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Festeggiare il 25 aprile per scegliere chi vogliamo essere dopo il virus (di Marco Revelli)

Di Marco Revelli
Pubblicato il 25 Apr. 2020 alle 07:05
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Ogni anno tornano a chiederci “Perché il 25 Aprile”? Perché “questa” Festa? Quest’anno, poi, che senso ha festeggiare mentre si è circondati dal lutto? E ogni volta tocca ricordarlo agli smemorati, il senso di questa giornata giudicata da alcuni “divisiva”. Allora diciamolo, fuori da ogni diplomazia unanimistica: il 25 aprile si festeggia la vittoria degli italiani che vollero essere liberi su quelli che li volevano oppressi. Di un’Italia su un’altra Italia. Una vittoria più importante di ogni altra vittoria, sicuramente più importante di Vittorio Veneto, tuttora celebrata il 4 novembre a ricordo di un terribile e in gran parte inutile massacro. Più importante di Curtatone e Montanara. Più importante di Legnano, che pur continua ad alimentare un folclore da fiera cantonale. Più importante perché quella che concluse la lunga, durissima guerra di liberazione, non fu solo una vittoria militare. Fu anche una vittoria civile. E sociale.

Fu la vittoria di chi si batteva per la vita contro un’ideologia di morte, tetramente rappresentata dai teschi che fascisti e nazisti portavano sulle divise nere. Un’ideologia che divideva gli uomini in Signori e schiavi, in razze elette e razze inferiori, in uomini e no. Fu anche la vittoria dell’”Italia di sotto” – contadini, operai, donne e uomini semplici, delle città e delle campagne, soldati di truppa mandati a crepare nelle guerre fasciste e poi abbandonati a se stessi dagli alti comandi – che per una volta nella storia si mobilitarono e vinsero (non furono molti, tra le classi superiori, i partigiani: ce ne furono, certo, ma una minoranza).

Claudio Pavone, autore di uno dei più importanti saggi storici sulla Resistenza – anzi, sulla “morale” della Resistenza – ne ha individuato il valore nel fatto che “per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli italiani vissero in varie forme un’esperienza di disobbedienza di massa”. E ha perfettamente ragione. Sulla base di una scelta consapevole decine di migliaia di persone “comuni” si opposero al comando di chi li pretendeva subalterni e sottomessi, che è appunto il modo con cui un “popolo” riconosce se stesso.

Quel “riconoscimento” nella propria natura di uomini liberi è il significato che, tradotto nella Costituzione, vale tutt’ora, come patto stipulato ora e allora. Impegno a vigilare perché quella caduta nel “disumano” non accada mai più. Non stupisce che chi in quel patto non si riconosce, o chi si riconosce nei nemici di allora, o non intende registrare il significato storico di quello scontro e quella vittoria, viva con fastidio la sua celebrazione. Che teorizzi e persegua, per così dire, una fuga dalla storia nel tentativo di sottrarsi al valore di quella storia. Ma le fughe dalla storia portano prima o poi, lo si dovrebbe sapere, al nulla.

Ci sarebbe stata, poi, quest’anno, una ragione in più per incontrarsi nello spazio pubblico in tanti – per riempire le piazze stretti come sardine – a cantare “Bella ciao”: e sta nel fatto che nei mesi precedenti un’ombra nera minacciosa si era allungata nel nostro presente. Un’aggressiva onda di odio, che ha portato al fatto inaudito di una reduce da Auschwitz costretta a vivere sotto scorta, alle porte di casa di ebrei e ex partigiane segnate con svastiche, all’evocazione di uomini e simboli del peggior periodo nazista ostentati come segno di sfida, a dirci che non siamo al sicuro, che possono tornare, che comunque sono tra noi. Tra le pieghe di una democrazia fragile gli eredi degli sconfitti di allora pretendono di intimidire i sopravvissuti vincitori.

Invece il virus ha tolto all’Italia dei liberi le piazze in cui incontrarsi. Minacciati nel corpo fisico, non possiamo materializzare quel corpo sociale che avrebbe potuto offrire l’immagine della massa resistente tutt’ora viva e necessaria. Ma in qualche modo il contesto tragico in cui ci troviamo d’improvviso gettati, può offrire un senso nuovo, persino più vivido e “vissuto”, a questa data. Piero Calamandrei, nel suo celebre discorso agli studenti milanesi dell’aprile del 1955 – nella ricorrenza del decimo anniversario della Liberazione – disse che “la libertà è come l’aria: ci si rende conto di quanto vale quando incomincia a mancare”. E aggiungeva: “Quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non dover sentire mai”…

Ebbene, noi, in questi quasi due mesi di “confinamento” – di “coprifuoco” potremmo dire – abbiamo assaggiato un po’ di quel senso di asfissia, impediti nei movimenti, negli incontri e nelle relazioni. Abbiamo imparato il valore della libertà, non perché un oppressore ce la volesse togliere, piuttosto per scelta consapevole e altruista. Ma l’abbiamo provato. E per questo è giusto che il 25 la piazza negata sul terreno possa materializzarsi in rete, il distanziamento possa essere superato da una condivisione “in remoto”, come permetteranno le tante iniziative sulle piattaforme del web, prima fra tutte quella nata con l’hashtag “Io Resto Libero”.

Se saremo decine di migliaia, come la valanga di adesioni promette, avremo “svoltato”. Saremo stati più forti di tutti i possibili nemici, politici e biologici. Saremo, con le menti e con i corpi, dentro una storia che non può essere ridotta a mero bios – a lotta per la sopravvivenza naturale – ma, come sempre è la Storia, a lotta per “il significato” del nostro essere. Non c’è dubbio che l’ombra che stiamo attraversando ha un potere periodizzante. Fa parte di quelle esperienze che spaccano il tempo in un prima e in un dopo. Come fu la Prima guerra mondiale, come fu la Seconda, col suo epilogo di Resistenza e di Liberazione. Sono non pietre ma grandi “massi d’inciampo”, in cui la percezione del tempo si rapprende e si condensa, e pone una generazione di fronte a una responsabilità potenziata.

Sempre, quando questo accade, ci si trova, nel “dopo”, a misurare le continuità e le rotture. Quanto del “non più” è transitato nel “non ancora”. Per certi versi a decidere quanto deve e quanto non deve “transitare”. I vincitori di allora, quelli del 25 aprile, sognavano che la frattura prevalesse sulla continuità, e furono in gran parte delusi. Anche noi, oggi, siamo chiamati a quella cernita: a dirci cosa non dovrà più essere come prima, e quanto invece continuerà a scorrere. È un compito impegnativo, in particolare per quelle “ultime generazioni” che hanno vissuto finora una sorta di “tempo piatto”, di continuum in cui gli eventi pubblici non scandivano nulla, e trapassavano uno nell’altro senza soluzione di continuità. Oggi è venuto invece il momento delle scelte. E il nuovo 25 aprile che ci apprestiamo a celebrare è l’occasione.

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