Cara Lombardia, è ora di cambiare. Per te stessa e per noi

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 23 Apr. 2020 alle 07:46 Aggiornato il 23 Apr. 2020 alle 17:12
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Cara Lombardia, cambia per te stessa e per noi.

Molto si è discusso negli anni del cosiddetto “modello Milano“, esteso da alcuni all’intera Lombardia. Molto si è esaltata l’operosa produttività della regione più ricca d’Italia, con le sue fabbriche che non chiudono quasi mai, i suoi ritmi forsennati e il suo fatturato che può competere con la Baviera. Molto si è detto anche in merito alla gestione della sanità, salvo poi rendersi conto, a causa del Coronavirus, che la situazione non era poi così rosea come veniva descritta, ma non è di questo che intendiamo occuparci.

L’aspetto su cui sarebbe opportuno che Fontana, Gallera e l’intera classe dirigente milanese e lombarda degli ultimi trent’anni, tanto di destra quanto di sinistra, si interrogasse è dove ci abbia condotto quest’esaltazione dei “tempi moderni” che ricorda più un memorabile film di Chaplin che una bussola per il progresso e lo sviluppo sostenibile. Senza speculazioni di sorta, senza condanne preventive e senza entrare nel merito della gestione della crisi che si è abbattuta su mezzo pianeta, falcidiando la Lombardia come poche altre aree al mondo, nei giorni in cui si celebra la Terra e il suo bisogno di respirare è il caso di interrogarsi su dove eravamo arrivati prima che il Covid-19 sconvolgesse le nostre vite e su come ripartire fra qualche settimana.

Cara Lombardia, al netto di tutti gli elogi e le critiche che hai ricevuto in questo periodo, sai da sola che il tuo modello di crescita e di sviluppo non è sostenibile. Non è sostenibile perché produce un tasso d’inquinamento che distrugge i polmoni delle persone. Non è sostenibile perché congestiona oltremodo il traffico. Non è sostenibile perché sconvolge la vita dei cittadini. Non è sostenibile perché l’esistenza di un imprenditore non può essere una continua corsa da un aereo all’altro, in cui l’unico momento di pace è quando sta seduto sul proprio sedile a diecimila metri d’altezza, per poi ricominciare una sarabanda che gli impedisce di godersi un singolo istante di svago e di serenità. Non è sostenibile la robotizzazione degli esseri umani. Non è sostenibile una produzione continua, incessante e drammaticamente vana, in quanto non potremo mai competere con Paesi che non rispettano alcuna norma sanitaria e alcun diritto umano, se non a costo di distruggere il nostro tessuto sociale e provocare un impoverimento della popolazione che non è solo di natura economica ma, più che mai, etico, valoriale e relativo al nostro stare insieme.

Quando ripartiremo, perché con le dovute cautele e nei tempi giusti ripartire è sacrosanto, dovremo per forza cambiare paradigma e sforzarci di essere migliori. Dovremo pretendere che si produca il necessario per vivere e ciò che serve per il nostro tempo libero: nulla di meno ma neanche niente di più perché il consumismo disumano su cui si è basata una parte consistente del presunto “miracolo economico” ci ha reso solo più selvaggi, non certo felici e, meno che mai, più ricchi. Dovremo cominciare a prendere in considerazione l’idea che lo Stato è indispensabile, che il privato da solo non può farcela, che il mercato dev’essere regolato, che la sanità dev’essere pubblica e uguale per tutti, che gli spiriti animali del capitalismo devono essere spenti al più presto e che la competizione sfrenata fra poveri cristi ci porta indietro di secoli, con l’uomo lupo degli altri uomini e uno straziante addio all’illuminismo e a quel minimo di senso della pietà, del rispetto, dell’umanità e di un futuro sostenibile che proprio in Lombardia è stato teorizzato da alcuni giganti come Cesare Beccaria, il futuro papa Montini e il cardinal Martini.

Se vuole avere un futuro, la regione più potente d’Italia deve cominciare a prendere atto che non può farcela da sola, che o ci salviamo tutti o non si salverà nessuno, che Milano è bella e importante ma non può essere la Mecca in cui tutti devono recarsi costantemente in pellegrinaggio, che non c’è alcun bisogno di ospitare decine-centinaia di eventi l’anno perché ne bastano meno, magari costruiti meglio, e che anche la locomotiva, per essere tale, ha bisogno di un treno che la segua, altrimenti viaggia da sola e, alla lunga, rischia di deragliare.  Queste riflessioni non costituiscono un’accusa mirata nei confronti di qualcuno ma un’analisi complessiva di un modo di essere e di percepirsi che, negli ultimi decenni, hanno allontanato la Lombardia dal resto del Paese e favorito il diffondersi di un’antipatia, neanche troppo velata, che impedisce oggi a molti di essere pienamente solidali col suo dramma.

Viene in mente, guardando questa regione importante e sfortunata, la celebre favola di Fedro relativa alla rana e al bue, con la rana che si gonfia fino a scoppiare per provare ad assumere le dimensioni del bue, senza rendersi conto di essere nata per essere altro e di non poter modificare in maniera tanto insensata la propria natura. Se penso alla Lombardia che mi sta a cuore, penso a Rizzoli, a Mondadori, a Biagi, a Montanelli, ai partigiani, alla Resistenza, alla grande industria del dopoguerra, alla solidarietà di un certo cattolicesimo democratico, all’ala migliore della DC, ai sindaci progressisti come Greppi, Bucalossi e Aniasi, alle imprese sportive di Milan e Inter, alla Rinascente, alla grande cultura di Visconti e Strehler e a quel ruolo di “capitale morale” che Milano, da Tangentopoli in poi, ha smesso purtroppo di ricoprire, con conseguenze devastanti per sé e per l’Italia.

Se vuole avere un futuro, la Lombardia non può, dunque, tornare a essere ciò che era prima del Coronavirus: deve tornare a essere ciò che è stata quando ha accolto i meridionali in fuga dalla miseria e li ha resi cittadini di Serie A, quando ha avuto fabbriche di primo livello con rapporti lavorativi olivettiani, quando ha saputo mescolare l’eccellenza della produzione con il rispetto del prossimo e dell’ambiente. Di una cappa di nebbia e di smog, in cui troppi corrono istericamente verso il nulla, quasi nessuno sa più fermarsi a osservare un tramonto, il massimo della vita è considerato un apericena tanto costoso quanto insoddisfacente e si finisce con l’avere paura dell’altro anche se abita a due passi da noi, per il semplice motivo che non lo si conosce e si è tutti soli in un universo di reciproca diffidenza, di tutto questo non ne abbiamo alcun bisogno. Ed è un tema globale: uno di quegli argomenti che investe tutti e sui quali nessuno può tirarsi indietro perché, se la politica ha ancora un senso, significa occuparsi della pòlis, cioè degli altri. Le bandierine e le contrapposizioni da due soldi, al cospetto di una pandemia che ha fatto saltare tutti i paramenti precedenti, anche no: non ce le possiamo permettere e non hanno senso.

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