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Perché la visita di Matteo Salvini in Israele sta facendo tanto discutere

Il viaggio in Medio Oriente del leader della Lega sta facendo molto scalpore in Israele e voci di protesta si alzano anche dai 5 Stelle, che sulla questione israelo-palestinese hanno posizioni ben diverse da quelle di Salvini

Di Futura D'Aprile
Pubblicato il 11 Dic. 2018 alle 18:55 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:07
Immagine di copertina
L'apertura di Haaretz

Il ministro Matteo Salvini è partito alla volta di Israele, ma il governo e l’opinione pubblica israeliana non erano pronti al suo arrivo.

Emblematico a questo proposito l’editoriale che il giornale Haaretz ha dedicato al capo del Viminale, che a detta di uno dei suoi giornalisti non solo non dovrebbe essere accolto dal governo israeliano, ma meriterebbe di essere definito “persona non grata”.

“La Gerusalemme di Netanyahu è diventata una fabbrica di certificati di perdono per i nazionalisti di tutto il mondo, che in cambio dell’appoggio all’attuale politica israeliana ricevono indulgenze per lo loro scandalose affermazioni su ogni altra questione”‘, ha scritto il 10 dicembre Sefy Hendler.

I più scettici potrebbero dire che l’opinione espressa da Haaretz, quotidiano noto per le sue posizioni di sinistra, non è poi così sorprendente. Simili commenti erano apparsi sulle colonne del giornale anche in occasione della visita in Israele del presidente ungherese Orban e il quotidiano non perde occasione per criticare il governo Netanyahu.

Ma la visita di Salvini in Israele dell’11 e 12 dicembre ha creato delle divisioni politiche tanto in Italia quanto in Israele. Ma andiamo con ordine.

Le polemiche in Israele – Leggendo l’agenda del ministro dell’Interno, si nota un dettaglio importante: non ci sarà alcun incontro con il presidente Rivlin. Il Viminale ha subito precisato che un faccia a faccia non è stato possibile perché l’agenda del capo di Stato non lo permetteva, ma è difficile non vedere l’ombra dell’ultima intervista rilasciata proprio da Rivlin alla Cnn.

“Non puoi dire ‘ammiriamo Israele e vogliamo avere dei legami stretti ma siamo neo-fascisti'”, era stato il commento del presidente israeliano all’emittente americana riferito più in generale al neofascismo e alla destra estrema in Europa. In molti però hanno colto un riferimento anche a Matteo Salvini, più volte accusato di essere vicino a movimenti estremisti tanto in patria quanto all’estero (come dimostra l’amicizia con Orban o Le Pen, tanto per fare un esempio).

D’altronde l’attuale ministro dell’Interno in passato si era visto chiudere le porte in faccia dal governo israeliano quando ha cercato di far visita allo Stato ebraico proprio a causa dei suoi legami con i movimenti nostrani di estrema destra e antisemiti.  Legami su cui il premier Netanyahu adesso è invece pronto a chiudere un occhio.

Gli attivisti di sinistra in Israele, invece, sembrano meno inclini a dimenticare, tanto da aver organizzato una manifestazione intitolata “Yad Vashem – una lavatrice israeliana”. Il riferimento è al museo dell’Olocausto che si trova a Gerusalemme, lo Yad Vashem appunto, che il ministro dell’Interno visiterà con il premier Netanyahu. Prima di Salvini, il primo ministro aveva percorso quelle stesse sale con Orban, anche lui contestato, anche se con meno entusiasmo.

Sembra infatti che il leader del Carroccio riuscirà a portare in piazza molti più manifestanti del suo amico ungherese.

Le divisioni in Italia – La visita del leader della Lega in Israele sta creando non pochi mal di pancia anche in Italia. Tra i 5 Stelle infatti sembra che il viaggio in Medio Oriente di Salvini sia visto come uno “sconfinamento” in tematiche che non gli competono e che riaprono vecchie ferite.

Salvini infatti si era già scontrato con il sottosegretario agli Esteri (in quota 5 Stelle) Manlio Di Stefano in merito al riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Il vicepremier infatti aveva appoggiato la decisone dell’Amministrazione Trump di spostare l’ambasciata Usa nella Città Santa, esprimendo un commento che il sottosegretario aveva gradito ben poco.

“La sede delle ambasciate italiane nel mondo è competenza della Farnesina. Gerusalemme è capitale dei due Stati, nessun dubbio a riguardo”, aveva commentato De Stefano.

Non sorprende quindi che i 5 Stelle non siano entusiasti di questo nuovo viaggio e hanno avuto presto ragione a preoccuparsi.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Meno di 24 ore dopo il suo arrivo, il ministro è già entrato in rotta di collisione con il ministero della Difesa dopo aver definito Hezbollah come dei “terroristi islamici” e aver accusato l’Ue e l’Onu di non fare abbastanza per aiutare Israele.

Le parole di Salvini hanno creato non poco imbarazzo al governo, soprattutto se si considera che la missione Unifil in Libano (paese confinante con Israele e in cui opera Hezbollah) non solo appartiene all’Onu, ma al momento è anche sotto il controllo dell’Italia.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

La comunità ebraica in Italia – Alla vigilia della partenza, il capo del Viminale  ha dovuto fare i conti anche con oltre 100 ebrei italiani (tra cui Gad Lerner, Michele Sarfatti, Giorgio Gomel, Anna Foa, Luca Zevi) che hanno inviato al ministro una lettera aperta.

La richiesta avanzata dai firmatari è che Salvini condanni pubblicamente gli atti di antisemitismo presenti “in movimenti e partiti della destra etno-nazionalista in Italia e in Europa, gli atti aggressivi contro le comunità Rom e Sinti e quelli di razzismo contro stranieri e migranti”.

L’auspicio è che il ministro pronunci “una condanna ferma di atti di antisemitismo, di rimozione della memoria, di banalizzazione degli orrori degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, in movimenti e partiti della destra etno-nazionalista in Italia e in Europa” e di “atteggiamenti e atti aggressivi diretti contro le comunità Rom e Sinti”.

Inoltre, Matteo Salvini è stato invitato a condannare “atteggiamenti e atti di razzismo contro stranieri e migranti da parte di individui, movimenti organizzati e settori delle pubbliche amministrazioni”.

Una lettera che suona come una sfida, viste le politiche che il ministro dell’Interno si impegna giornalmente a portare avanti e i suoi messaggi che richiamano, nemmeno troppo velatamente, proprio a quegli anni che i firmatari gli chiedono invece di condannare.