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L’ipocrisia del governo italiano: blocca l’export di armi verso la Turchia ma tiene in piedi la missione Nato “per difendere Ankara dagli attacchi siriani”

La missione consiste in un contingente di 130 soldati italiani e in un sistema missilistico per abbattere gli attacchi provenienti dalla Siria. Il costo stimato dell'operazione per il 2019 è di oltre 12,7 milioni di euro

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 14 Ott. 2019 alle 21:08 Aggiornato il 18 Nov. 2019 alle 19:06
Immagine di copertina
Il ministro degli Esteri Di Maio e il sistema missilistico Samp T. Credits: Ansa

Siria, l’Italia blocca l’export di armi verso la Turchia ma mantiene missione Nato

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio il 14 ottobre di concerto con l’Unione europea ha preso una posizione di chiara condanna riguardo all’attacco della Turchia contro i curdi in Siria e ha deciso lo stop ai “futuri contratti” dell’Italia per l’export di armi verso Ankara.

Le questioni problematiche ancora aperte: lo stop all’export di armi anche per gli ordini ancora da consegnare

Restano tuttavia aperte due questioni, su cui per il momento il ministro non si è pronunciato: la prima è che cosa ne sarà degli ordinativi di armamenti già autorizzati ma non ancora consegnati e la seconda riguarda la missione Nato “Active Fence” in Turchia a cui l’Italia sta tuttora prendendo parte per contrastare “eventuali lanci di missili dalla Siria”, come confermato dalla descrizione dell’operazione presente sul sito del ministero della Difesa.

Dal 2015 sono state autorizzate esportazioni di armi per un valore di 890,6 milioni di euro, ma ne risultano consegnate soltanto 463,8 milioni. Più della metà degli ordini quindi devono ancora essere inviati e se il blocco dell’export riguarderà solo “i prossimi contratti”, circa 426, 8 milioni di euro di armamenti potrebbero continuare a partire indisturbati.

Il contingente Nato ancora presente in Turchia e il sistema SAMP-T per i missili

Alla luce dell’offensiva di Ankara, anche la missione dell’Italia in Turchia risulta controversa. Al momento nella base militare di “Gazi Kislaşi” di Kahramanmaraş, in territorio turco, sono presenti 130 soldati italiani e 25 mezzi terrestri che includono batterie di missili SAMP-T terra aria per fare da scudo protettivo a “eventuali lanci di missili dalla Siria”.

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Veicolo lanciatore di missili terra aria del sistema di difesa missilistica Samp T

Il costo stimato della missione peri il 2019 è di 12.756.907 milioni di euro, mentre nel 2018 era pari a 8.438.295 milioni di euro. L’operazione a maggio è stata approvata e rinnovata dal consiglio dei Ministri per il periodo 1° gennaio-31 dicembre 2019 e andrà avanti ancora alcuni mesi.

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Nel documento di Camera e Senato rilasciato a maggio 2019 contenente il dossier sulle missioni approvate dal Consiglio dei ministri per l’anno in corso si legge che “l’operazione è stata autorizzata dal Consiglio Atlantico (North Atlantic Council-NAC) il 4 dicembre 2012 su richiesta della Turchia, a seguito dell’abbattimento, nel giugno 2012, di un jet turco da parte di forze governative siriane e dell’uccisione, a ottobre dello stesso anno, di cinque civili turchi a causa di un bombardamento siriano sulla città turca di Akçakale”.

Sul sito del ministero della Difesa sono disponibili ulteriori informazioni sulle finalità della missione e sulle armi utilizzate dal contingente Nato dell’Italia in Turchia. “A seguito del peggioramento delle condizioni di sicurezza dell’area a ridosso del confine turco con la Siria, la Nato ha accolto la richiesta della Turchia di incrementare il dispositivo di difesa area integrato per difendere la popolazione dalla minaccia di eventuali lanci di missili dalla Siria”, si legge nel testo.

All’operazione hanno preso parte 5 Paesi: “Sino dal 2013, 5 paesi dell’Alleanza hanno contribuito all’operazione schierando le loro batterie missilistiche: Germania, Italia, Spagna, Olanda e Stati Uniti d’America. Attualmente sono presenti una batteria ASTER SAMP/T italiana e una batteria Patriot spagnola”, recita ancora il sito della Difesa.

L’incoerenza di Spagna e Italia: stop all’export di armi mentre rimane il contingente Nato

Ricapitolando, il 14 ottobre durante il consiglio dei ministri Ue l’Italia e la Spagna come membri dell’Unione europea hanno condannato l’invasione, ma come Paesi Nato stanno continuando a sostenere un’operazione richiesta dalla Turchia per difendersi dagli attacchi missilistici della Siria. Una contraddizione che attende di essere spiegata.

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Credits: http://www.esercito.difesa.it

Chi produce i missili, le armi della Nato Italia in Turchia

I missili sono prodotti dal consorzio europeo Eurosam. L’8 novembre 2017, è stata annunciata la firma a Bruxelles di una Lettera di intenti fra il Ministro della Difesa turco e il consorzio, che si sono accordati per il rafforzamento della cooperazione finalizzata allo sviluppo di questo sistema di difesa.

Il 30 maggio in occasione di una riunione tra alcuni alti funzionari turchi e i rappresentanti del consorzio sui sistemi di difesa comuni, l’ambasciatore italiano ad Ankara, Luigi Mattiolo, ha riferito che la cooperazione tra i produttori europei di missili antiaerei Eurosam e le organizzazioni di difesa turche si stava rafforzando.

La missione potrebbe essere immediatamente bloccata: la deputata Lia Quartapelle a TPI

L’operazione non ha un termine di scadenza determinato. Fonti del ministero degli Esteri ci hanno confermato che il ritiro del contingente è previsto per la fine dell’anno e la deputata del Pd Lia Quartapelle ha dichiarato a TPI che domani nell’audizione della Commissione Esteri verrà presentata una risoluzione firmata da Leu, Pd, M5s e Italia Viva per chiedere il ritorno immediato dei soldati. “Perché questo possa avvenire”, spiega Quartapelle “sarebbe preferibile un’approvazione della Nato, di cui però fa parte anche la Turchia”. Un’altra contraddizione difficile da risolvere.

Il prossimo appuntamento per discutere di questo ritiro sarà il 24 ottobre, alla riunione ministeriale della Nato a cui prenderà parte anche il ministro della Difesa Guerini.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Difficilmente la Turchia approverà questa possibilità e anche altri paesi potrebbero non essere d’accordo, in tal caso l’Italia dovrebbe decidere di “sfilarsi” da sola senza il consenso Nato. Il ritiro però non è vincolato all’approvazione dell’Alleanza atlantica e in realtà l’Italia potrebbe già prendere questa decisione in autonomia.

Quartapelle ci conferma che l’eventuale termine della missione riguarderà solo il contingente dei soldati e non il sistema missilistico. “Per quello si dovrà attendere gennaio 2020 quando il consiglio dei ministri dovrà approvare le missioni del prossimo anno”, dichiara.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“L’Italia, da alleato, ha condiviso la responsabilità in sede Nato di contribuire a proteggere il confine fra Siria e Turchia con l’operazione Active Fence. Questo accadeva quando in Siria infiammava la guerra civile e c’era un forte rischio di infiltrazioni terroristiche. Ora la Turchia ha deciso in modo unilaterale e senza nessuna azione ostile da parte curda di attaccare e invadere la regione di Ras al-Ain. L’iniziativa turca oggi cambia totalmente lo scenario in cui ci troviamo ad agire e ritengo che la missione Nato in cui il nostro Paese è impegnato, proprio in considerazione della situazione attuale, debba essere immediatamente sospesa”, ha ribadito Quartapelle durante l’audizione in commissione Esteri alla Camera dell’11 ottobre.

La posizione della Spagna e degli altri partner della missione

La ministra degli Esteri spagnola Margarita Robles il 10 ottobre ha dichiarato che la Spagna intende valutare la possibilità di un ritiro della sua batteria di missili antiaerei Patriot e del contingente di 150 soldati, impegnati per la missione nella base aerea di Incirlik, al confine tra la Turchia e la Siria, dal gennaio del 2015.

Come raccontato da TPI la Nato spagnola aveva inizialmente tenuto una posizione ambivalente al riguardo e in un tweet del 7 ottobre aveva pubblicamente espresso il suo sostegno alla Turchia nel caso di un aggravarsi delle tensioni militari.

La Germania invece insieme all’Olanda risulta aver ritirato i missili Patriot nel 2015, proprio per la problematicità di questa missione dopo gli attacchi della Turchia contro i curdi.

Il segretario Stoltenberg e i 5 miliardi di investimenti Nato in Turchia

Il segretario generale della Nato Jean Stoltenberg, l’11 ottobre ha incontrato il presidente Erdogan e il ministro degli Esteri Çavuşoğlu utilizzando toni che a molti analisti sono apparsi troppo morbidi nei confronti di Ankara. Stoltenberg ha infatti riconosciuto alla Turchia “legittime preoccupazioni di sicurezza” e ha chiesto di agire con “moderazione”.

Infine ha ricordato come la Nato abbia investito “oltre 5 miliardi di dollari nel sostegno militare alla Turchia, con tanto di infrastrutture, basi navali e radar che hanno confermato il forte impegno dell’Alleanza per la sicurezza del Paese”. In questo piano di investimenti è stata coinvolta anche l’Italia.

Domani il ministro degli Esteri Luigi Di Maio potrebbe essere chiamato a riferire su questa “discutibile” presenza militare in Turchia.