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Su Autostrade il Governo non ha più scuse: se è un bene pubblico, se lo riprenda

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Adesso basta, su Autostrade decidetevi: questa sentenza della Corte Costituzionale deve essere un punto e a capo, non una ennesima epigrafe a fine puntata, un messaggio del tipo: “Vuoi vedere il prossimo episodio?”. Decidere significa prendere una risoluzione, qualunque essa sia. Autostrade deve essere nazionalizzata? Bene, se così è, si faccia questo passo una volta per tutte, e poi l’intendenza degli avvocati e delle carte bollate seguirà, come è accaduto anche in questa vicenda. Autostrade deve restare ai Benetton? Si trovi la quadra di un compromesso ragionevole e poi si chiuda la guerra, con un taglio netto.

Quello che non può accadere è che si continui così: mosse, trattative coperte, dichiarazioni bellicose, contromisure, tattiche, legali e mediatiche, altri due anni di tritacarne in cui nessuna delle due parti si assume la decisione definitiva. E questo, ovviamente, vale soprattutto per il governo. Ieri la Corte gli ha dato ragione su di un punto decisivo: non esisteva nessun diritto di prelazione “feudale” sulla ricostruzione del Ponte da parte della società che lo gestiva. Dunque non era stato un provvedimento da socialismo reale la decisione di non affidarsi a Pavimental (la società interna del gruppo), per l’intervento più critico dopo la caduta del Ponte a Morandi. Ottimo: questa chiarezza serviva, era necessaria.

Ma l’inferno delle autostrade liguri, la battaglia sulle responsabilità nella scansione del calendario dei lavori di manutenzione delle gallerie, è lì per dirci che la partita di braccio di ferro non può essere giocato sulla testa dei cittadini. Ed è lì per dirci che l’incertezza deve finire. Il voto della Consulta, in appena due ore, ha spiegato che anche in Italia esiste la possibilità di non affondare nelle dispute da legulei, la possibilità di avere un pronunciamento chiaro e non interpretabile. La Consulta ha spiegato – anche simbolicamente – che sul punte Morandi vale un principio di responsabilità. E che questa responsabilità vale più della clausola di garanzia sottoscritte nel cornetto di gestione.

La tesi della società, invece, era che la scelta di affidamento a un soggetto terzo fosse una gravissima violazione delle regole di concessione e di mercato, un provvedimento “punitivo” e illegittimo. Questo voto, quindi, supera la mera questione del contendere e afferma il principio – a mio parere giustissimo – che dopo un evento traumatico e drammatico come il crollo, lo Stato italiano ha il diritto – se crede – di riappropriarsi della sua giurisdizione diretta su di un bene pubblico vitale. Benissimo. Se il passo successivo è il ritorno in possesso delle concessioni, adesso però questo passo deve essere fatto. Per il bene del mercato e del diritto. Nell’interesse dell’unico soggetto che i giudici togati hanno mostrato di voler tutelare: quello dei cittadini italiani.

Adesso, però, la palla passa al governo, che deve parlare con una voce sola: la nazionalizzazione, dopo questa sentenza non è poi un tabù, un anacronistico spauracchio bolscevico. Se pensano che questa sia la strada, dunque, la imbocchino, una volta per tutte. Altrimenti si accontentino di questa vittoria simbolica, per rinegoziare sui nuovi rapporti di forza, e mettano la parola “fine” a questa guerra. Anche le serie più spettacolari e cruente, infatti, prima o poi finiscono.

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