Dentro il mattatoio di Assad, tra stupro come tecnica di tortura e medici carnefici
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Dentro il mattatoio di Assad, tra stupro come tecnica di tortura e medici carnefici

Le testimonianze di tre siriani vittime di tortura nel famigerato carcere di Saydnaya, dove in cinque anni ci sono state 13mila impiccagioni segrete

15 Mar. 2017  

“Quando esci dal carcere, ti senti estraneo persino a te stesso. Un individuo torturato per anni non è più un essere umano”. Dalla tazzina di caffè appena versato sale una lingua di fumo che appanna gli occhiali di Omar*. Si piega per annusare la sua bevanda, appena servita da una cameriera siriana.

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“Ti dimentichi anche i sapori, gli odori, i suoni. Quello che ti resta dentro, per sempre è la puzza del sangue e della carne umana putrefatta e le urla di dolore. Quelle degli altri, ma anche le tue”.

Omar oggi ha ventidue anni e vive a Istanbul. Quando è stato arrestato abitava a Douma, in Siria, ed era ancora minorenne. È stato rilasciato solo nel marzo 2016, dopo cinque anni passati in diverse strutture detentive del regime, tra cui il “la divisione 291” e il famigerato carcere di Saydnaya. Secondo un recente rapporto dell’ong Amnesty International, sarebbero oltre 13mila le impiccagioni avvenute in questo istituto dal marzo 2011.

Il calvario del giovane inizia nell’aprile del 2011. Omar era uno studente della scuola scientifica e sin dall’inizio delle proteste anti governative si è unito al movimento dei thuwar, i rivoluzionari. La sua famiglia ha una lunga tradizione di militanza negli ambienti del comunismo.

“Per me è stato spontaneo decidere per l’attivismo. Non ci aspettavamo che il regime reagisse con tanta, disumana violenza. Ho visto cadere davanti ai miei occhi alcuni giovani, colpevoli solo di essersi uniti a un corteo che scandiva slogan in favore della libertà. Ho cercato di soccorrere un’amica che era stata colpita al petto e mentre cercavo di allontanarla, sono stato colpito anch’io. I proiettili mi hanno perforato la gamba sinistra in diversi punti. Sono caduto a terra e ho perso conoscenza”.

Omar viene trasportato in ospedale insieme agli altri feriti. “Ero su una barella in attesa di essere operato quando abbiamo sentito delle urla. I medici sono stati spintonati da uomini dell’esercito che hanno fatto irruzione al pronto soccorso. Hanno minacciato i sanitari con le loro armi e hanno caricato me e altri feriti da arma da fuoco su un furgoncino. Hanno detto che eravamo tutti terroristi e che non meritavamo di essere curati”.

Lui e gli altri feriti vengono ammassati sul pavimento del furgone, uno sopra l’altro, e i soldati iniziano a pestarli. “Ci hanno letteralmente scaricati nel cortile di un centro militare. Ho notato che c’era anche l’amica che avevo cercato di sorreggere. Sono arrivati altri soldati e hanno cominciato a sputarci addosso e a dirci che ci avrebbero mostrato loro ‘come si curano i cani traditori’. Lì ho commesso un errore, forse”.

Omar abbassa gli occhi e si prende la testa tra le mani. Nella sua tazzina restano solo i fondi del caffè. “Nelle prigioni di Assad, anche i medici diventano carnefici. Siamo stati ammanettati, alcuni per terra, altri sulle barelle. Un medico ci ha passati in rassegna e poi ha cominciato a prenderci a schiaffi. Io ero su una barella e non credevo a quello che stava accadendo. So solo che non sentivo più la gamba sinistra. Avevo tanto freddo e devo essere svenuto di nuovo”.

Due anni dopo, a causa delle infezioni, la gamba gli è stata amputata. “Sono stati due anni di calvario. Piuttosto che tornare in infermeria, cercavo di convincermi che stavo bene, ma avevo spesso episodi di febbre alta ed ero debolissimo. I medici erano dei macellai, dubito che fossero realmente dottori”.

Dopo l’amputazione della gamba Omar viene trasferito nel carcere di Saydnaya. Non ha mai visto un avvocato e non è mai stato interrogato. Ormai è maggiorenne. “Credevo di aver visto l’inferno in quella prigione, invece era solo il purgatorio. Quando sono arrivato a Saydnaya sono stato accolto dalla hafla, la festa di benvenuto riservata ai nuovi prigionieri che consiste in un pestaggio terribile. Sono stato costretto a spogliarmi completamente mentre alcuni soldati mi guardavano. Hanno aperto su di me un forte getto d’acqua e mi hanno detto che a quel punto ero pronto per incontrare i maestri. Ero terrorizzato”.

Omar viene trascinato per spazi bui, maleodoranti, stretti. “Ho sentito gridare. Erano voci maschili. Non ho mai sentito urla così. Sono stato buttato in una stanza dove ho visto alcuni uomini sodomizzare col loro corpo o con bastoni i detenuti”.

Secondo il Syrian Networ for Human rights il 99 per cento delle vittime di tortura in Siria sarebbe caduto per mano delle forze del regime, mentre lo 0,36 per cento per cento per mano dei gruppi estremisti. Nel World Report 2017 (events of 2016) l’ong Humar Rights Watch denuncia oltre 12mila vittime uccise sotto tortura tra marzo 2011 e giugno 2016.

Omar si ferma e manda giù l’ennesima tazzina di caffè che intanto si è gelata. Non aggiunge altri dettagli e a quel punto sono io a fargli una domanda.

“Di quale errore parlavi prima?”. Fa un sospiro e torna indietro con la schiena.

“Nel piazzale di quella caserma ho chiesto a un soldato di lasciar andare la mia amica, perché era una donna e perché passava di lì per caso (anche se non era vero). Il militare mi ha dato un calcio e mi ha detto che mi avrebbe fatto vedere cosa meritano ‘le cagne che lavorano per i paesi stranieri, contro la Siria’. Lei era svenuta, forse addirittura morta. Aveva un proiettile in pieno petto, lo ricordo bene. Le hanno strappato i vestiti e l’hanno lasciata nuda davanti a tutti, sputandole addosso e insultandola”.

Lo stupro come tecnica di tortura

Omar si sente in colpa per aver chiesto la grazia per quella giovane, ma non è stata di certo la sua richiesta a causare quel gesto. Me lo conferma Rasha*, un’ex infermiera ventiseienne che a Saydnaya ha passato tre anni e che è stata rilasciata solo grazie all’intercessione di uno zio militare.

“In Siria sono state usate armi di ogni tipo. Non solo barrel bombs o bombe chimiche, ma anche un’arma vecchia quanto il mondo, lo stupro”. Rasha ha i lineamenti delicati, ma il suo racconto è di una durezza atroce. “Abitavo a Darayya, una città che ora non esiste più. Facevo l’infermiera in ospedale e da quando sono iniziate le violenze ho sempre cercato di aiutare i feriti che non potevano andare in ospedale per paura delle retate. Sul cellulare spesso mi arrivavano richieste di aiuto e capivo che si trattava di persone che non potevano farsi ricoverare. Più di una volta ho soccorso ragazzine e donne, ma anche bambini con emorragie sulle parti intime, vittime di stupro. Non immaginavo che il mio telefono potesse essere sotto controllo”.

Rasha viene arrestata e per lei iniziano anni di inferno. “Prima ancora che potessi capire perché ero stata arrestata, hanno iniziato a malmenarmi. In cella sono stata diversi giorni nuda, senza mangiare e l’acqua che mi davano era pochissima. Non ricordo quanti giorni sono stata in isolamento. Era completamente buio. C’era un silenzio surreale, a volte credevo di essere morta. Non immaginavo che l’isolamento potesse essere il male minore. La cella era piccolissima e noi eravamo almeno otto donne. Non c’erano brandine, non c’era spazio per allungare tutte insieme le gambe. Il bagno era costituito da un buco sul pavimento e un tubo quasi sempre senza acqua che doveva servire per lavarci. Il cibo era pochissimo e dovevamo dividercelo, cercando di favorire quelle che erano più deboli”.

Mentre parla Rasha graffia continuamente il tavolo con le unghie. “A turno ci facevano uscire. Le opzioni erano tre: la scarcerazione, l’esecuzione o la tortura. Quando sei una donna, la tortura preferita dai militari è la violenza sessuale. In cella con noi c’era una ragazza di sedici anni. Lei era quella che veniva fatta uscire più spesso. Non dimenticherò mai le sue urla ogni volta, il modo in cui si aggrappava a noi implorando di non lasciarla”.

“Un giorno, dopo l’ennesimo stupro, ha iniziato a sbattere la testa sul muro. Una, due, tre volte. La ragazzina si era chiusa in un mutismo assoluto, urlava solo ogni volta che venivano a prenderla, finché una sera, dopo l’ennesima violenza, è entrata in cella ridendo. Era una risata isterica. Ha gridato ‘ora sono un generale, un generale dell’esercito siriano’ poi ha iniziato a sbattere la testa sul muro, con talmente tanta violenza da uccidersi”.

Il corpo della giovane è rimasto nella loro cella per alcuni giorni, racconta Rasha, che ha scoperto cosa volesse dire ‘essere diventata generale’ solo dopo essere uscita.

“I soldati fanno un macabro gioco. Più è alto il numero di coloro che abusano contemporaneamente di una vittima, più questa sale di grado. Essere generale significava il massimo dell’orrore. Me l’ha spiegato il mio stesso zio, prima di farmi partire per la Turchia”. Le chiedo come si faccia a sopravvivere dopo una simile esperienza. Scuote la testa e sussurra: “Solo Dio lo sa”.

Difficile avere statistiche attendibili sul numero degli abusi sessuali commessi in Siria, perché la maggior parte delle vittime non denunciano. Il rapporto della “Commissione per la riconciliazione in Siria” rilasciato nel 2012 riferisce di almeno 37mila casi di stupro registrati solo nella periferia di Damasco. 

La colpa di scrivere

Prima di ripartire incontro Adham. Mi dice di scrivere il suo vero nome. Niente foto e niente cognome, ma ci tiene alla sua identità.

“In carcere sei un numero, dal giorno in cui entri, al giorno in cui esci”. Adham ha quarant’anni, ventitré dei quali passati in carcere, prima a Tadmor, fino al 2010, poi a Saydnaya, dal 2012 al 2015.

La sua colpa principale è stata quella di scrivere. Ha iniziato a farlo raccogliendo testimonianze tra i sopravvissuti del massacro di Hama e i loro discendenti, e da allora è stato considerato un islamista, un attentatore all’incolumità nazionale.

“Quando entri in carcere e hai solo diciassette anni dimentichi la tua vita fuori. A Tadmor i più anziani mi hanno preso sotto la loro ala protettiva. Mi hanno insegnato a sopravvivere e ad ascoltare la mente, non il corpo. Il corpo ti ricorda ogni giorno che hai fame, che sei sporco, che sei debole e che hai dolori ovunque a causa delle torture. La mente ti dice che quella è l’unica parte di te che non potranno mai avere e ti dà la forza di resistere”.

Un professore di storia, un medico e un maestro di Corano sono stati i suoi mentori per anni dentro la cella. “Altri giovani non hanno avuto lo stesso destino”. L’uomo parla di personaggi ambigui che erano nelle affollate celle di detenzione, che non venivano mai picchiati e che seminavano idee di violenza, di odio e di vendetta molto forti.

“Il carcere può far emergere la parte più umana di te, perché ti aggrappi alla vita con tutte le tue forze, ma può anche trasformarti in una macchina della morte. Molti dei giovani che si sono uniti a Daesh sono ex detenuti che sono stati nelle carceri di Assad, ma anche in quelle americane e irachene, compreso Abu Ghraib. Per anni hanno sentito parlare solo di odio e vendetta e sono diventati bombe a orologeria, pronti a colpire appena varcato l’uscio del carcere”.

Adham è convinto che la radicalizzazione passi soprattutto per le prigioni. “Questi personaggi, che volevano essere chiamati ‘shaykh’ (parola che vuol dire sia saggio, sia guida spirituale, ndr), avvicinavano i giovani appena rientrati dalla tortura e riempivano loro la testa di idee malvagie. Il loro lavoro era facile. Chi può essere più vulnerabile di un giovane picchiato, maltrattato, affamato e detenuto come se fosse una bestia?”.

Adham esce dal carcere malato di tumore. Non sa quanto tempo gli resta. “Quando ero in carcere speravo di sopravvivere tanto da veder cadere la dinastia degli Assad. Ora so che siamo il nuovo Iraq, il nuovo Afghanistan. In carcere continuano a essere rinchiusi innocenti che quando escono sono ormai privi d’umanità e possono solo diffondere tanto male, quanto quello che hanno ricevuto. È lì che nasce il virus del terrorismo e chi sta al potere lo sa bene”. 

*Il nome della persona intervistata è stato cambiato per tutelarne la privacy.

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