nessuno si contagia sui mezzi di trasporto pubblico. E siamo contenti. Secondo l’Azzolina, ministro della scuola, nessuno si contagia a scuola. E sono sicuro che sia così. Secondo Spadafora, ministro dello sport nessuno si contagia nelle palestre. E io penso: magari. Secondo gli epidemiologi, che hanno detto di tutto e di più “i contagi avvengono in famiglia”. Sarei felicissimo se fosse così.

Il premier Conte, solo tre giorni fa diceva ai suoi ministri: “Non voglio nemmeno smentire pronunciare la parola lockdown!”. Applauso. Ma poi il governo si consulta con i virologi, e tutti insieme ministri, premier e virologi si dimenticano di quello che hanno detto. Stiamo arrivando al lockdown a piccoli passi. E così si mettono i sigilli a tutti: a chi ha speso per mettere protezioni e sanificazioni e a chi no. A chi rispetta le regole e a chi no. Ai cinema in cui applicano tutti i protocolli, ai ristoranti che prendono anche nomi e numeri di telefono.

Tornano indietro su tutto quello che hanno detto in questi mesi. Si rimangiano il primo mantra: “Con il virus bisogna convivere”. In realtà non ci stiamo convivendo per nulla: ci stanno imponendo il coprifuoco, la chiusura di tutte le attività, il lockdown a rate. Alla fine la convivenza con il virus si traduce nel farlo vincere. I motivi di questa Caporetto sono semplici, e sono due. Il primo è che i contagi salgono e chi governa, a qualsiasi livello, si è fatto prendere dalla paura. Le terapie intensive si saturano e questo – solo questo – significa morte certa per i malati.

Ma il secondo motivo, è ancora più grave: non sono stati gli italiani a non rispettare le regole. Non sono stati gli esercenti. Non i seguaci dei Ferragnez, che si sono messi festosamente la mascherina (magari plissettata). Non sono stati i professori, o il mondo della scuola, che hanno attuato protocolli difficili con rigore e passione inimmaginabili. Non sono stati i ragazzi. Sono loro: i nostri amministratori pasticcioni. Avevano detto: predisporremo tracciamenti, tamponi, trasporti pubblici, nuove terapie intensive. Quel che è accaduto è noto: mentre anche l’ultimo dei bar e l’ultimo dei tassisti, nel suo piccolo, alzava la sua ballerina di plexiglas, mentre i presidi passavano l’estate con il metro in mano a misurare la classi, mentre nei cinema si contavano le poltrone, i responsabili che avrebbero dovuto pianificare interventi immani (per un motivo o per un altro, ora non importa quale) non riuscivano a realizzare i loro obiettivi.

Così il trasporto pubblico restava cronicamente saturo, i mezzi pochi e non efficienti, così le nuove terapie intensive non venivano attivate, i rianimatori non venivano arruolati, così i tracciatori non venivano assunti (e ovviamente nessuno ha fatto le indagini epidemiologiche), così il sistema dei tamponi si inceppava, con file notturne (che ovviamente diventano opportunità di contagio) davanti agli ospedali che solo in Italia – oggi come in primavera, per un motivo o per un altro – sono il primo luogo di diffusione dell’epidemia.

E siccome l’unica cosa certa era che i contagi salivano (e salgono), l’unica soluzione possibile era (ed è) scaricare ogni responsabilità sui cittadini: d’estate avete fatto bagordi, non vi mettete le mascherine, andate in giro e non restate a casa (mentre l’evidenza dice il contrario), pensate troppo al divertimento, adesso non uscite più. Siamo arrivati all’assurdo che gli amministratori della regione Lombardia hanno talmente la testa tarata sul passato, da aver concesso in automatico un incentivo ai dirigenti sanitari che chiudevano le terapie intensive, invece di aprirle (come avrebbero dovuto). Una volta diffusa la notizia, invece di negarla o nascondersi, l’hanno difesa argomentando.

È in questo modo che la paura, che in questa farsa all’italiana è l’unica regola certa e irrevocabile con o senza Dpcm, ha imposto la sua legge tirannica al paese: non è arrivato nulla di quello che è stato promesso, e che però costava impegno, capacità di progetto e fatica per essere realizzato. E così ai cittadini si addebita tutto quello che a chi governa a livello locale e nazionale non costa nulla fare: divieti, multe, chiusure forzate e coprifuoco.

La scuola, dalla mattina alla sera, non è più “l’ultima cosa da chiudere” ma la prima. Rispettare le regole non è più importante, perché tanto chiudono tutto. Fare dei controlli (per esempio) sarebbe molto utile, ma è difficile, e poi a quale delle cento inutili autorità italiane si delega un impegno che prevede responsabilità? Non scherziamo. Tracciare i contatti non è più vitale perché i contagi sono saltati, i tamponi non sono più la priorità perché chi doveva farli è andato in tilt. La paura è la grande padrona che in queste ore mette le mani sul volante dell’Italia, e i provvedimenti di coprifuoco, di limitazione indifferenziata delle libertà, le condanne a morte di interi settori produttivi, sono il grande alibi che nasconde ogni colpa. Perché tanto, di notte – come diceva il filosofo – tutte le vacche sono nere.

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