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Quell’umanità in fuga tra macerie e ricordi

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Credit: INTERSOS/Alessio Cupelli

La fattoria di Ali e Areej, il grande appartamento su due piani che Saleha condivideva con la famiglia di suo marito, i caffè di Ahmad, il giardino di Alima, le cene in balcone di Noor e il canto degli uccelli al tramonto: i racconti dei rifugiati siriani che incontriamo nelle missioni di Intersos, ci restituiscono frammenti di vite perdute. Esistenze un tempo segnate da legami famigliari, amicizie, piccole abitudini e piaceri quotidiani.

Ali, Areej, Saleha, Ahmad, Alima e Noor vivono ora in Giordania, nell’area della capitale Amman. Sono trascorsi dieci anni dall’inizio della guerra, nel marzo del 2011. E per i milioni di rifugiati che hanno trovato ospitalità nei paesi vicini, questi dieci anni (o quasi, a seconda del momento della fuga dal proprio Paese) sono stati segnati dall’impossibilità del ritorno (per il timore delle condizioni di sicurezza, e poi: ritorno verso cosa?) e dallo sforzo di ridare forma, senso, stabilità a delle vite spezzate. Di ritrovare una “normalità”, in una condizione che di “normale” ha pochissimo.

Il 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato, ci ricorda che il numero di persone costrette a fuggire dal proprio Paese è costantemente cresciuto negli ultimi anni, alimentato da crisi profonde, protratte e prive di soluzione. Molte di queste persone si trovano ormai da anni in una condizione sospesa, tra ricordi di vite passate e una vita nuova che ancora non c’è.  Perfino in un contesto vicino, culturalmente affine, come quello giordano, in una comunità che in questi anni ha fatto tanto per garantire accoglienza a quasi un milione di rifugiati, ci si sente ospiti, più o meno graditi, si fanno i conti con nuovi, pressanti, bisogni e diritti negati.

Ali, 50 anni, e sua moglie Areej, 40, sono genitori di 7 figli, 5 ragazzi e 2 ragazze. In Siria possedevano una grande casa di campagna nell’area meridionale del Governatorato di Aleppo, un vasto gregge e molta terra da coltivare. Una vita di lavoro, ma agiata. “Il nostro villaggio è stato completamente raso al suolo”, racconta Areej. “Mia madre, mio padre e mio fratello sono stati uccisi davanti ai miei occhi e i cadaveri mutilati di mani e gambe. Un altro fratello è fuggito e da allora non ho più sue notizie”. “Anche noi siamo fuggiti – aggiunge Ali – Io ero ferito e uno dei nostri figli ha perso la vista. Lo abbiamo dovuto trasportare in spalla, fino ad arrivare in Giordania”. Come la moglie, anche Ali ha perso i contatti con la sua famiglia. Più di tutto soffre di non avere più notizie di sua madre, con cui non parla da otto anni. Oggi, hanno trovato un posto dove vivere grazie all’aiuto di un vecchio amico. Non hanno i soldi per pagare la luce. Tirano avanti con piccoli lavori giornalieri, a cottimo.

In questi anni gli operatori di INTERSOS, hanno seguito migliaia di queste storie, e ne hanno osservato la trasformazione. Dalle urgenze della prima accoglienza ai bisogni di una permanenza prolungata: la documentazione legale e il riconoscimento dell’identità, a cominciare dai nuovi nati in un territorio straniero, l’accesso al sistema sanitario e agli altri servizi di base, il reinserimento scolastico di un’intera generazione.

Noor è una donna di 39 anni. In Siria, lavorava per un ospedale privato. Anche la sua bella casa, 185 metri quadri con giardino nella regione verde di Ghuta, è stata distrutta dai bombardamenti. “Mi restano i più bei ricordi della mia vita: la nascita del mio primo figlio, i regali, le feste, l’assenza di paura o preoccupazioni economiche. Potevano uscire a passeggiare la notte, e sentirci sicuri”. Poi, un giorno, mentre cammina verso la farmacia insieme ad un amico, il marito di Noor viene circondato da uomini armati. L’amico è ucciso sul posto, il marito portato via, detenuto e torturato. Quando, finalmente, la famiglia mette insieme il denaro per pagare il riscatto, decidono di fuggire insieme in Giordania. Ci vogliono due settimane per passare il confine, dopo essere stati respinti da un posto di frontiera all’altro. “Ho perso la mia terra, la mia casa, i miei amici e vicini e tutti i nostri soldi – riflette Noor – Ho perso i miei bei ricordi. Ora la mia vita è segnata dalla preoccupazione di non riuscire a pagare l’affitto, le bollette e tutte le spese che abbiamo. Qualche tempo fa, tre uomini hanno provato a rapire una delle mie figlie, e ora ho paura per loro”.

I ricordi, spesso, possono inseguirti, fino a toglierti il fiato. Per questo una componente importante dell’intervento umanitario è dedicata al sostegno psicologico e sociale. “Una mattina osservavo i miei figli giocare con un gruppo di bambini nel giardino davanti casa, quando sono cominciate a esplodere le granate – racconta Halima – Ho visto una granata esplodere vicino a un bambino, e il bambino agitarsi per un minuto stordito, prima di cadere morto. Ho visto la figlia dei miei vicini uccisa davanti ai miei occhi. Sono corsa in cerca dei miei figli, ero disperata, avevo il terrore che fossero morti. Li ho cercati per ora e nel caos finché qualcuno mi ha chiamato e mi ha detto che erano riusciti a fuggire e stavano bene. Allora ho raccolto una valigia di vestiti e ho lasciato la mia casa per sempre”.

La fuga precipitosa, lasciarsi dietro tutta la propria vita e le proprie cose da un momento all’altro, accomuna il destino di molti dei rifugiati che assistiamo. “Le bombe sono cominciate a cadere, l’aria si è riempita di fumo, ho raccolto poche cose e sono fuggita con i miei cinque bambini – ricorda Saleha – Quando ce ne siamo andati e mi sono girata a guardare la mia casa, un grande appartamento su due piani dove vivevo con la famiglia di mio cognato, era già in rovina”. Da quel momento inizia una piccola odissea: da un villaggio all’altro della Siria, poi verso il confine giordano, poi il grande campo rifugiati di Zaatari, fino a una nuova “casa” in una tenda in uno dei tanti insediamenti informali. “Era come fuggire da una morte a un’altra”.

Per molte persone che assistiamo, gli ultimi anni sono trascorsi lenti e senza cambiamenti, tra ostinata resilienza e crescenti difficoltà. Saleha, lasciata dal marito e costretta a ricominciare da capo, mandando a lavorare i figli minorenni fino a quando ha incontrato gli operatori di Intersos. Halima, che ha ancora suo marito, ma senza occupazione, e deve cercare di mandare avanti la famiglia raddoppiando il lavoro dentro e fuori casa. Oppure Ahmad, un bravo papà: lui, designer di vestiti, ci ha provato. In Giordania ha ricominciato a lavorare in un negozio di abbigliamento, ma si è trovato ad essere ricattato da figlio del padrone di casa e ora ha paura ad uscire con i figli.  Identificare le vulnerabilità significa anche cercare risposte a quei meccanismi negativi di adattamento che ne sono la conseguenza diretta:        i matrimoni forzati e precoci, il lavoro minorile, e in genere l’accettazione di condizioni lavorative degradanti, spesso unica risposta in grado di garantire risorse sufficienti a sfamare il proprio nucleo famigliare.

Questa storia non ha un lieto fine, e forse non ha un finale. Ci sono miglioramenti costanti, e problemi irrisolti. Semmai quello che la Giornata Mondiale del Rifugiato ogni anno ci ricorda è la costante tensione tra l’apparente irreversibilità dei processi storici e la resilienza degli esseri umani che lottano per la propria dignità. E la decisione, che ciascuno di noi compie, scegliendo da che parte stare.

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