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Vaccini: l’Europa disarmata deve contare sullo zio d’America, come dopo il 1945

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, parteciperà al vertice virtuale dei leader dell'Unione europea sui vaccini mentre i ritardi nelle consegne costringono il Vecchio continente a sperare nell'esportazione del surplus vaccinale americano

A oltre 70 anni dal Piano Marshall che risollevò l’Europa dalle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, l’America potrebbe tornare in soccorso dei suoi vecchi e nuovi alleati, assicurando loro una parte del proprio surplus di vaccini contro la Covid-19. Oggi come allora, la generosità d’Oltreoceano potrebbe però nascondere importanti interessi legati non solo alla solidarietà.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, parteciperà domani al vertice virtuale dei leader dell’Unione europea in tema di vaccini, dopo aver accettato l’invito del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, nel quadro di un ennesimo tentativo di di “ricostruire” l’alleanza atlantica. Se l’agenda dell’incontro si concentrerà in primis sulle misure adottate da Bruxelles per aumentare le consegne dalla casa farmaceutica anglo-svedese AstraZeneca e sulla “reciprocità” nella fornitura con il Regno Unito, i leader presenti discuteranno anche la politica di esportazione dall’America.

Decine di milioni di dosi di vaccini contro il nuovo Coronavirus prodotte da AstraZeneca restano chiuse negli stabilimenti americani, in attesa dei risultati della sperimentazione clinica in America, che nei prossimi mesi prevedono comunque una forte eccedenza di vaccini anche da parte di altri produttori. Dosi che potrebbero in parte arrivare in Europa, “salvata” ancora una volta dall’alleato d’Oltreoceano, che ha già scelto di condividerne milioni con Messico e Canada.

Sebbene la risposta alla crisi pandemica negli Stati Uniti abbia avuto risultati in parte peggiori rispetto a quanto avvenuto nei Paesi aderenti all’Unione europea e allo Spazio Economico Europeo, con oltre 5 milioni e 746 mila casi in più e 33 mila morti in meno, la campagna vaccinale americana viaggia a un ritmo molto più alto di quanto accade nel vecchio continente.

Ad oggi, gli Stati Uniti hanno somministrato quasi 38 dosi ogni 100 persone, più di qualsiasi Stato membro dell’Unione europea. Meglio di Washington in Europa hanno fatto solo il Principato di Monaco, in ragione del limitato numero di abitanti, e il Regno Unito, che a dicembre fu il primo Paese occidentale ad autorizzare la somministrazione di emergenza di un vaccino contro il Coronavirus, quello prodotto da Pfizer/BioNTech.

Perché l’America è così avanti rispetto all’Europa? Le ragioni risiedono per lo più nel diverso approccio adottato da Washington alla questione della produzione e dell’approvvigionamento dei vaccini contro la Covid-19 e alla rapidità di somministrazione delle dosi.

Tralasciando il caso britannico, il cui governo ha scelto di adottare la strategia della dose unica, le differenze tra le due sponde dell’Atlantico sono state evidenti in primis dal punto di vista dei tempi e dei metodi di approvvigionamento.

Washington ha potuto beneficiare dei frutti dell’Operation Warp Speed, una partnership pubblico-privata lanciata l’anno scorso dalla presidenza Trump che ha assicurato miliardi di dollari di sussidi alle case farmaceutiche statunitensi per la ricerca sui vaccini contro il Coronavirus.

Nell’ambito di questa operazione, gli Stati Uniti hanno speso oltre 8,7 dei più di 10 miliardi di dollari messi a disposizione dal Congresso per finanziare la ricerca di un’arma vaccinale contro la Covid-19. L’Unione europea ha invece stanziato per gli stessi scopi poco più di 1,4 miliardi di euro attraverso il programma Horizon 2020.

Una volta disponibili, la Food & Drug Administration (FDA) americana è poi stata più veloce dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) nell’approvare i vaccini contro il Coronavirus. Inoltre, l’America ha prenotato prima dell’Europa centinaia di milioni di dosi, senza ancora conoscere l’efficacia dei singoli medicinali. 

A luglio, Washington aveva già ordinato 600 milioni di dosi del vaccino di Pfizer/BioNTech, mentre l’Ue ha aspettato fino a novembre per ordinarne la metà. Stesso discorso vale per l’approvvigionamento dei vaccini di AstraZeneca, che occupano un ruolo rilevante nella strategia vaccinale dell’Ue. Il primo contratto firmato dal Regno Unito con l’azienda anglo-svedese per l’acquisto di 100 milioni di dosi risale addirittura al maggio dello scorso anno, mentre un accordo simile raggiunto dall’Unione con la stessa casa farmaceutica per un massimo di 400 milioni di vaccini è datato 27 agosto.

L’approccio seguito dalla Commissione europea, lodevolmente volto ad assicurare le necessarie forniture a tutti gli Stati comunitari evitando una guerra dei Paesi membri più grandi e ricchi contro i più poveri, sembra essersi concentrato maggiormente sul voler eguagliare il potere d’acquisto dell’America acquistando milioni di dosi in blocco, preoccupandosi di negoziare un prezzo equo per i vaccini e assicurandosi che le case farmaceutiche si assumessero le proprie responsabilità legali in caso di effetti collaterali. Tutte preoccupazioni apparentemente tenute in minore considerazione in America, riuscita così ad accelerare le somministrazioni al prezzo però di maggiori rischi.

A seguito di miliardi di dollari di investimenti a favore della ricerca più avanzata del mondo non si può parlare di fortuna ma va certamente ricordato che se le sperimentazioni cliniche sui vaccini Pfizer e Moderna non avessero dato risultati positivi, l’America (e non solo) sarebbe oggi molto più indietro nella campagna vaccinale.

Il problema non riguarda solo l’approvvigionamento ma anche la produzione dei vaccini. Sui quattro prodotti vaccinali contro il Coronavirus attualmente autorizzati da EMA, tre (Pfizer, Moderna e AstraZeneca) hanno registrato vari ritardi nelle consegne a causa di una serie di problemi produttivi mentre l’ultimo (quello di Johnson & Johnson) comincerà le spedizioni solo a partire dal prossimo mese.

A fronte dei problemi registrati dagli impianti europei, i produttori americani di vaccini contro la Covid-19 hanno invece cominciato a realizzarne sempre di più ogni settimana, arrivando questo mese intorno a 132 milioni di dosi, quasi triplicando le cifre di febbraio. Tale risultato è stato possibile grazie ai progressi realizzati da Pfizer, BioNTech e Moderna nei processi produttivi, nel riciclo e nell’approvvigionamento autonomo di alcune materie prime.

Inoltre, l’amministrazione Biden ha favorito una serie di accordi per la produzione dei vaccini su licenza tra case farmaceutiche concorrenti. Sanofi ha così recentemente accettato di contribuire alla produzione del vaccino Pfizer/BioNTech dopo il fallimento delle sperimentazioni cliniche sui propri prodotti, un esempio seguito anche da Novartis, Johnson & Johnson ha stretto un accordo simile con Merck mentre Baxter ed Endo collaborano con Novavax per produrne le relative dosi.

Ed è proprio questa condivisione l’arma che potrebbe permettere al vecchio continente di aumentare la produzione di vaccini contro il Coronavirus, ammesso che le aziende europee riescano a cogliere l’occasione. Infatti, come dichiarato di recente dall’amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, non è facile trovare partner adeguatamente attrezzati.

Le speranze dell’Europa restano così legata per lo più all’aumento della produzione negli impianti statunitensi e alla rapidità della campagna vaccinale in America che, secondo le intenzioni del presidente Joe Biden, il 4 luglio dovrebbe festeggiare il “giorno dell’indipendenza dalla Covid-19”.

Ma perché Washington dovrebbe condividere (anche) con l’Europa la propria eccedenza di vaccini? Innanzitutto per ragioni politiche e di solidarietà con i vecchi alleati europei, verso cui l’attuale presidente intende mostrare un volto diverso dell’America rispetto all’era Trump, “non solo con l’esempio del nostro potere ma con il potere del nostro esempio”, come dichiarato proprio da Biden nel suo discorso inaugurale.

Tuttavia, la presunta generosità americana potrebbe nascondere anche altro. I recenti sviluppi riguardo la campagna vaccinale negli Stati Uniti dimostrano come la logica dell’America First non sia mai stata del tutto abbandonata a Washington. Sebbene infatti la nuova amministrazione abbia invertito molte delle politiche isolazioniste di Donald Trump, l’impegno volto ad assicurare un approvvigionamento e un’indipendenza produttiva in tema di vaccini resta – legittimamente – invariato.

Nonostante la scelta di Biden di riportare gli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), di finanziare il progetto COVAX, volto a garantire un equo accesso globale ai vaccini contro la Covid-19, e di ritirare dal bilancio federale il tentativo del suo predecessore di togliere 4 miliardi di dollari di fondi già stanziati per Gavi, una delle organizzazioni che promuovono quest’ultima iniziativa internazionale insieme all’Oms, secondo il Global Health Innovation Center della Duke University, l’attuale amministrazione americana ha portato a oltre 1,2 miliardi le dosi già prenotate da Washington, ben oltre le necessità nazionale, a scapito di altri Paesi.

Le ragioni di questo nuovo “piano Marshall vaccinale” potrebbero allora risiedere, come già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, proprio e non solo nel surplus produttivo americano. Spinte dalle necessità belliche, nel secondo dopoguerra le produzioni agricole e industriali statunitensi superavano di gran lunga la domanda interna, mentre l’impatto del conflitto aveva distrutto le capacità produttive del vecchio continente.

Agli intenti umanitari e alle necessità geopolitiche, si aggiunse così anche l’opportunità di sfruttare l’Europa come un mercato di sfogo per l’industria e l’agricoltura americana, evitando al contempo una crisi da sovrapproduzione e una da sottoproduzione tra le due sponde dell’Atlantico e contribuendo a rinsaldare i legami economici, politici e commerciali con vecchi e nuovi alleati.

Allo stesso modo, l’eccedenza produttiva delle case farmaceutiche statunitensi potrebbe giocare a favore di un rinnovato rapporto tra Stati Uniti ed Europa, favorendo tanto l’industria d’Oltreoceano quanto la ripresa globale e rinsaldando al contempo i legami geopolitici bilaterali in vista di future competizioni globali con Cina e Russia.

D’altronde, stando a varie ricerche internazionali, tali motivazioni economiche sono tutt’altro che marginali. Secondo le valutazioni della Rand Corporation, una distribuzione diseguale dei vaccini potrebbe costare all’economia globale fino a 1.200 miliardi di dollari all’anno per la mancata ripresa di settori come il turismo e il commercio al dettaglio, per lo più nei Paesi ricchi. Il danno provocato al Pil mondiale dalla mancanza di equità nella distribuzione dei vaccini, secondo uno studio della International Chamber of Commerce, potrebbe inoltre arrivare fino a 9.200 miliardi di dollari.

Ad ogni modo, come dimostra la prudenza adottata in merito dalla Casa bianca, sulla generosità americana sussistono ancora varie incognite legate all’effettiva disponibilità all’esportazione di quest’eccedenza di vaccini, soprattutto al fatto se saranno necessari o meno periodici richiami a cui sottoporre tutta la popolazione.

Leggi anche: I vaccini sono le armi della nuova Guerra Fredda (di A. Di Battista) // Pani: “L’Italia non doveva sospendere il vaccino AstraZeneca, abbiamo agito per emotività o politica” //

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