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Yemen, attacchi kamikaze colpiscono Aden: la ricostruzione dei fatti

I due attacchi nella sono avvenuti per mano dei ribelli sciiti zaiditi Houthi e avevano come obiettivo una parata militare delle forze fiananziate dagli Emirati Arabi Uniti e una stazione di polizia

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 1 Ago. 2019 alle 19:07 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:32
Immagine di copertina

Yemen: gli attacchi kamikaze che hanno colpito Aden. Il bilancio delle vittime e le origini del conflitto

Emergono nuovi particolari sugli attacchi kamikaze da parte dei ribelli sciiti Houthi avvenuti nella mattinata del 1 agosto nella città di Aden. Il bilancio è di 49 vittime e 48 feriti. Ad affermarlo è Mohammed Rabid, un importante funzionario del ministero della Salute del governo yemenita.

Secondo le prime ricostruzioni gli attacchi sono stati due: il primo nell’area di Sheik Othman, nel nord della città, ha colpito una stazione di polizia e ha provocato la morte di tre poliziotti oltre a una ventina di feriti. Il secondo attacco è stato condotto con un missile balistico e un drone da combattimento e ha colpito la base di Al-Jala’a, a 20 chilometri a ovest di Aden, dove era in corso una parata militare delle forze armate finanziate dagli Emirati Arabi Uniti. Alcune ore dopo, l’attacco è stato rivendicato dai ribelli sciiti zaiditi Houthi. Gli Houthi sono un movimento armato di rito sciita zaidita (una corrente dello sciismo) che dal 2014 è in guerra contro il presidente dello Yemen Hadi, di religione sunnita.

Il portavoce delle forze armate degli Houthi, Yehya Safir ha dichiarato che “l’operazione congiunta verso il campo di Al-Jala ad Aden ha preso di mira una parata militare di invasori e mercenari”.(L’attacco) è stato preciso”, ha aggiunto. Nell’esplosione è stato ucciso anche Munir al-Yafyi, comandante della prima brigata delle forze governative.

Entrambi gli attacchi avevano come obiettivo le cosiddette forze della “cintura di sicurezza”, composta da ufficiali addestrati ed equipaggiati dagli Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati, infatti, sono alleati del presidente yemenita Hadi e dell’Arabia Saudita che nel 2015 ha aperto una nuova fase del conflitto, bombardando direttamente le zone controllate dai ribelli Hothui.

I ribelli affermano che la parata militare attaccata faceva parte dei preparativi delle forze filo-governative per un nuovo assalto sul territorio a nord della città di Aden. Mentre il governo respinge le accuse sostenendo che si trattava di una cerimonia di laurea per i soldati appena reclutati.

Il mese scorso gli Emirati Arabi Uniti avevano annunciato l’intenzione di ridurre il numero di soldati impegnati in Yemen: “Agiremo diversamente ma resteremo militarmente presenti e, in conformità con il diritto internazionale, continueremo a fornire consulenza e assistenza alle forze yemenite locali”, aveva scritto sul Washington Post il ministro degli Esteri emiratino Anwar Gargash.

Intanto il portavoce del servizio di azione esterna dell’Unione Europea dopo gli attacchi delle ultime ore ha sottolineato l’importanza per tutte le parti coinvolte nel conflitto nello Yemen di “esercitare la massima moderazione ed evitare atti che potrebbero contribuire a un’escalation generale e infliggere ulteriori sofferenze alla popolazione”.

Il riassunto del conflitto

Nel 2014 le milizie ribelli degli Houthi prendono il controllo della capitale Sana’a e mettono in fuga il presidente Hadi che a quel punto chiede aiuto all’Arabia Saudita per riprendere il controllo della città. I sauditi formano la Coalizione del Golfo di cui fanno parte anche gli Emirati Arabi Uniti e nel marzo 2015 rispondono con l’operazione “Decisive Storm”: bombardamenti a tappeto sulle zone dello Yemen occupate dai ribelli. Gli attacchi non risparmiano nemmeno i civili. Hadi rimane in “esilio” a Aden, a sud-ovest del Paese e la città diventa la nuova base del governo yemenita filo-saudita. Al momento è ancora in corso una guerra civile in cui nessuna delle due parti riesce a prevalere.

La catastrofe umanitaria in Yemen

Dall’inizio della guerra in Yemen sono morti oltre 17mila civili. 22 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e nel paese imperversa una terribile carestia che ha accresciuto ulteriormente il bilancio delle vittime. Le Nazioni Unite hanno più volte invitato entrambe le parti a trovare un accordo ma tutti i tentativi di mediazione sono andati falliti.

L’Italia ha “indirettamente” contribuito al conflitto, fornendo ai sauditi grossi quantitativi di bombe, prodotte dalla fabbrica sarda RWM con sede a Cagliari. Il 30 luglio stando a un documento dell’azienda produttrice di armi RWM le licenze delle forniture esistenti sono state sospese per 18 mesi.

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