Il dramma del virus non può trasformarsi in una faida tra presidenti di regione

Scontro tra Fontana e De Luca per la data di riapertura: come fermare questa polemica?

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 18 Apr. 2020 alle 09:12 Aggiornato il 18 Apr. 2020 alle 09:15
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Immagine di copertina
Attilio Fontana e Vincenzo De Luca

Quando questa tragedia si sarà stabilizzata, quando cioè sarà stato riaperto, almeno in parte, il Paese, si dovrà riflettere seriamente su una delle più grandi storture della nostra storia recente. Spiace dirlo, ma la riforma del Titolo V, varata dal centrosinistra sul finire della tredicesima legislatura, si è rivelata un fallimento totale. A furia di inseguire la Lega, allora fieramente nordista e secessionista, sul suo stesso terreno, i sedicenti riformisti hanno contribuito a trasformare l’Italia in una Babele permanente. Basti pensare a ciò che sta accadendo in queste settimane nelle varie regioni, con Fontana, presidente della Lombardia epicentro della catastrofe, che auspica la riapertura immediata di tutto o quasi e il suo collega De Luca, presidente della Campania, che minaccia di blindare la sua regione qualora il Nord impaziente dovesse far ripartire una circolazione di persone che anche a noi, oggettivamente, appare prematura.

Tralasciando i malumori all’interno del governo, gli scontri, più o meno sotterranei, fra i ministri e il clima da pre-crisi che si respira da giorni, è bene soffermarsi sul fatto che il Coronavirus ha reso palese ciò che vent’anni di conflitti d’attribuzione e scontri d’ogni genere fra Stato e regioni avrebbero dovuto far emergere con vigore fin dall’inizio: questo pseudo-federalismo non funziona. L’idea che ogni regione abbia poteri molto estesi su materie essenziali come, ad esempio, la sanità non sta né in cielo né in terra, come non sta né in cielo né in terra l’autonomia scolastica e, meno che mai, la pretesa autonomista di alcune regioni del Nord, le quali, giustamente, per far fronte alla pandemia stanno ricevendo il pieno sostegno del resto del Paese.

L’Italia, stando a ciò che afferma la Costituzione, è una e indivisibile: non può esserci una sanità a Roma e un’altra a Napoli, una scuola a Milano e un’altra a Palermo, con standard e livelli di efficienza completamente diversi e disparità fra i cittadini che creano italiani di Serie A e italiani per cui già la Serie B appare un miraggio. E anche le regioni, bisogna cogliere l’occasione per dirlo con chiarezza, hanno fatto il loro tempo. Nate nel contesto della Guerra fredda per garantire un minimo di equilibrio tra le forze politiche, in un contesto di democrazia bloccata, con un PCI fortissimo ma che non poteva accedere al potere per via degli accordi di Jalta, rivelano ormai da anni la loro costosa inefficienza. Abolirle, ripristinando le province e restituendo prestigio e competenze ai comuni, possibilmente accorpati per evitare di dover fare i conti con uno spropositato numero di decisori e quasi mai una decisione apprezzabile, sarebbe una scelta opportuna.

Guai, tuttavia, a inscrivere questo necessario dibattito sul riassetto costituzionale e amministrativo dell’Italia nella logica populista, e ormai sul viale del tramonto, del taglio dei costi della politica. Questa revisione dell’assetto complessivo del sistema-Paese andrebbe compiuto anche se dovesse portare a un incremento dei costi della cosa pubblica, in quanto il buon funzionamento delle istituzioni è esso sì garanzia di tenuta della democrazia e di felice convivenza tra i cittadini.

La faida tra presidenti di regione, alla vigilia di un’importante consultazione come le Regionali del prossimo autunno, in cui ognuno cercherà, legittimamente, di portare l’acqua al suo mulino, rischia di aggiungere strazio allo strazio che già stiamo vivendo. Si è parlato, in questi giorni, addirittura di un possibile commissariamento della Lombardia: non ci sembra opportuno entrare nel merito di una questione così delicata; fatto sta che il tanto decantato modello lombardo, soprattutto a livello sanitario, ha mostrato ben più di una crepa.

Quanto a Conte, se nei primi giorni ci è sembrato un timoniere mite ma determinato, in grado di prendere per mano il Paese nel momento più difficile, adesso dà l’impressione di essere in difficoltà, fra cabine di regia che non conducono da nessuna parte e il riemergere dello scontro politico che rischia di travolgere un’impalcatura già fragile come l’attuale maggioranza e un quadro istituzionale spappolato. Non appena gli “andrà tutto bene” e i canti dai balconi hanno ceduto il passo al comprensibile scoramento di molti, reso ancor più atroce dallo spettro di una crisi economica e occupazionale di proporzioni apocalittiche e dalle titubanze di un’Unione Europea ancora in cerca di sé stessa, l’esecutivo è andato in fibrillazione, eccetto alcuni ministri come, ad esempio, Boccia e la Azzolina.

Ora, un Presidente del Consiglio fino a due anni fa sconosciuto ma comunque capace di farsi apprezzare per le sue doti di mediazione e di buonsenso quando altri, anche di recente, hanno perso la testa, si gioca tutto. Qualora non dovesse farcela, e non ce lo auguriamo, per l’Italia si prospetterebbero giorni se possibile ancora peggiori di questi. E la mai sopita voglia di governissimo, mista alla decisione di Confindustria di affidarsi al “falco” Bonomi, spingono in questa direzione. Fuori Conte e un governo comunque dignitoso, al netto di tutti i suoi limiti, e dentro coloro che vogliono sempre correre, senza rendersi conto, per dirla con Sepúlveda, che la riscoperta della lentezza e della ponderazione non è solo necessaria ma, in questo caso, anche salvifica. 

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