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La verità scomoda sull’Afghanistan che nessuno ha il coraggio di dirvi

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

I talebani la guerra in Afghanistan l’hanno già vinta tre anni fa e sono loro (non noi) oggi a non voler dialogare con l’Occidente, umiliandoci. Gli afghani hanno commesso un solo errore, loro malgrado: aver creduto alla propaganda occidentale della guerra al terrore. E ora sono soli. Gli Usa fuggono. Biden segue Trump, altro che rinnegarlo. Ma così lascia in regalo ai talebani un supermercato high tech di dotazioni belliche

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Come al solito in Occidente ci raccontiamo un altro film rispetto a quello che accade nella realtà. Tutti a discutere se si debba o meno “trattare con i talebani”, ma i fatti ci dicono che il problema non si pone per un altro motivo: sono i talebani che non trattano con noi.

Sono i talebani che oggi umiliano l’amministrazione Biden. Sono i talebani che dettano gli ultimatum ai residui di quella che un tempo fu una celebrata coalizione di guerra e che oggi sembra una scolaresca in rotta. Erano i talebani che, prima, durante i venti lunghi anni di guerra, dicevano: “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. E sono loro, oggi, invece, ad essersi presi tutto: sia il tempo che gli orologi.

Hanno deciso in modo unilaterale di sigillare un intero paese, pronti a trasformarlo in una prigione prima e in uno scannatoio poi: dal 31 agosto rien ne va plus, tutti fuori, tranne i deboli, i dimenticati, le donne. Fuori tutto, tranne le bestie: tutti i predestinati al macello ideologico integralista.

C’è, in questo epilogo, il senso di quello che tutti hanno capito, dell’editoriale che nessun giornale italiano curiosamente ha sentito il bisogno di scrivere: quello sulla fuga.

Non è in gioco la politica, il segno, il colore, in questo giudizio: perché la verità non detta è che le due ultime amministrazioni americane – che seguono, a parole, indirizzi opposti di politica estera – hanno condiviso entrambe un piano di fuga che fa impallidire l’epocale ritiro dal Vietnam, e il disastroso epilogo della fuga da Teheran.

Il motivo per cui di questa disfatta non si scrive è perché la fine ingloriosa mette in discussione il senso complessivo di quella che era stata magnificata come una impresa, e che oggi invece va raccontata come un bluff mediatico.

Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, il governo filo-comunista di Mohammad Najibullah Ahmadzai riuscì a sopravvivere per quattro lunghi anni all’offensiva duplice dei talebani e di Massoud. La repubblica afghana resse su due fronti, sotto l’attacco di due eserciti sostenuti (mai ci fu scelta più miope) in funzione anti-sovietica dagli americani e dall’Occidente.

L’integralismo che oggi riporta indietro le lancette della storia non ha – come si pensa erroneamente – radici antiche, ma è una creatura costruita in vitro, fuggita dal laboratorio come un virus per ribellarsi ai suoi stessi creatori.

Se accetti un ultimatum di sei giorni, significa che dei diritti umani di chi lasci ti importa poco. Se abbandoni le tue basi con le loro preziose dotazioni belliche, trasformandole nel supermercato high-tech dei talebani, significa che hai già perso la guerra. Se consenti ai talebani di risorgere dai rifugi e dalle grotte, con il loro generoso corredo di foreign fighters jihadisti, significa che l’ambizioso obiettivo della “guerra al terrore” era poco più che una sovrastruttura propagandistica.

Scrivere di questa fuga, giudicandola per quello che è davvero, dunque, per i media non comporta solo un giudizio sugli americani, e sui loro fragili e titubanti alleati. Sarebbe un gesto che dovrebbe comportare lucidità, autocritica e spietatezza su venti anni di veline raccattate dai giornali di mezzo mondo nei cestini degli stati maggiori.

Significherebbe ad esempio ammettere, come dice con amaro sarcasmo un inviato esperto della storia di quel paese come Alberto Negri: “Molte delle donne e degli uomini che in Afghanistan pagheranno con la vita il loro coraggio hanno commesso un unico errore: aver creduto alla propaganda, non aver capito che i talebani avevano vinto già tre anni fa”.

Gli occidentali, se davvero in Afghanistan hanno mai avuto degli orologi, non si erano accorti che i loro erano fermi da un pezzo.

LEGGI ANCHE: L’Europa avrebbe lo strumento per accogliere i profughi afghani, ma i governi si girano dall’altra parte

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