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Usa, la “mente” degli attentati dell’11 settembre Khalid Sheikh Mohammed patteggia per evitare la pena di morte: condannato all’ergastolo

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Khalid Sheikh Mohammed al momento della cattura a Rawalpindi, in Pakistan, il 1° marzo 2003. Credit: Central Intelligence Agency (CIA)

Khalid Sheikh Mohammed, considerato la “mente” dietro agli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, ha patteggiato una condanna all’ergastolo pur di evitare la pena di morte.

Il cittadino pakistano, secondo una nota diramata ieri sera dal dipartimento della Difesa Usa, ha accettato un accordo pre-processuale con la preposta autorità militare statunitense insieme ai co-imputati Walid Muhammad Salih Mubarak Bin ‘Attash e Mustafa Ahmed Adam al Hawsawi, tutti accusati di essere coinvolti negli attentati dell’11 settembre 2001, in cui morirono quasi tremila persone tra il World Trade Center di New York, il volo American Airlines 11 e il Pentagono a Washington D.C.

“I tre imputati, insieme ad Ali Abdul Aziz Ali e Ramzi Bin al Shibh, sono stati inizialmente incriminati e processati tutti insieme il ​​5 giugno 2008 per poi essere nuovamente accusati e processati una seconda volta il 5 maggio 2012, in relazione al loro presunto ruolo negli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti”, ricorda il comunicato, che precisa: “I termini e le condizioni specifici degli accordi pre-processuali non sono al momento disponibili al pubblico”.

Le indiscrezioni circa i dettagli dell’accordo firmato da Khalid Sheikh Mohammed, detenuto da quasi 18 anni nella prigione speciale allestita nella base militare statunitense di Guantanamo a Cuba, sono stati però pubblicati dal New York Times, che ricorda come i processi di cui parla la nota del Pentagono non siano mai effettivamente arrivati a conclusione.

I procedimenti rimasero infatti impantanati dopo le notizie emerse sulla stampa circa le torture subite dai detenuti nelle prigioni segrete della CIA, che avrebbero potuto compromettere le prove presentate in aula contro gli imputati. Nel marzo 2022, i legali di alcuni prigionieri avevano confermato l’esistenza di trattative con le autorità statunitensi per raggiungere un accordo di patteggiamento ed evitare di celebrare il processo davanti al tribunale militare di Guantanamo. Per gli imputati era importante evitare la pena di morte e ottenere la garanzia di restare detenuti presso il carcere di Cuba, evitando un trasferimento in un penitenziario federale sul continente, dove avrebbero scontato in isolamento l’intera durata della condanna.

Da sempre autoproclamatosi la “mente” dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, soprannominato “l’imprenditore del terrore”, è stato arrestato a Rawalpindi, in Pakistan, il 1° marzo 2003 dai servizi segreti locali dell’ISI. Trasferito prima in una prigione segreta della CIA in Polonia, dove secondo i suoi legali avrebbe subito diverse torture – comprese 183 sessioni di waterboarding in quattro settimane – è arrivato a Guantanamo nel settembre del 2006, dove al tribunale militare della base statunitense ha confessato di essere responsabile “dalla A alla Z” degli attentati dell’11 settembre 2001, nonché di un’altra trentina di atti terroristici di al-Qaeda, tra cui gli attacchi a Bali e in Kenya e l’omicidio del giornalista statunitense del Wall Street Journal Daniel Pearl, avvenuto a Karachi nel 2002.

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