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Da idoli a miliardari viziati: le reazioni social all’ammutinamento del Napoli sono lo specchio dei tempi bui che stiamo vivendo

In mezzo pomeriggio, gli idolatrati giocatori del Napoli sono diventati improvvisamente parassiti, infami e oggetto di odio sociale. C’e bisogno di far scorrere sangue, di fare giustizia immaginando che il "ribelle" sia necessariamente "nemico". Ma ai tempi di Maradona non sarebbe successo

Di Luca Telese
Pubblicato il 6 Nov. 2019 alle 22:25 Aggiornato il 6 Nov. 2019 alle 22:25
Immagine di copertina

“Ammutinati”. Ammutinati e figli di puttana. In mezzo pomeriggio, gli idolatrati giocatori del Napoli sono diventati improvvisamente parassiti, infami e oggetto di odio sociale, come nemmeno i fantomatici kulaki nell’Unione sovietica del 1930. Se non ci credete, datevi un giro su Facebook e su Twitter.

Questa in teoria sarebbe una notizia di sport, secondo me è un piccolo segnale che ci illumina (anche) sui tempi nuvolosi e foschi che stiamo vivendo. Fa una certa impressione vedere come ballano le parole nell’immaginario italiano e come cambiano improvvisamente di segno da un giorno all’altro. I social impazziscono per l’hashtag “#ammutinamento”, e lo fanno per esprimere rabbia contro lo spunto di cronaca che innesca la polemica, ovvero per criticare la scelta dei giocatori del Napoli (o almeno, alcuni di loro), di rifiutare il ritiro coatto ordinato del presidente Aurelio De Laurentis dopo alcuni risultati che legittimamente – dal suo punto di vista – il numero uno azzurro considera non soddisfacenti.

Però l’interesse mediatico dovrebbe finire qui, e questa dovrebbe essere solo una notizia che riguarda i tifosi. Invece – dato il tempo in cui viviamo – “l’ammutinamento” del Napoli diventa l’innesco per una clamorosa detonazione di vandeismo populista che (nella maggior parte dei commenti) inveisce contro i giocatori: miliardari, viziati, infami, ricchi e parassiti. Provo a leggere e a riportare alcuni di questi commenti perché secondo me è un esercizio utile.

Ovunque rimbalzano e ragionamenti come questo: “Penso agli operai della #Whirlpool, a tanti altri che lavorano sottopagati senza potersi lamentare, a chi un lavoro lo desidera, e a questi che fanno #ammutinamento…”. O anche: “Vergogna. Il ritiro – dice Marco – devono farvelo fare all’Ilva. In fonderia”. Ovviamente l’accostamento con l’azienda campana delocalizzata, o con il dramma del polo siderurgico pugliese è molto suggestivo, e infatti suscita consenso. Ma in realtà queste storie con il ritiro del Napoli non c’entrano assolutamente nulla. Questo vorrebbe dire che poiché gli operai soffrono, i “ricchi” giocatori del Napoli non possono sottrarsi ad un ritiro coatto, se lo ritengono ingiusto? Follia.

Oppure leggete questo: “Poverini – scrive sarcasticamente una certa Imma – volevano tornare a casa. Anche mio padre vorrebbe stare più tempo con noi, eppure ogni sera esce di casa e se tutto va bene lavora più di 12 ore. Solo che lui non può fare #ammutinamento. Ma andate a cacare – conclude sconsolata Imma – Vi ho schifato tutti”.

E che dire di un altro tifoso, Andrea Alfano? “Credo che i calciatori abbiano sottovalutato – dice Andrea su Twitter – il gesto fatto….qua ci alziamo la mattina per andare a faticare e voi non potete andare in ritiro? Ma io a calci nel culo vi prenderei”. Un altro tifoso, Massimo, scrive, sempre in un cinguettío: “Stare in ritiro significa essere profumatamente pagati per alloggiare in un hotel 4 stelle, giocare a calcio 4 ore al giorno, massaggi, tv, PlayStation, cibo e bevande. Ciò che per loro è una punizione – conclude – per chiunque è un lusso assurdo! Ste cose fanno SCHIFO. Il piccolo caso del Napoli” .

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Sono migliaia di commenti, sono tutti così, e quasi fanno paura per la sproporzione e il transfert collettivo che esprimono. Per capire dove si accende questa rabbia basta leggere il comunicato (formalmente ineccepibile) ma durissimo del Napoli Calcio: “La Società comunica che, con riferimento ai comportamenti posti in essere dai calciatori della propria prima squadra nella serata di ieri, martedì 5 novembre 2019,  procederà a tutelare i propri diritti economici, patrimoniali, di immagine e disciplinari in ogni competente sede”. Questa la presa di posizione del Napoli con i giocatori che per la seconda volta sono nuovamente tornati a casa una volta finito l’allenamento. “Si precisa  inoltre – conclude il comunicato – di aver affidato la responsabilità decisionale in ordine alla effettuazione di giornate di ritiro da parte della prima squadra all’allenatore Carlo Ancelotti”.

E poi, ovviamente, arriva l’annuncio del silenzio stampa. Ma intanto i giocatori dovranno allenarsi al San Paolo, sfilare davanti ai tifosi inferociti, passando sotto delle temibili forche caudine. Cosa accadrà? Difficile da dire. Il calcio sembra diventato – a pochi giorni dalla vergognosa gazzarra razzista contro Mario Balotelli -ancora una volta il terminale di ogni malessere sociale. Il lato oscuro della società italiana.

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Adesso, però, per un momento, voglio concedermi un lusso: non mi interessa entrare nel merito della querelle tra la squadra e la società (il povero mister Ancelotti – persona seria – ha tutta la mia solidarietà), tuttavia mi spaventa questa vicenda come segnale di un malessere che va molto oltre il perimetro del mondo del calcio. Il Sud è una pentola in ebollizione, la frustrazione produce un bisogno consapevole o non di colpevoli, e – in questo clima – salta ogni paratia, ogni muro divisorio: Whirlpool e Ilva finiscono sullo stesso piano delle scelte professionali di Insigne o di Mertens.

Stupisce la forza di questa onda, la potenza di questa corrente sotto la cui spinta non c’è divinità che non possa essere resistere, evitare di essere trascinata nella polvere. Ed è incedibile che una disputa per appassionati da “Processo del lunedì” assuma improvvisamente i connotati di una piccola “guerra di classe”, come se fosse davvero un derby di ricchi contro poveri. È assurdo che i toni e le argomentazioni non riguardino più il calcio, la tattica e opportunità, ma finiscano per riecheggiare la sloganistica della caccia al crumiro.

I giocatori del Napoli possono avere torto o ragione, ma non sono “infami” perché fuori c’è un paese “che soffre” mentre loro oziano. Non sono “immorali” perché essendo “ricchi” non hanno diritto a dire la loro su quello che pensano sia opportuno fare nel proprio lavoro. Hanno pareggiato in Europa, hanno perso con la Roma – dopo aver giocato splendidamente – non hanno rubato nulla a nessuno. Il campionato è solo all’inizio e non è compromesso.

Questa vicenda mi pare che debba essere un segnale, per noi, perché il segno dei tempi, nel mondo delle rivolte Joker è che i social fondono e contaminano ogni cosa, il malessere produce l’inflazione degli stereotipi e dei cliché, la rabbia cieca produce la ricerca ossessiva di un unico protagonista utile: il colpevole infame, l’arricchito ingrato, il capro espiatorio. Persino la parola che negli anni Settanta era la migliore medaglia possibile di tutte le proteste meridionaliste adesso cambia senso. Persino “ammutinamento” diventa insulti, sfregio.

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Nel paese di Masaniello, incredibilmente si chiede legge e ordine. Come se ci si potesse confortare con chiunque, magari convincendosi che quando quello che vive al tuo fianco chiede qualcosa per sé, stia cercando di perpetuare un privilegio infame. C’e bisogno di far scorrere sangue, di fare giustizia immaginando che il “ribelle” sia necessariamente “nemico”. Provate ad immaginare – fantascienza – una simile rabbia contro Maradona. Il “Pibe” era “de oro”, perché era percepito in modo esattamente opposto nella Napoli ancora povera del 1982: un vindice che emancipava con la sua ricchezza le plebi che sognavano in suo nome, era amato perché “ribelle”, era simbolo perché fuori dalle regole, era eroe perché almeno lui ce l’aveva fatta, e se eri povero potevi riscattarti identificandoti nella sua favola.

Una sola cosa bisognerebbe spiegare agli sventolatori di cappi per sottolineare quanto siano lontani dalla realtà: il nesso causa-effetto che loro invocano non esiste. Anche se qualche giustiziere punisse gli “ammutinati” (gira un meme irrisorio con un Bounty merendina impacchettato nei colori sociali), anche se una qualche psico-polizia mobilitata dalla rete mettesse le manette ai miliardari in maglietta azzurra, ovviamente – e purtroppo – non cambierebbe nulla per l’Ilva e per la Whirlpool. La più grande menzogna degli odiatori, nei tempi del racconteranno, è che sono bravi a farci credere, per un momento, che la loro voglia di vendetta possa fare giustizia per tutti coloro che soffrono. Purtroppo o per fortuna è vero esattamente il contrario: l’odio avvelena, ma le ingiustizie restano.

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