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Gli Houthi lanciano missili e droni contro l’Arabia Saudita dallo Yemen: Riad bombarda le zone occupate dai ribelli

Immagine di copertina
Foto di repertorio di miliziani Houthi durante una cerimonia al termine dell’addestramento. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Prosegue l'escalation dopo la conquista della costa del Mar Rosso da parte dei miliziani filo-iraniani. Usa e Iran si chiamano fuori, mentre le diplomazie della regione provano a mediare. Ma gli scontri hanno già provocato almeno 86mila sfollati

Gli Houthi e le forze armate dell’Arabia Saudita hanno scatenato un’imponente serie di attacchi incrociati tra lo Yemen e le regioni sud-orientali del Regno, alimentando l’escalation in un conflitto mai sopito in corso da oltre un decennio. Il violento scontro a fuoco giunge all’apice di settimane di forte tensione nel Mar Rosso e in Yemen, mentre le diplomazie internazionali cercano a fatica di arginare un contagio bellico che dall’Iran fino allo Stretto di Bab el-Mandeb rischia di paralizzare l’intera penisola arabica e le rotte commerciali strategiche tra quest’ultima e il Corno d’Africa.

Attacchi incrociati
A dare l’annuncio della ripresa su vasta scala delle operazioni belliche è stato il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, in una nota citata dall’agenzia di stampa ufficiale Saba, che oggi ha ribadito come i combattimenti contro le truppe del governo internazionalmente riconosciuto sostenuto dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita proseguiranno senza sosta fino a quando non verrà revocato l’assedio che grava sulle zone dello Yemen sotto il controllo del movimento Ansarullah. Nel descrivere i dettagli dell’azione, Saree ha spiegato che “un’operazione militare su vasta scala è stata condotta contro la base aerea Re Khalid a Khamis Mushait (in Arabia Saudita, ndr) utilizzando decine di missili balistici e droni”. L’incursione, stando a quanto riferito nella nota, “ha preso di mira hangar per aeromobili, sistemi radar, piste di decollo e depositi di munizioni”, riuscendo a mettere a segno “colpi diretti e causando danni significativi all’interno della base”.
Lo stesso portavoce ha motivato il raid affermando che “l’operazione è stata condotta in risposta a oltre 300 attacchi aerei sauditi contro i governatorati yemeniti negli ultimi cinque giorni”, precisando che le incursioni nemiche sono state compiute con caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi militari del Regno a Khamis Mushait e Taif.
Soltanto ieri, secondo quanto denunciato dal movimento filo-iraniano, 58 raid aerei sauditi avevano preso di mira le province yemenite di Taez, Lahj, al-Jawf, Hajjah, al-Bayda e Saada. Le incursioni si erano concentrate in gran parte nelle regioni settentrionali ed occidentali dello Yemen, lambendo Saada, storica roccaforte dei ribelli, dove l’emittente televisiva locale al-Masirah, vicina al movimento Ansarullah, aveva segnalato anche un intenso “fuoco d’artiglieria” da parte delle forze regolari del governo internazionalmente riconosciuto.
“Le forze armate di Ansarullah continueranno le operazioni in profondità nel territorio saudita finché l’aggressione persiste”, ha precisato Saree. “Qualsiasi nuova aggressione sarà affrontata con operazioni più ampie e più intense”, ha concluso il portavoce militare degli Houthi. “Continueremo a colpire i concentramenti militari sauditi fino a quando l’aggressione non cesserà e il blocco sullo Yemen non sarà revocato”.
Questi attacchi dal cielo non hanno finora preso di mira il cuore istituzionale degli Houthi nella capitale Sana’a, pesantemente bombardata dalla coalizione a guida saudita dall’inizio della guerra nel 2015 fino alla tregua stabilita nel 2022, ma sono stati diretti prevalentemente lungo le linee del fronte a sostegno delle truppe regolari yemenite. L’escalation segue tuttavia di pochi giorni l’importante successo ottenuto lo scorso fine settimana dagli Houthi, che al termine di un’offensiva lampo si sono impadroniti dello storico porto di Mokha, dell’intera fascia costiera occidentale del Mar Rosso e delle isole di Zuqar e Mayyun e dell’arcipelago delle Hanish, blindando la propria presa sullo Stretto di Bab el-Mandeb, snodo nevralgico per i traffici diretti da e verso il Canale di Suez. La tensione era del resto già salita nelle ultime settimane quando, dopo aver annunciato a luglio un blocco marittimo contro il Regno e aver colpito alcune delle sue petroliere, i miliziani yemeniti avevano lanciato un attacco aereo contro infrastrutture e impianti energetici del Regno, causando almeno 73 feriti e costringendo le autorità alla chiusura temporanea di diversi centri petroliferi.

Emergenza umanitaria
Se da un lato il governo saudita comunica con estrema riserva le proprie operazioni in Yemen e gli effetti dei raid subiti, la Protezione Civile del Regno si trova a gestire un clima di costante emergenza. Nelle ultime ore, le autorità di Riad hanno emesso e successivamente revocato ripetuti allarmi di potenziale pericolo per le popolazioni delle città meridionali di Najran, Khamis Mushait, Jizan e Abha. Solo nella zona tra Abha e Khamis Mushait le sirene sono scattate e rientrate per tre volte consecutive prima che la Protezione Civile confermasse che la minaccia era passata. Già sabato sera, d’altra parte, due persone erano rimaste ferite nella regione di Jizan a causa della caduta di un proiettile sparato dal territorio yemenita.
Nel frattempo, il costo umano del conflitto sta assumendo proporzioni drammatiche. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha denunciato come le battaglie esplose nelle ultime settimane nello Yemen occidentale hanno provocato centinaia di vittime e l’esodo forzato di circa 86mila persone. Tra questi sfollati, più di 2.000 hanno già lasciato il Paese via mare, affrontando una rischiosa traversata verso Gibuti, nel Corno d’Africa.
Lo Yemen, devastato tra il 2014 e il 2022 da una guerra sanguinosa che ha causato centinaia di migliaia di morti e trascinato la nazione più povera della Penisola araba in una spaventosa crisi umanitaria, precipita così nuovamente nel baratro, diventando l’ultimo Paese in ordine di tempo a essere risucchiato nella grande crisi regionale aperta dalla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio.
I nuovi scontri colpiscono un Paese già alle prese con una grave insicurezza alimentare, malnutrizione, epidemie, inondazioni e sfollamenti di massa. Almeno 19,3 milioni di persone in tutto lo Yemen, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), hanno bisogno di assistenza sanitaria. Oltre 22,3 milioni, secondo l’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari dell’Onu, necessitano di aiuti umanitari e almeno 18,3 milioni di yemeniti affrontano una grave insicurezza alimentare.

Manovre diplomatiche
Sullo scacchiere internazionale, intanto, le cancellerie si muovono tra tentativi di mediazione e rigide prese di posizione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rifiutato, secondo quanto rivelato dal portale Axios citando fonti ufficiali statunitensi, di ordinare attacchi aerei diretti contro le postazioni degli Houthi, respingendo una richiesta avanzata in tal senso dal governo dell’Arabia Saudita e in particolare dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Successivamente, lo stesso Trump ha affermato che gli Stati Uniti sono stati contattati dai miliziani yemeniti, che avrebbero chiesto agli Usa di non intervenire nel conflitto, una dichiarazione smentita dai vertici di Ansarullah. L’erede al trono di Riad invece, secondo quanto rivelato dall’agenzia di stampa ufficiale saudita Spa, ha ricevuto oggi a Gedda l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom), per “esaminare le relazioni bilaterali tra i due Paesi e gli ultimi sviluppi nella regione”.
Da parte sua, invece, l’Iran si è chiamato fuori. La Repubblica islamica, ha tenuto oggi a precisare il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, giustificando il rinvio di un incontro previsto in Oman con i Paesi del Golfo sulla crisi nello Stretto di Hormuz, “non ha alcun legame con quanto sta accadendo in Yemen”, dove – ha proseguito il funzionario iraniano – “non è possibile una soluzione militare”. “Molti Paesi stanno approfittando degli eventi in corso per creare una spaccatura tra l’Iran e gli altri Stati della regione”.
Sul versante regionale si registrano comunque contatti telefonici tra le diplomazie dell’area. Il ministro degli Esteri dell’Iraq Fuad Hussein, come riferito da una nota del governo di Baghdad, ha tenuto ieri un colloquio con il suo omologo degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed al-Nahyan, per esaminare “i rapporti bilaterali, la sicurezza della regione e gli ultimi sviluppi della crisi in Yemen”. Nel corso del colloquio, si legge nella nota, Hussein ha illustrato l’orientamento in politica estera fissato dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, rimarcando l’impegno di Baghdad nel “privilegiare la strada del dialogo e della distensione”. Entrambi i ministri, secondo il comunicato, hanno convenuto sulla priorità assoluta di “ricomporre le divergenze attraverso negoziati pacifici, evitando avventurose escalation”.
Di tenore decisamente opposto la ferma condanna giunta dalla Corea del Sud. Il ministero degli Esteri di Seul ha infatti divulgato una nota ufficiale per stigmatizzare gli attacchi condotti dagli Houthi contro infrastrutture civili ed economiche nel sud dell’Arabia Saudita che hanno causato il ferimento di diversi cittadini del Regno. Sollecitando l’immediata cessazione di ogni aggressione, il governo sudcoreano ha ribadito che le azioni dirette contro i civili e quelle volte a minare la libera e sicura navigazione non possono trovare alcuna giustificazione, esprimendo piena e totale solidarietà a Riad.
La situazione del Regno è sempre più difficile. Al blocco navale e agli attacchi lanciati da luglio dallo Yemen dagli Houthi contro le petroliere saudite si è infatti aggiunto il controllo della costa yemenita del Mar Rosso preso la scorsa settimana dagli stessi ribelli filo-iraniani, che ora dominano anche lo Stretto di Bab el-Mandeb, un altro snodo decisivo per il traffico da e verso il Canale di Suez. Inoltre, a causa di un attacco lanciato dall’Iraq da altre milizie filo-Teheran, il Regno, di fatto accerchiato, ha anche dovuto bloccare le operazioni dell’oleodotto East-West, con cui Riad aveva tentato di bypassare Hormuz, esportando greggio dal Mar Rosso invece che dal Golfo Persico. Una decisione che mette a rischio fino al 4% dell’approvvigionamento mondiale di greggio. La crisi ha così provocato un immediato rialzo dei prezzi sui mercati internazionali, con i contratti futures sull’indice Brent, punto di riferimento per le quotazioni petrolifere in Europa, arrivati oltre i 107 dollari al barile; mentre quelli sullo statunitense WTI hanno raggiunto i 103 dollari al barile.

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