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Dal caso Cucchi alla strage di via d’Amelio: così l’Italia si è rassegnata ai depistaggi di Stato

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«I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un’opera complessa di depistaggi durati anni». Queste parole le ha pronunciate il pubblico ministero Giovanni Musarò durante la requisitoria del processo a carico di alcuni esponenti dell’Arma dei Carabinieri accusati di aver depistato le indagini sulla morte di Stefano Cucchi. La pubblica accusa ha chiesto 7 anni per il generale Casarsa, comandante del Gruppo Roma quando Cucchi veniva ucciso. Non so come andrà il processo. Non so se ci saranno o meno condanne. So che in un Paese normale, dalla storia normale, la pubblica opinione si dovrebbe indignare al solo pensiero che alcuni carabinieri potrebbero aver volutamente depistato in modo “ostinato ed ossessivo” le investigazioni sulla morte di un ragazzo di 31 anni. Il dramma dell’Italia è che a forza di accettarle le ingiustizie perdono il loro contorno, si mimetizzano con la normalità fino a diventarne parte integrante.

Il 17 luglio scorso, in occasione di un convegno organizzato da Antimafia2000 sulla strage di via d’Amelio, il procuratore Roberto Scarpinato si è soffermato sulle principali stragi in Italia ricordando una loro caratteristica comune: i depistaggi realizzati da uomini dello Stato.

«La strage di via d’Amelio non è soltanto un caso giudiziario. È un capitolo della storia della lotta del potere in Italia. È un paradigma, una cartina di tornasole del reale funzionamento del potere in Italia. Il segreto ritratto di Dorian Gray nel volto feroce e criminale di alcuni settori della classe dirigente che la lotta per il potere non l’hanno condotta solo con mezzi legali ma l’hanno condotta anche con stragi ed omicidi. Dall’inizio della storia di questa Repubblica la cui nascita viene tenuta a battesimo da una strage politico-mafiosa, la strage di Portella della Ginestra di cui sono rimasti ignoti i mandanti. E dopo quella strage non c’è nessuna storia europea che sia costellata da una sequenza ininterrotta di stragi – dalla strage di Brescia, di Bologna, dell’Italicus, di Peteano sino a quelle del ’92 e del ’93 che hanno tutte un unico comun denominatore che ritroveremo anche nella strage di via d’Amelio: i depistaggi».

Paolo Borsellino, alcuni giorni prima di saltare in aria a Palermo, disse alla moglie che la mafia l’avrebbe assassinato ma solo dopo che qualcun altro lo avesse deciso. I fatti gli hanno dato ragione. L’accelerazione che subì l’organizzazione dell’attentato fu anomala e controproducente per la mafia stessa. In Parlamento, infatti, giaceva con sempre meno possibilità di essere convertito in legge, il cosiddetto decreto Falcone, un provvedimento che conteneva, tra le altre cose, il 41bis e l’ergastolo ostativo, norme che i mafiosi temevano più di ogni altra cosa. Ebbene la morte di Borsellino costrinse il Parlamento ad approvare quel decreto. Dunque, in quel momento, uccidere Borsellino andò contro gli interessi mafiosi. Evidentemente vi erano interessi più alti. Per non parlare dell’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava ogni cosa e che sparì dalla scene della strage prelevata, presumibilmente, da uomini dei servizi segreti, non certo da mafiosi. D’altro canto (oltre ad averlo tragicamente preannunciato Borsellino stesso) che via d’Amelio non fosse solo una strage mafiosa lo sostengono diversi esponenti di Cosa nostra. Gaspare Spatuzza, assassino di Don Pino Puglisi, una volta divenuto collaboratore di giustizia, raccontò che nel garage dove venne collocato l’esplosivo nella Fiat 126 c’era un soggetto del tutto estraneo alla mafia.

Nelle motivazioni della sentenza di I grado del processo Borsellino quater i giudici scrissero che «via D’Amelio fu il più grande depistaggio della storia». Vincenzo Scarantino, il falso pentito che si auto-denunciò come esecutore della strage fu indotto a dichiarare il falso agli inquirenti. Lui ha sempre sostenuto che a spingerlo a mentire furono alcuni poliziotti della Squadra Mobile di Palermo tra i quali l’allora comandante Arnaldo La Barbera il quale ebbe, sempre per i giudici che scrissero quella sentenza, “un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa”.

Uomini delle Istituzioni, dunque, presumibilmente coinvolti in depistaggi. La stessa accusa formulata ai carabinieri nel caso Cucchi. La stessa accusa che ha portato alle condanne innumerevoli esponenti dei carabinieri, della polizia o dei servizi segreti in un Paese in cui le verità più importanti ancora non si conoscono.

Un paese in cui una prima strage dai mandanti ignoti e dai depistaggi certi, quella di Portella della Ginestra, venne consumata ancor prima dell’approvazione della Costituzione repubblicana. Era il 1 maggio del 1947 quando a Piana degli Albanesi vennero assassinati (soltanto da Salvatore Giuliano e dagli uomini della sua banda?) undici contadini tra i quali quattro bambini.

A piazza Fontana, nel 1969, morirono 17 persone. Anni dopo vennero condannati per depistaggio alcuni uomini dei servizi tra i quali il generale Gianadelio Maletti capo del reparto D del controspionaggio.

Tra l’altro la strage di piazza Fontana vi fu due giorni dopo la strage di viale Lazio a Palermo, una strage ideata da Stefano Bontate (uno dei sottoscrittori del patto con Berlusconi per la cui intermediazione è stato condannato Dell’Utri) e che venne realizzata dai corleonesi Riina e Provenzano. Quel Riina il cui covo non venne immediatamente perquisito dopo la sua cattura (ci pensarono i picciotti a ripulirlo prima dell’arrivo delle forze dell’ordine) e quel Provenzano che non venne catturato quando Luigi Ilardo – un mafioso che si era pentito e che stava agendo come infiltrato per conto dello Stato – l’aveva portato al Ros dei carabinieri su un piatto d’argento indicando il luogo esatto in cui si trovava. Ilardo, che aveva informazioni sui mandanti delle stragi esterni alla mafia, venne assassinato un paio di giorni prima dell’appuntamento che aveva con i magistrati.

Nel 1972 a Peteano, vicino a Gorizia, un’autobomba uccise tre carabinieri. Ebbene neppure la morte di tre giovani esponenti dell’Arma impedì ai vertici dei carabinieri di depistare le indagini. Nel 1992, infatti, vennero condannati in via definitiva il generale Dino Mingarelli ed il colonnello Antonino Chirico.

Due anni dopo, a Brescia, in piazza della Loggia, una bomba lasciata in un cassonetto uccise otto persone che partecipavano ad una manifestazione contro il terrorismo. Anche quelle indagini vennero più volte depistate e Maurizio Tramonte, uno dei condannati, era un informatore dei servizi segreti.

Alcuni giorni dopo, nella notte tra il 3 ed il 4 agosto del 1974, sul treno Italicus che transitava sulla ferrovia Bologna-Firenze, un ordigno fece 12 morti e quasi 50 feriti. Anche allora le indagini vennero ripetutamente depistate da uomini delle forze dell’ordine e dei servizi segreti molti dei quali appartenenti alla P2, la loggia massonica guidata da Licio Gelli, quel Gelli condannato in via definitiva per il depistaggio realizzato durante le indagini di un’altra terrificante strage, quella di Bologna, che provocò la morte di 85 persone. Per aver depistato quelle indagini non venne tuttavia condannato solo il “maestro venerabile” ma anche uomini dello Stato come il colonnello dei carabinieri ed ufficiale del SISMI Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci, altro agente segreto. Attualmente a processo, sempre con l’accusa di depistaggio, c’è un altro ex-carabiniere: Piergiorgio Segatel.

“Se si depista, se si occultano le prove, è perché si deve coprire delle verità che sono destabilizzanti. È perché bisogna tenere coperto il volto dei mandanti eccellenti”. Sono ancora parole di Scarpinato.

La questione dei “mandanti eccellenti” non riguarda Stefano Cucchi. Tuttavia se i depistaggi dovessero esser provati in sede processuale, anche il caso Cucchi sarà l’ennesimo esempio della presenza nello Stato di un Anti-Stato che opera per l’auto-conservazione, per l’auto-protezione o per proteggere terroristi, mafiosi, uomini dei servizi segreti deviati, faccendieri, interessi stranieri, politici pavidi, politici coinvolti e uomini delle forze dell’ordine che hanno provocato la morte di un ragazzo come Stefano.

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