Autostrade: i Benetton fanno le vittime, ma questo accordo è buono sia per gli italiani sia per Atlantia

Di Luca Telese
Pubblicato il 16 Lug. 2020 alle 16:28 Aggiornato il 17 Lug. 2020 alle 07:58
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Immagine di copertina
Luciano Benetton. Credit: ANSA/ANDREA MEROLA

E dopo l’accordo si levò alto il grido di dolore di Luciano Benetton: “Ci stanno trattando peggio di una cameriera!”. Per giudicare chi perde e chi vince dopo il lunghissimo braccio di ferro su autostrade bisogna andare contro le narrazioni filo-aziendali che hanno dominato tutti i media mainstream in questi giorni. Bisogna prendere questo sfogo senza cedere alla tentazione dell’irruzione, con molto rispetto, ma anche avere il coraggio di apprezzarlo per contrario. È un buon segno. Si capisce ovviamente che i Benetton soffrano, e si considerino parte lesa, in virtù di quello che stanno perdendo. Ma quello che indubbiamente perde il privato, nella vicenda Autostrade, stavolta lo guadagna l’interesse pubblico.

Così mi interessa riportare per esteso le parole consegnate ad un bellissimo retroscena di Giampaolo Visetti (che pare scritto in presa diretta) apparso su La Repubblica di oggi: “Chi caccia una domestica da casa – dice Benetton – è obbligato a darle quindici giorni di preavviso. A noi, che per mezzo secolo abbiamo contribuito al boom economico dell’Italia, intimano di cedere i nostri beni entro una settimana. Non possiamo accettare di essere trattati come ladri – dice l’uomo-simbolo della famiglia – dopo aver distribuito tanta ricchezza e tanta cultura, non solo economica”.

Ed ecco l’ultima considerazione: “A devastare tutta la famiglia” (divisa tra Ponzano, Treviso e Cortina d’Ampezzo), non sono ora le prospettive di rischio crollo anche per il Gruppo tessile, che in otto anni ha accumulato 756 milioni di perdite e visto precipitare il fatturato da 2 miliardi e 1236 milioni. “Il colpo a tradimento che minaccia di spaccare ancora di più una parentela ormai allargata ad oltre venti persone tra figli e nipoti – spiega ancora Luciano – è la demolizione del nome e del marchio Benetton, che la politica, via social, getta irresponsabilmente in pasto alla propaganda e al populismo”.

Mi viene da pensare: dovevano preoccuparsene prima. In realtà quello che Benetton descrive come una sorta di “esproprio bolscevico” è un compromesso molto più articolato. Non è una espulsione totale dalla società, e non è nemmeno la revoca che il M5s chiedeva a gran voce. È un compromesso che permette ai Benetton di mantenere delle quote societarie in autostrade, e che consegna alla gestione di Cassa depositi e prestiti, nell’interesse pubblico, i profitti di autostrade.

Di più: nella nuova compagine azionaria il nuovo accordo prevede che non ci sarà nessun dividendo nei prossimi due anni. Si tratta di un passaggio molto importante. Questa scelta ha conseguenze per tutti, perché dirotterà quegli ingenti capitali (che prima finivano agli azionisti) verso nuovi investimenti che saranno fatti tutti sulla rete. Se la gestione di Autostrade sarà virtuosa, dunque, non ci guadagnerà nessuno, se non chi viaggia sulla immensa rete che fino a ieri era controllata dalla famiglia attraverso Atlantia. Ecco quel che si dice un buon risultato.

Se la gestione sarà di piglio manageriale e non amministrata in stile carrozzone parastatale (cosa che mi auguro), poi, assisteremo ad in diminuzione immediata delle tariffe di percorrenza. Ecco perché si capisce l’amarezza di Benetton, ma difficilmente si può pensare di unirsi al suo grido di dolore (a meno di non essere parte della famiglia Benetton): “Non mi sorprendono gli interessati attacchi politici di persone senza qualità (leggi il M5s, ndr.). Mi indigna la sistematica opera di demonizzazione del nome della nostra famiglia, promossa dai vertici dello Stato. Mai mi sarei aspettato certi termini e certi toni pubblici dal premier Conte e da alcuni suoi ministri”.

Per Luciano la lunga notte dell’accordo su Autostrade, è stato “il tentativo di un esproprio”. A 85 anni l’uomo che ha vestito lo stile popolare italiano vede crollare il suo impero costruito assieme alla sorella Giuliana, ai fratelli Gilberto e Carlo, entrambi morti ormai da due anni. A chi gli è vicino in queste ore – scrive La Repubblica – Luciano confida di essere “prostrato da una gravissima sofferenza personale, ma ancora deciso a combattere”. Tuttavia il fondatore del gruppo conserva il controllo di 4.700 negozi in tutto il mondo, 1.200 dei quali sono ancora gestiti direttamente dalla holding di famiglia.

Non è stato lui a gestire direttamente la partita della minacciata revoca della concessione, quella che si è chiusa con Palazzo Chigi alle tre di notte, ma i suoi nuovi manager. E si potrebbe dire, come fanno i suoi difensori: ma quale colpa hanno Benetton e la sua famiglia, che non hanno mai gestito direttamente la società e che controllavano solo il 33% della consociata? Sono vittima di una vendetta, come dice e ritiene Luciano? La risposta è no.

Si tratta di una conseguenza molto semplice degli avvertimenti di questi anni e va rintracciata in tutto quello che è accaduto (e che abbiamo scoperto) dopo il crollo del ponte Morandi che ha causato la morte di 43 persone. Il primo punto è che dall’inchiesta è emersa in modo inoppugnabile la gravissima responsabilità di Autostrade nella gestione del ponte (e non solo). Tutti sapevano del rischio che si correva, almeno dal 2014, e nessuno fece nulla: il necessario intervento di ripristino fu programmato solo nella primavera precedente alla catastrofe e doveva iniziare a settembre (!).

I Benetton hanno difeso fino all’ultimo momento utile il management che aveva fatto quelle scelte di gestione e di piano industriale. La società, anche dopo la catastrofe, ha tenuto una linea dura con le famiglie delle vittime. Nessuno di loro ha mai parlato direttamente al paese, nessuno di loro ha creduto necessario intervenire, se non nei retroscena e nelle interviste scritte. Le indagini sui dirigenti del gruppo hanno fatto emergere intercettazioni raccapriccianti, uno scenario di perizie alterate volontariamente per nascondere i profili di rischio.

Di fronte a tutto questo, ancora nel dicembre del 2019, Luciano Benetton scriveva ai giornali: “La nostra famiglia non può essere considerata direttamente responsabile del crollo, perché nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade”. Bene, il risultato ottenuto oggi è esattamente questo: solo ora i Benetton restano in autostrade con il 10% senza avere responsabilità di gestione. Lo Stato non dovrà pagare risarcimenti miliardari, e in questo modo un bene di pubblica utilità ritorna sotto il suo controllo mentre la Borsa fa volare il titolo delle imprese di famiglia alla sola notizia che non ci sarà nessun contenzioso destinato a trascinarsi nel tempo.

La domanda è: perché Benetton non si gode questo compromesso? Le cameriere, quando vengono licenziate – infatti – non continuano ad abitare nella casa della famiglia che le ha cacciate.

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