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Boris Johnson, la sospensione del Parlamento e la strategia dell’acqua alla gola sulla Brexit

Il premier britannico non è un politico comune, gioca fuori dagli schemi, solleva l’asticella, sfida l’opinione pubblica e Bruxelles. Una mossa tattica da negoziatore disperato o da freddo calcolatore, costi quel che costi

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 29 Ago. 2019 alle 12:58 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 13:20
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Immagine di copertina
Una manifestazione contro la decisione di Boris Johnson sulla sospensione del parlamento britannico. Credit: DANIEL LEAL-OLIVAS / AFP

Brexit: Boris Johnson, la sospensione del Parlamento e la strategia dell’acqua alla gola

Che fosse uno che agisce fuori dal protocollo lo hanno capito tutti, ma questa volta Boris Johnson la firma ce l’ha messa per esteso nell’almanacco della storia britannica. Non sarà un autunno normale, perché questi non sono tempi normali.

La sua mossa di sospendere il Parlamento è grande, coraggiosa, sfrontata e storica. Tanti aggettivi, tutti validi per uno che è davvero impossibile da catalogare. Da giocatore di poker, calcolatore da Risiko, stratega nello stabilire una tattica che appare divisiva. La strategia è quella di chi pare voglia giocarsi tutto, quelli che portano il livello sino a fare sentire l’acqua alla gola. Oppure è semplicemente tutto un bluff.

Ma una cosa, Boris Johnson, da quando il lungo cammino della Brexit è iniziato, è riuscito a farla: ha unito il fronte delle opposizioni.

È un vero terremoto costituzionale – in un paese in cui la Costituzione come la intendiamo noi non esiste – quello in atto da quando ha annunciato l’intenzione di chiudere il Parlamento britannico per cinque settimane, sfidando gli oppositori della sua strategia Brexit.

La mossa è stata descritta da John Bercow – lo speaker della Camera dei Comuni – come un vero e proprio “oltraggio costituzionale”, parole testuali di un uomo che la bagarre politica la conosce come le sue tasche.

Il primo ministro ha chiesto alla Regina di sospendere il Parlamento tra la seconda settimana di settembre e il 14 ottobre, facendo registrare la sospensione più lunga dal 1945.

Al palazzo reale – allergici alle tirate di giacca provenienti dall’arena politica – hanno approvato la richiesta, dopo essersi consultati in una riunione del Consiglio Privato, organo che fornisce consulenza alla Corona.

Boris  Johnson ha insistito sul fatto che il Regno Unito uscirà dall’Ue il 31 ottobre, con o senza un accordo.

La Regina Elisabetta, come da copione monarchico, è rimasta neutrale. Il Monarca da secoli esegue quello che il Primo Ministro propone. Formalmente, sebbene il dibattito sembri aperto fra giuristi, non c’è nessuna infrazione. Ma politicamente la questione ha un peso più grande.

Intanto i numeri a Westminster dicono che la maggioranza dei parlamentari si oppone all’abbandono dell’Unione Europea senza alcun accordo e adesso più che mai la palla infuocata da lanciare sul governo Johnson deve essere preparata in tempi brevi, anzi, brevissimi.

Potrà sembrare paradossale, ma serviva Boris Johnson per fare compattare il fronte del Remain, dopo tre anni dal voto. Mai in tre anni si era vista tale sollevazione contro l’esecutivo tale da fare riunire gli sherpa dei partiti di opposizione. Anche tappandosi il naso l’uno davanti all’altro tanto, possono essere distanti le posizioni, ma comunque facendoli avvicinare.

È servito un nemico esterno per compattare le truppe, un “avversario”  che faccia da collante e trovare il terreno comune.

Boris Johnson ha difeso la decisione di terminare la sessione parlamentare come un’opportunità per introdurre il nuovo “Queen’s Speech”, che definisce la sua agenda politica domestica. Si tratta del discorso che il Monarca tiene illustrando il programma del governo e che fa iniziare formalmente la nuova sessione parlamentare.

Il premier, infatti – cosa molto importante – non ha ammesso apertamente che la tattica è quella di mettere i bastoni tra le ruote all’opposizione. “Opposizioni”, pardon.

Ha sollevato l’asticella, ha calcolato, provocato, ma l’ha fatto con vestiti istituzionali, nella terra che ha fatto da culla alla democrazia parlamentare.

La mossa è stata denunciata dallo speaker Bercow, proprio da lui, tradizionalmente imparziale come il suo ruolo prevede. Un uomo di Stato, servitore che non ha mai messo in dubbio l’equidistanza anche nei confronti della sua tessera del Partito Conservatore che sta al governo dal 2010.

Da un punto di vista prettamente tattico, è lapalissiano che la mossa sia stata progettata per creare le condizioni per un accordo sulla Brexit tenendo alta la pressione con Bruxelles, e limitando le opportunità per i parlamentari di minare la strategia di Boris Johnson, che è quella di mantenere sul tavolo la possibilità di lasciare l’Ue senza un accordo. Il gioco della roulette russa.

Con il Parlamento che tornerà a lavoro dopo la sospensione solamente pochi giorni prima del prossimo consiglio dell’Ue il 17 ottobre, Johnson spera di riuscire a costringere Bruxelles a lavorare su nuovo accordo sulla Brexit senza il backstop del confine irlandese, la polizza assicurativa per evitare il rinascere di un confine fisico con l’Irlanda attraverso una temporanea unione doganale che sparirebbe solamente se dovesse spuntare fuori un’alternativa migliore. Su questo punto l’Unione europea appare inflessibile.

All’orizzonte alternative non se ne vedono e nessuno è ancora stato in grado di ipotizzarne una valida.

La mossa ha sbalordito i partiti dell’opposizione, minando il loro piano, ancora tutto da affinare per cercare, quantomeno, di ritardare la Brexit.

Ma non sembra ancora esserci una maggioranza tra i parlamentari per un voto di sfiducia nel governo. I ribelli a guida laburista puntano a dare il via a un dibattito di emergenza in tempi ridottissimi per prendere il controllo del calendario parlamentare e poi forzare attraverso il loro piano il blocco della Brexit senza accordo.

La decisione di sospendere il parlamento ha aumentato le richieste dei parlamentari dell’opposizione per un immediato voto di sfiducia nel governo Johnson, nel tentativo di installare un governo temporaneo.

Il piano potrebbe però fallire anche se il voto di sfiducia fosse approvato per delle complicazioni da mettere in conto. La prima è che il signor Johnson potrebbe comunque non dimettersi. La seconda è che i parlamentari avrebbero difficoltà a ottenere i numeri necessari per formare un governo alternativo, anche perché non tutti vorrebbero Jeremy Corbyn nuovo premier.

Inoltre, se la mozione dovesse sfiduciare il governo in carica, l’attuale esecutivo potrebbe tirare per le lunghe e indicare una data per le elezioni, fra le ipotizzate, tra l’1 e il 5 novembre, fuori “tempo massimo” per fermare la Brexit.

Una cosa è certa, non sarà un autunno normale, non lo sarà nemmeno per un po’. Perché questi non sono tempi normali.

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