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Storie di artiste sovversive

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Hanno combattuto contro stereotipi e pregiudizi o si sono dedicate all'esplorazione interiore della femminilità: queste cinque artiste hanno realizzato opere sovversive

Da Artemisia Gentileschi, che nel diciassettesimo secolo dipingeva la celebre scena della decapitazione di Oloferne, ad Adrian Piper, che si batte per i temi di genere e discriminazione razziale. Sono donne che per diventare artista hanno dovuto affrontare pregiudizi e difficoltà, ma che con la loro arte hanno poi sfidato l’ordine costituito, nel tentativo di cambiare le cose.

Ecco alcune delle più famose.

Nata nel 1593 a Roma, Artemisia Gentileschi era stata introdotta alla pittura dal padre Orazio. Era poi divenuta, a soli diciott’anni, apprendista del pittore Agostino Tassi, che infatuatosi di lei dopo l’ennesimo rifiuto la stuprò. L’evento sconvolse nel profondo Artemisia, che accettò però di intrattenere una relazione intima con Tassi a seguito della sua promessa di sposarla in un matrimonio riparatore, pur di salvare l’onore fondamentale nella cultura d’inizio seicento.

Quando poi scoprì che lui era già coniugato e che le aveva mentito, lo denunciò. Il processo fu traumatico: un iter tortuoso, con molti testimoni falsi, e numerosissime visite ginecologiche umilianti e pubbliche.

Da questo evento prese forma la sua pittura violenta, di cui la scena biblica di Giuditta e Oloferne è il manifesto: la forza che le due donne mettono nella decapitazione, che assomiglia ad una vera e propria lotta, evoca tutta la sua rabbia verso un mondo maschile fatto di abusi.

Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne

Una dei primissimi artisti americani a produrre opere interamente astratte fu Georgia O’Keeffe, che lavorò nella prima parte del Novecento. Di contro alla generale tendenza realista americana, l’artista si dedicò all’esplorazione della musica tradotta in immagine, producendo una serie di tele con natura astratta, colori accesi.

Alcune di queste tele, meno conosciute, rappresentano un’esplicita bellezza vaginale. Georgia O’Keeffe fu una figura importantissima per la liberazione dell’espressività artistica femminile, attraverso la propria ricerca del corpo e dell’anima.

Hannah Wilke, artista americana nata negli anni Quaranta, ha concentrato la propria arte su temi femministi. Dopo aver realizzato alcune sculture su delle vagine, annoverate fra le prime ad essere state realizzate in accordo col movimento di liberazione femminista, il suo progetto fotografico più famoso fu SOS Starification Object Series .

La foto che fece scalpore vede posare la stessa artista come modella, con il corpo e il viso interamente ricoperti di gomme da masticare, in modo che richiamassero vagine. L’intento era quello di unire parodia per gli standard di bellezza femminile americana e il richiamo a tribali forme di incisione sul corpo.

L’artista finì però molto spesso per divenire l’ennesimo oggetto sessualizzato di attenzioni maschili per la propria bellezza, che era invece ciò che voleva combattere.

Credit: Hannah Wilke

Nelle proprie performance artistiche, del 1970,  l’artista newyorkese Adrian Piper mise in atto delle vere e proprie provocazioni in luoghi pubblici, con l’intento di sfidare le discriminazioni di genere e i pregiudizi razziali. La sua vita accademica e professionale fu piena di battaglie, e tuttora infatti rifiuta di tornare negli Stati Uniti e vive e lavora a Berlino.

Una delle sue opere più d’impatto rientra nella serie dei Mythic Being ed è una performance in cui lei stessa si vestì da uomo di colore, della classe medio-bassa, e camminò per le strade di Cambridge.

Arista nera e femminista, il suo lavoro rimane fondamentale per l’esplorazione del concetti di identità e per la sfida all’ordine sociale costituito.

Louise Bourgeois è un’artista francese, morta nel 2010, celebre soprattutto per le proprie installazioni artistiche e per aver partecipato negli anni Novanta alla Biennale di Venezia. Ultima dei grandi surrealisti, si occupò in particolare di sessualità e famiglia, realizzando opere rivoluzionarie e sovversive, volte ad abbattere la scultura maschilista e a tramutarla in qualcosa di organico.

Nelle sue installazioni rappresentò infatti immagini trasfigurate di membri maschili e celebrò il concetto di maternità con giganti sculture filigrane a forma di ragno. Queste sculture in particolare, dall’altezza di dieci metri, evocano tutta la sua indagine del proprio mondo interiore e propongono il carattere onirico di tutta la sua opera.

L’artista ha sempre voluto mantenere intatta la propria personalità, non adeguandosi mai alle mode artistiche ma seguendo sempre la propria linea anche quando non sposava il gusto dei più, nella convinzione che l’indagine artistica fosse superiore.

Louise Bourgeois, Maman. Fuori dal Tate, Londra, 1999
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