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“America is back”, la promessa di Biden favorisce il fronte anti-turco in Libia e nel Mediterraneo

Le prese di posizione passate, i rapporti internazionali e le prossime scelte politiche di Biden gettano luce su quali effetti avrà la futura, anche se ancora incerta, presidenza dell’ex vice di Barack Obama sui dossier più scottanti per la politica estera italiana

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 12 Nov. 2020 alle 18:32
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Immagine di copertina
EPA/SEDAT SUNA / POOL

“L’America tornerà in gioco”. E’ la promessa di Joe Biden ai leader stranieri congratulatisi con il probabile prossimo presidente degli Stati Uniti, nonostante Donald Trump non abbia ancora ammesso la sconfitta, in attesa dell’esito dei ricorsi legali. Cosa significherà questo per la politica estera italiana, ancorata ai principali dossier riguardanti la Libia e le questioni del Mediterraneo, è tutto da vedere vista la fluidità della situazione sul campo e i tanti fattori di instabilità che caratterizzano il Mare Nostrum.

Tuttavia, guardando al passato e analizzando i rapporti dell’ex vicepresidente di Barack Obama con i principali attori della regione e le sue prossime scelte politiche si può provare a intuire l’impatto sullo scenario mediterraneo e libico di una presidenza Biden, che si preannuncia diversa ma non troppo da entrambi i suoi predecessori.

Le relazioni difficili con la Turchia, la partnership “obbligata” con l’Egitto, la vicinanza agli Emirati Arabi Uniti e l’attivismo della Francia nel proporsi come interlocutore privilegiato di Washington in Europa, Africa e nel Mediterraneo preannunciano un’America schierata sul fronte opposto ad Ankara sia in Libia che nel resto del Mare Nostrum.

Il fattore americano in Libia

Petrolio, gas, traffici di esseri umani, armi e stupefacenti: la politica estera del nostro Paese si concentra inevitabilmente sulla Libia per molteplici ragioni economiche, politiche e strategiche e il cambio di inquilino alla Casa bianca non è certo un fattore secondario.

Soltanto lo scorso anno, nonostante l’instabilità libica, ufficialmente l’Italia ha importato dall’ex colonia circa 7 milioni di tonnellate di petrolio, facendone il quarto maggior esportatore al mondo verso il nostro Paese con una quota superiore al 12 per cento del totale di greggio che acquistiamo all’estero.

Non solo: attraverso il gasdotto Green Stream, giunge in Sicilia il gas prodotto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam, operati dalla Mellitah Oil & Gas, una società compartecipata da Eni, collegando a Gela l’impianto di trattamento sulla costa nord-occidentale libica con un capacità di circa 8 miliardi di metri cubi all’anno.

Inoltre, secondo i dati del ministero dell’Interno, nei primi dieci anni del nuovo millennio la media dei migranti sbarcati in Italia dalla Libia si aggirava intorno alle 15mila all’anno, con picchi arrivati a superare i 150mila tra il 2014 e il 2017, quando più del 90 per cento degli sbarchi nel nostro Paese partiva proprio dall’ex colonia.

Il Paese africano è al centro anche di altri traffici illegali, a partire dalle materie prime, finalizzati a finanziare le milizie impegnate in guerra, il terrorismo e le mafie nostrane, come dimostrato ad esempio dall’inchiesta internazionale “Dirty Oil”, che ha scoperto il coinvolgimento del clan etneo Santapaola-Ercolano in affari con il capo di una milizia libica sospettata di sostenere l’Isis per trafugare petrolio ed esportarlo in Europa via Malta.

Anche l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA) ha denunciato la miopia dei governi dell’Unione di fronte al traffico di stupefacenti proveniente dalla Libia, lungo la rotta che collega il Sahel al Sudamerica e le tratte navali che fanno scalo nel Paese nordafricano per poi importare soprattutto cocaina in Europa, coinvolgendo ad esempio la ‘ndrangheta.

Oltre alle preoccupazioni di carattere umanitario, economico e di pubblica sicurezza, nonostante i tentavi di conciliazione, la questione libica costituisce ancora per l’Europa il più pericoloso fronte aperto nel Mediterraneo dopo la Siria, condividendo la presenza e gli interessi di vari attori che si affacciano sul Mare Nostrum e non solo. L’intreccio delle nuove ambizioni nella regione con altre questioni storicamente aperte, come le rivendicazioni legate allo sfruttamento delle risorse di idrocarburi, hanno provocato un progressivo mutamento dello scenario strategico, che coinvolge soprattutto le regioni orientali del Mediterraneo.

E’ indubbia la necessità di stabilizzare la Libia per garantire la sicurezza in Italia, ovviando a una catastrofe scatenata nel 2011 proprio con il contributo degli Stati Uniti che, quando Biden era ancora vicepresidente, intervennero contro il dittatore Muammar Gheddafi al fianco di Francia e Regno Unito.

Non va infatti dimenticato come, a partire dalle prime rivolte guardate con favore all’estero nell’ottica della Primavera Araba che allora stava investendo anche i vicini Tunisia ed Egitto, il conflitto ancora in corso nel Paese africano si sia sviluppato da un movimento di piazza in opposizione al regime dittatoriale in un intervento armato internazionale teso al cambio della brutale leadership di Tripoli, al prezzo di alimentare la frammentazione e le divergenze etniche, tribali e comunitarie locali.

Il cauto interventismo di Biden

All’epoca, in qualità di vicepresidente degli Stati Uniti, Biden ricoprì un ruolo di primo piano nell’intervento militare contro Gheddafi nonostante le riserve personali. Pur appoggiando ufficialmente l’azione del presidente, convinto a sostenere Parigi e Londra contro Tripoli dalle allora consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice e Samantha Power, in privato il prossimo inquilino della Casa bianca si mostrò contrario alle operazioni in Libia, una posizione divulgata in seguito pubblicamente e successivamente riconosciuta valida dallo stesso Obama.

Dopo l’omicidio del dittatore libico nell’ottobre del 2011, intervenendo alla Plymouth State University, l’allora vicepresidente statunitense definì la guerra contro Tripoli un “lavoro ben fatto”. “In questo caso, l’America ha speso 2 miliardi di dollari in totale e non ha perso una sola vita”, disse allora Biden, sottolineando i costi contenuti dell’operazione, sia in termini economici che di vite americane. “E’ la ricetta con cui affronteremo il mondo in futuro a differenza del passato”.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, in seguito l’ex senatore del Delaware divulgò i retroscena dell’intervento americano al fianco di Francia e Regno Unito. In un’intervista rilasciata alla PBS nel 2016, il prossimo presidente americano rivelò di essersi “fermamente” opposto all’intervento, chiedendo alla Casa bianca di “non andare in Libia”, una ricostruzione recentemente confermata alla Cnn da Brian McKeon, consigliere per la politica estera di Biden ed ex consigliere della Casa Bianca e del Pentagono sotto Obama.

Viste le devastanti conseguenze del conflitto, dalla guerra civile ancora in atto alle sistematiche violazioni dei diritti umani su vasta scala, proprio l’ex presidente arrivò a definire le operazioni in Libia il “peggior errore commesso in politica estera” dalla sua amministrazione, anche in considerazione delle ripercussioni negative riverberatesi in tutto il Nord Africa, in Europa meridionale e nel Mediterraneo nell’ultimo decennio.

Inoltre, in una recente intervista in onda su “Pod Save America“, Obama ha riconosciuto che Biden si oppose, a differenza dell’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, agli interventi in Libia e Siria, definendo il suo vice “probabilmente la persona più prudente in termini di uso della forza militare”. Secondo l’ex presidente, il suo vice avrebbe infatti imparato dal sostegno dato al tempo della guerra in Iraq, per cui fu molto criticato negli anni a seguire.

I precedenti fanno così intuire una posizione di cauto interventismo da parte del prossimo inquilino della Casa bianca, confermata dal suo consigliere Brian McKeon, secondo cui Biden sarebbe intenzionato a sostenere azioni militari solo se “giustificate sulla base dell’interesse per la sicurezza nazionale e di una concreta possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati” e comunque nell’ottica di contenere i costi, sia umani che economici, una postura internazionale che in futuro potrebbe avere effetti importanti sui rapporti con i vari attori coinvolti in Libia.

Le possibili sanzioni contro l’“autocrate” turco

Nonostante la critica rivolta nel 2011 da Biden all’allora segretario di Stato Hillary Clinton, sul rovesciamento dei dittatori senza calcolarne le conseguenze, il prossimo presidente statunitense non rinuncia a una retorica a difesa dei diritti umani e contraria all’autoritarismo, arrivando ad esempio a stigmatizzare le politiche del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, definito al New York Times un “autocrate”, provocando la reazione sdegnata di Ankara.

I legami tra il prossimo inquilino della Casa bianca e la Turchia sono fondamentali per gli sviluppi sullo scenario libico e in generale nel Mediterraneo, vista la presenza turca in Libia e l’espansionismo di Ankara in Medio Oriente e in Africa, e non sembrano alla vigilia di una svolta positiva, anzi. Secondo l’ex membro repubblicano del Congresso, Vin Weber, il prossimo presidente avrà “un atteggiamento diverso nei confronti della Turchia”, avendo criticato Trump per aver “coccolato dei dittatori”, “citando tra questi proprio Erdogan”.

Pur avendo riconosciuto la vittoria di Biden e sottolineando la “determinazione a lavorare a stretto contatto con la prossima amministrazione statunitense”, probabilmente le relazioni del presidente turco con Washington resteranno tese anche in futuro, soprattutto a causa delle divergenze nei rapporti con la Russia, nella postura da assumere in Siria e in altri teatri, Libia compresa, e nelle questioni relative ai diritti umani. Non a caso, il leader del principale movimento di opposizione in Turchia, Kemal Kilicdaroglu, segretario del Partito popolare repubblicano (Chp), è stato il primo esponente politico turco a congratularsi con l’ex vicepresidente americano.

Invitando “tutte le nazioni della NATO a impegnarsi nuovamente nelle proprie responsabilità come membri di un’alleanza democratica” e chiarendo pubblicamente il proprio sostegno alla leadership dell’opposizione turca, Biden e il suo staff sembrano infatti aver già messo in chiaro con la presidenza di Ankara la difficoltà di migliorare le relazioni bilaterali.

Con la vittoria dell’ex vice di Obama, il rischio di sanzioni statunitensi contro la Turchia sembra addirittura aumentato rispetto all’attuale amministrazione, con cui i rapporti non sono certo rosei. A seguito dell’acquisto dei sistemi di difesa aerea russi S-400 da parte di Ankara, l’anno scorso Washington aveva escluso il Paese dal programma F-35, sospendendo temporaneamente l’addestramento di piloti turchi per i caccia di quinta generazione della Lockheed Martin, di cui la Turchia è sia partner nella produzione che uno dei maggiori acquirenti, avendone preordinati un centinaio.

Entro dicembre, il Congresso degli Stati Uniti potrebbe inoltre approvare in via definitiva un disegno di legge che prevede, tra l’altro, una serie di sanzioni nei confronti di Ankara ai sensi del “Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA)”, lasciando al prossimo presidente, che entrerà in carica a fine gennaio, la facoltà di attivarle e addirittura inasprirle. I temi sul tavolo e le posizioni già espresse in merito da Biden non fanno ben sperare la leadership della Turchia anche se difficilmente la nuova amministrazione americana andrà allo scontro con Erdogan, nonostante un probabile ulteriore peggioramento dei rapporti.

Secondo una recente relazione del servizio di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, il futuro delle relazioni tra Washington e Ankara dipenderà da una serie di fattori, tra cui: “l’entrata in funzione o meno dei missili S-400 ed eventuali acquisti aggiuntivi di armi russe; l’atteggiamento assunto nello sviluppo delle varie crisi regionali in Siria, Libia, Nagorno-Karabakh e nelle controversie mediterranee con Grecia e Cipro e l’influenza nei rapporti turchi con attori chiave come Russia, Cina, Unione europea, Israele, Iran e Stati arabi sunniti; la proiezione di potenza e la creazione di una sfera di influenza turca attraverso la cooperazione militare ed economica; e l’effettivo controllo del Paese da parte di Erdogan a fronte dei problemi economici e delle preoccupazioni in materia di diritti umani”. Nessuno di questi temi vede al momento convergere il presidente turco e il prossimo inquilino della Casa bianca, che sembra comunque più vicino alle potenze impegnate a contenere le ambizioni di Ankara.

I timori del “dittatore preferito” di Donald Trump

Se l’atteggiamento degli Usa verso la Turchia potrebbe non cambiare di molto da Trump a Biden, uno dei principali rivali di Ankara in Libia, l’Egitto, rischia invece di trovare in Washington un alleato molto più critico: insomma se Erdogan piange, il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi non ride.

“Niente più assegni in bianco per il ‘dittatore preferito’ di Trump”, ha tuonato a luglio su Twitter il prossimo presidente americano, richiamando una battuta sfuggita lo scorso anno all’attuale inquilino della Casa bianca durante il G7 di Biarritz e rivelata allora dal Wall Street Journal. Biden si riferiva agli 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari versati ogni anno all’Egitto dagli Stati Uniti, che ne fanno il secondo maggior destinatario di tali contributi dopo Israele.

La frase, contenuta in un tweet in cui l’ex senatore del Delaware esultava per il rilascio dello studente Mohamed Amashah dopo 486 giorni di detenzione senza processo e deplorava “l’arresto, la tortura e l’esilio” della defunta attivista Sarah Hegazi e del giornalista Mohamed Soltan, definendo “inaccettabile” la minaccia alle loro famiglie, ha aumentato i timori del Cairo per le possibili ripercussioni economiche delle continue violazioni dei diritti umani in corso nel Paese nordafricano.

Preoccupazioni recentemente acuite da una lettera inviata lo scorso mese ad al-Sisi da 56 parlamentari democratici americani, compreso Bernie Sanders, in cui si chiedeva il rilascio di “attivisti e prigionieri di coscienza reclusi in carcere” e si annunciava che, in caso di vittoria di Biden, “la priorità degli Stati Uniti nel rapporto con l’Egitto tornerà ad essere proprio la difesa dei diritti umani”.

Il rischio di vedersi ridurre gli aiuti da Washington, a fronte di una situazione economica non certo favorevole, ha portato il Cairo a esplorare soluzioni alternative, almeno per quanto riguarda le forniture militari e ad avvicinarsi a Russia e Cina. Eppure, nonostante questi sviluppi e a differenza di Ankara, al Cairo potranno verosimilmente dormire sonni tranquilli, viste le posizioni assunte in passato dal prossimo presidente statunitense.

Nel 2011, ai tempi della Primavera Araba che portò alla destituzione di Hosni Mubarak, proprio Biden si rifiutò di definirlo un dittatore e due anni dopo l’amministrazione Obama non denunciò la salita al potere di al-Sisi come un golpe, arrivando nel 2014 a congratularsi con il generale egiziano per la sua nomina a presidente.

Il rifiuto di riconoscere la natura dittatoriale del regime del Cairo risiede nel divieto di fornire aiuti economici a qualsiasi governo arrivato al potere con un colpo di stato imposto dalle leggi in vigore negli Stati Uniti. Nonostante le critiche per le violazioni dei diritti umani e la possibilità di tagli ai fondi concessi all’Egitto, l’importanza e il ruolo del Paese nordafricano nello scacchiere mediorientale e mediterraneo non permetteranno probabilmente a Washington di andare oltre le minacce finalizzate a rimettere in riga l’alleato, sopratutto alla luce della sua rete di alleanze internazionali.

La vicinanza agli Emirati Arabi Uniti

Tra i principali sponsor del Cairo, anche in Libia, figurano infatti l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, questi ultimi impegnati in particolare a rifornire il maresciallo Khalifa Haftar contro Tripoli. Se a ottobre Biden ha promesso di “rivedere” le relazioni con Riad in relazione al rispetto dei diritti umani, alla “peggiore crisi umanitaria del mondo” provocata in Yemen e alla luce degli interessi degli Stati Uniti, i legami con Abu Dhabi sembrano invece molto più solidi.

In un comunicato divulgato il 2 ottobre in occasione dell’anniversario dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi, ucciso e fatto a pezzi nel consolato del regno arabo a Istanbul, Biden ha preannunciato una rivalutazione da parte della sua amministrazione dei “rapporto con il Regno” e la “fine al sostegno degli Stati Uniti alla guerra dell’Arabia Saudita in Yemen”, garantendo “che l’America non metta in secondo piano i propri valori pur di vendere armi o comprare petrolio”.

Sebbene la portata di questa “revisione” dei rapporti tra Washington e Riad sia tutta da vedere, è evidente la differente postura assunta dall’ex vicepresidente di Obama rispetto al rapporto con gli Emirati Arabi Uniti. A fronte di un così duro attacco contro la leadership saudita, a cui dal 2014 Washington ha garantito oltre il 70 per cento delle forniture per la difesa sulla base di storici e solidi legami economici, militari e strategici, il prossimo presidente statunitense non ha infatti indirizzato critiche altrettanto aspre contro Abu Dhabi, alleata di Riad sia in Yemen che in altri teatri e non certo un esempio di rispetto dei diritti umani.

Al contrario delle autorità saudite, che hanno lasciato passare del tempo, il principe ereditario emiratino, Mohammed bin Zayed, che in passato ha conosciuto personalmente l’ex vicepresidente americano, si è subito affrettato a congratularsi con Biden per la sua vittoria contro Trump. Da parte sua, ad agosto l’ex senatore del Delaware ha invece elogiato gli Emirati Arabi Uniti per la normalizzazione dei rapporti con Israele, definendola un “passo storico per colmare le profonde divisioni del Medio Oriente”. Tuttavia, secondo alcuni osservatori, l’accordo potrebbe finire per serrare i ranghi del confronto in atto all’interno del mondo sunnita tra le monarchie del Golfo e il duetto Turchia-Qatar, soprattutto in Libia.

Annunciate come storiche intese di pace, i cosiddetti accordi di Abramo hanno invece prodotto un complicato intreccio diplomatico ed economico sfociato nella vendita di oltre 23 miliardi di dollari tra caccia F-35, missili, munizioni e droni armati MQ-9B dagli Stati Uniti a favore di Abu Dhabi, la cui crescente potenza militare nella regione non favorirà certo la distensione. In questo senso, il prossimo inquilino della Casa bianca non sembra affatto intenzionato a cambiare politica, anche rispetto ai legami e al peso delle potenze del Golfo nel contesto euro-mediterraneo.

L’occasione di Parigi

L’atteggiamento del prossimo presidente americano rispetto alla Libia e alle questioni del Mare Nostrum passerà infatti necessariamente dal rapporto con l’Europa. Considerato molto più vicino alla sensibilità delle cancellerie del vecchio continente rispetto a Trump, anche visto il ruolo giocato nell’amministrazione Obama, Biden ha già mostrato, finora a parole, una serie di differenze con il suo predecessore su alcuni temi chiave della politica europea.

Di origini cattoliche irlandesi, l’ex vicepresidente ha ad esempio ammonito il governo britannico sul rispetto degli accordi di pace raggiunti in Irlanda del Nord, che non dovranno “diventare vittima della Brexit”, subordinando il raggiungimento di un’intesa commerciale tra Washington e Londra al rispetto del Good Friday Agreement, che da oltre 20 anni garantisce la pace sull’isola.

Nonostante le congratulazioni giunte a Biden da parte di Downing Street, il cui premier Boris Johnson è considerato uno dei maggiori alleati dell’attuale inquilino della Casa bianca, che arrivò a chiamarlo il “Trump britannico”, la più alta lode possibile per il tycoon, il rapporto speciale tra l’America e l’ex madrepatria, lungi dall’essere messo in discussione per un cambio di leadership a Washington, subirà probabilmente un ridimensionamento rispetto ai livelli attuali.

Questo potrebbe offrire un’occasione ad altri Paesi europei, soprattutto alla Francia, per avvicinarsi agli Stati Uniti. Al contrario della Germania, che accoglierà certamente con favore un’America non più intenzionata a dividere l’Europa né riluttante a contrastare i cambiamenti climatici ma a favore del multilateralismo e della ripresa dei negoziati con l’Iran, negli ultimi anni Parigi ha sempre cercato una maggiore convergenza con Washington, nonostante le differenze.

Sin dall’insediamento di Donald Trump, Berlino si è rifiutata di sostenere gli Stati Uniti su quasi tutti i principali temi di politica estera cari alla Casa bianca: dalla Cina, alla Russia, all’Iran, a Israele, fino al Medio Oriente in generale, tutti temi le cui radici del dissenso tra Germania e USA nascono ben prima del 2016 e su cui Biden potrà fare solo parzialmente marcia indietro.

Guardando al di là delle divergenze politiche, Emmanuel Macron tentò invece da subito un approccio amichevole con il presidente Trump, invitandolo già nel 2017 a visitare Parigi. Sebbene il rapporto tra i due capi di Stato e le rispettive amministrazioni non sia mai decollato, le forti differenze sui vari temi non hanno impedito al presidente francese di contare anche sul sostegno americano per le operazioni militari in Africa o di appoggiarne ad esempio le proposte sul contenimento del programma balistico iraniano.

Incoraggiato ancor di più da una maggiore vicinanza politica con il nuovo presidente statunitense, il tentativo francese di proporsi come interlocutore privilegiato dell’America in Europa e sopratutto nel Mediterraneo potrebbe ora trovare nuova linfa. Come rivela l’Economist, Parigi vanta infatti “collegamenti insolitamente buoni” con lo staff di Biden, grazie al rapporto tra Antony Blinken, il principale consigliere in politica estera dell’ex vicepresidente americano, ed Emmanuel Bonne, consigliere diplomatico di Macron, che si conoscono da anni, avendo lavorato alle Nazioni Unite a New York.

Al differenza di Berlino, la Francia è seriamente impegnata a livello militare in vari contesti e una presidenza americana più interventista in senso tradizionale potrebbe favorirne le ambizioni, soprattutto nel Mediterraneo. Una maggiore collaborazione tra Washington e Parigi, con il plauso di Berlino e Bruxelles e l’appoggio del Cairo e Abu Dhabi, influenzerebbe di certo la crisi che coinvolge queste potenze insieme a Grecia e Cipro in funzione di contenimento della Turchia.

Il ritorno in campo e l’incognita del prossimo segretario di Stato

La strategia di Ankara volta a superare le limitazioni imposte cent’anni fa dal Trattato di Losanna, a proiettarne la potenza dal Mare Nostrum fino in Africa e a promuovere un’agenda revisionista fondata sul concetto di “Patria blu” per i turchi e volta a conformare il Paese a quelli che Erdogan definisce i “confini del nostro cuore” trova la decisa opposizione sia degli attori regionali che di Francia ed Emirati Arabi.

Questa contrapposizione, alimentata dagli ingenti interessi energetici nel Mediterraneo orientale, riguarda non solo lo sviluppo e i diritti di sfruttamento delle risorse sottomarine di idrocarburi ma anche la competizione per la leadership politica in Medio Oriente e la disputa in corso da quasi tre anni e mezzo nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, che vede Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto contrapporsi al Qatar, il principale finanziatore di Ankara.

La militarizzazione della crisi è testimoniata dai nuovi investimenti americani nella base navale di Suda, a Creta, dall’invio di navi da guerra francesi a Mari, sulla costa meridionale dell’isola di Cipro, e dalle esercitazioni militari congiunte tra Grecia, Egitto, Emirati Arabi e Francia. La complicata matassa degli opposti interessi diventa più chiara ricordando come Parigi rappresenti il terzo fornitore di armi del Cairo e mantenga una base navale nel regno arabo. Intanto, ricevendo ad Atene il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha lanciato ieri un appello agli Stati Uniti a recuperare “il proprio ruolo centrale di leader della NATO”.

Il fronte anti-turco scommette insomma sul ritorno di Washington in campo, non proprio scontato vista la posizione di cauto interventismo di Biden. Programmatica sarà comunque la scelta del nuovo segretario di Stato che dovrà sostituire Mike Pompeo.

In questo senso, le voci che danno per papabile il senatore Chris Coons, che ha assunto il seggio dell’ex vicepresidente in Delaware e fa parte della commissione per le relazioni estere del Senato, potrebbe rappresentare un segnale agli alleati.

Il confronto tra Egitto, Emirati, Francia e altre potenze con la Turchia, che parte dal Mediterraneo e dalla Libia, affonda infatti sempre di più all’interno dell’Africa, allargando il proprio raggio d’azione dal Sahel al Corno. Il continente è proprio una delle regioni di maggior interesse di Coons, la cui storia personale si conforma sia al rilancio della politica a difesa dei diritti umani nel mondo promossa dai Democratici sia all’interventismo diplomatico dell’era Obama.

Avvocato, co-fondatore e presidente del Senate Human Rights Caucus, ai tempi del college, negli anni Ottanta, il senatore del Delaware trascorse un semestre all’università di Nairobi, in Kenya, mentre nel 1987 lavorò per il South African Council of Churches impegnandosi nel movimento anti-apartheid.

Quasi un anno fa, insieme al collega democratico Chris Murphy del Connecticut e ai repubblicani Lindsey Graham del South Carolina e Marco Rubio della Florida, Coons presentò un disegno di legge bipartisan “a favore di una soluzione diplomatica al conflitto in Libia”. Il “Libya Stabilization Act” prevede un mix di sanzioni “contro chi minaccia la pace e la stabilità” e chiunque “supporti la violenza per conto della Russia” nel Paese africano, oltre a una serie di aiuti umanitari e di contributi “per rafforzare la governance democratica” libica. Il testo è ancora fermo al Congresso ma, visti i firmatari, getta luce su quali direttrici potrebbe muoversi la prossima amministrazione americana in Nord Africa.

Se tutti questi indizi non fanno una prova, di certo la presidenza Biden dovrà trovare il modo di affrontare l’instabilità in Libia e nel Mediterraneo. “L’America tornerà in gioco”, vedremo come, dove e a vantaggio di chi.

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