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“Così aiutiamo gli italiani a vaccinarsi in Serbia”: parla l’agenzia che organizza i viaggi per Belgrado

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Mai come ora vaccino è la parola chiave delle nostre esistenze. Tra il piano vaccinale che latita, app che ti dicono che sarai inoculato a gennaio 2022, la corsa al vaccino è la vera sfida per garantirsi un vago ritorno alla “nuova normalità”. Un nuovo concetto comincia a farsi capolino: il turismo vaccinale. Il viaggio per avere l’agognata fiala. Se è ne parlato per Dubai, Russia, Israele dove, per un motivo o per l’altro, la “persona comune” fatica ad arrivare al risultato.

Da qualche giorno (o meglio la possibilità esiste da gennaio ma è stata portata all’attenzione dei media solo ora) è scoppiato il caso Serbia: nel Paese dell’ex Jugoslavia pare che, chiunque, possa recarsi per un giusto mix di tour tra le bellezze di Belgrado e turismo vaccinale. Anche le agenzie di viaggio, categoria tra le più colpite da questa pandemia, si sono adeguate e “aiutano” i clienti in questo nuovo must della primavera 2021.

In particolare, tra le prime ad offrire questo servizio c’è la Viaggi Salvadori di Bologna. Mi sono fatto raccontare come stanno veramente le cose da Umberto Sassatelli Salvadori che, insieme alla sorella Carlotta, gestisce l’agenzia.

“Intanto vorrei specificare: noi non facciamo turismo vaccinale o i viaggi della speranza. Siamo un’agenzia seria che esiste da più di 90 anni: non organizziamo di pellegrinaggi per Lourdes o i cosiddetti viaggi delle pentole. Noi semplicemente diamo supporto su misura, alla gestione del viaggio e in loco a chi decide di andare in Serbia per vaccinarsi e ha ottenuto già un appuntamento per la somministrazione del vaccino”.

Pare, però, che il governo serbo abbia bloccato questa possibilità.

“Sì, la notizia è uscita ma non so perché: il modulo da compilare per manifestare l’interesse a vaccinarsi è ancora on line. Sappiamo che in pochi giorni hanno ricevuto oltre 80.000 richieste (la gran parte proveniente dai territori vicini della ex-Jugoslavia) e quindi, magari, hanno bisogno di tempo per riorganizzarsi ma, ad esempio, a me hanno risposto pressoché subito”.

In quanto tempo?

“Ho mandato la richiesta venerdì scorso, specificando che sarei potuto partire solo dal 25 aprile e una preferenza per il vaccino Pfizer o Moderna: mi hanno ricontattato la domenica per dirmi che, se volevo AstraZeneca, potevo partire anche subito. Purtroppo, dovendo partire per lavoro questa settimana, ho dovuto rifiutare”.

Nel dettaglio, in cosa consistono questi “soggiorni con assistenza” che proponete?

“La prima cosa che facciamo è aiutare nella compilazione di questo ‘modulo di interesse’ che non è esattamente intuitivo essendo scritto in cirillico e che necessita di una mail e un telefono serbo sulla quale si verrà poi ricontattati. Le domande sono varie e comprendono, oltre a tutti i dati, anche un desiderata sulla marca di vaccino, la città e il periodo in cui si vuole venga inoculato. A quel punto si attende di essere contattati: arriverà un messaggio che dirà quando presentarsi al centro vaccinale. Fino a 10 giorni fa il tempo di attesa era di 10 /12 giorni dopo l’invio della manifestazione di interesse, ora i tempi si sono allungati. Solo a quel punto entriamo in gioco noi proponendo un servizio tailor made basato sui desiderata del cliente”.

Un classico pacchetto viaggio insomma.

“Non è un pacchetto viaggio, ma semplicemente un soggiorno con assistenza. Ci occupiamo di prenotare l’hotel, una persona sul posto che ti segua in tutti gli spostamenti aiutandoti anche con la lingua e ovviamente l’assicurazione. Il tutto a poco più di 500 euro a persona”.

Fin qui sembra tutto bellissimo, fattibilissimo e semplicissimo. Dove sta l’inghippo?

“L’inghippo non c’è, diciamo che magari c’è una sottovalutazione di alcuni fattori. Intanto che non sai quando ti arriverà la risposta. E poi la Serbia è ancora in quella lista di paesi in cui si può viaggiare solo per due motivi: lavoro o necessità. È chiaro che la vaccinazione è un motivo di necessità ma comporta comunque che, al ritorno, si facciano i 14 giorni di isolamento fiduciario previsti dalla legge”.

Voi siete una delle storiche agenzie italiane. Come è stato reinventarsi in questo anno di Covid in cui il vostro settore è stato uno dei più colpiti?

“Noi, pur rispettando la scelta dei tanti colleghi che hanno abbassato la saracinesca, fin dall’inizio abbiamo preso la decisione di non chiudere mai, nonostante in questi 12 mesi il nostro fatturato sia calato dell’87%. L’abbiamo considerata una scelta etica e sociale. In primis perché ci sembrava giusto dare sicurezza alle persone che lavorano con noi da tanti anni. Poi perché ci sono state emergenze da gestire: a marzo scorso, ad esempio, ci siamo occupati di come far rientrare le tante persone che sono rimaste bloccate dalla chiusura improvvisa degli aeroporti. In questi mesi siamo riusciti a far viaggiare persone che, per motivi di lavoro, dovevano raggiungere l’Antartide, l’Australia, la nuova Zelanda, il Sudafrica: sembravano missioni impossibili ma ce l’abbiamo fatta. Ma d’altronde i nostri trisavoli hanno fondato questa agenzia nel 1929 nel pieno della peggiore crisi economica mondiale. Evidentemente un po’ di sana pazzia fa parte dei geni familiari”.

Chiudo con una riflessione su cui potremmo parlare per ore: con quale consapevolezza, secondo lei, torneremo a viaggiare?

“Le racconto una storia. Quel famoso 11 settembre 2001 io ero a Toronto. Sappiamo tutti cosa accadde. Il traffico aereo fu bloccato per giorni e cambiò per sempre. Riuscii a rientrare in Italia il 19, dopo un check in di quasi 5 ore. Quando mai fino a quel momento qualcuno aveva dovuto togliere scarpe, cinture o dovuto mettere i liquidi in una busta? Ora è la normalità. Una volta si andava da Roma a Milano in aereo presentandosi al check-in 20 minuti prima, ora ci si va in treno. L’uomo si adatta, si abitua ai cambiamenti ma certamente non smetterà mai di viaggiare e scoprire il mondo”.

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